Più Mozart per tutti
Nel mondo domina indisturbato il pressapochismo. E il dilettantismo è la regola
Dopo una giornata d'immersione nello
stress di Manhattan, non c'è di meglio per rigenerare lo spirito che andare
all'Avery Fisher Hall, la sala sinfonica del Lincoln Center, per un concerto
della New York Philharmonic Orchestra. Mentre mi lascio cullare da Mozart,
Boccherini e Schubert, non posso impedirmi di notare due fenomeni
interessanti. Il primo è il numero crescente di musicisti asiatici. Soprattutto
negli strumenti ad arco (viole violini violoncelli), ormai la maggioranza
sono cinesi, giapponesi, coreani. La filarmonica di New York è una delle
migliori orchestre mondiali, chi riesce a entrarvi è al top nella sua
professione. I musicisti asiatici - pregevoli orchestrali e grandi solisti -
avanzano implacabilmente anche nelle filarmoniche di Berlino e Chicago,
Vienna e Londra. Questa invasione non è soltanto la conferma che l'Estremo
Oriente produce talenti competitivi in tutti i campi e in tutte le attività
umane. Cosa che ormai non ci sorprende più.
Ma c'è un altro aspetto che trovo più importante. Una
ragazzina cinese non nasce nella civiltà che ha partorito Mozart. La musica
classica cinese è fatta di tutt'altro genere di armonie e melodie. La
tradizione cinese l'ho assorbita - tardivamente - frequentando per anni
l'Opera di Pechino. È una musicalità molto distante dalla nostra, occorre
allenare l'orecchio a lungo per poterla apprezzare. Il fatto che dalle
accademie e dai conservatori cinesi (o giapponesi, coreani) escano tanti
enfants prodiges nell'esecuzione di Beethoven e Mahler, è la conferma di
un'altra dote asiatica: l'apertura verso le culture occidentali. Quanti
bambini italiani o tedeschi o americani in questo momento stanno studiando
uno spartito di opera cinese? Forse nessuno. In questa asimmetrìa noi ci
illudiamo di trovare la conferma che la nostra cultura è superiore. Invece è
soltanto la prova che siamo meno curiosi di loro, purtroppo.
L'altra sensazione che mi assale - piacevolmente - dentro la Avery Fisher Hall,
è quella di essere penetrato nell'universo della precisione. Osservo la
coordinazione degli orchestrali, l'intesa fra loro e il solista, tra la
filarmonica e il direttore d'orchestra, immagino un filo invisibile d'intesa
che lega i compositori defunti ai loro esecutori moderni. La sensibilità
artistica si coniuga con la tecnica, è il risultato di una disciplina ferrea.
Anche lo spettatore più ignorante è soggiogato da un senso di rispetto,
capisce che sono necessari anni di studio e di lavoro per arrivare a dare
l'impressione che tutto sia così naturale, spontaneo, automatico. Cerco
d'immaginare altre attività umane dove regna lo stesso rigore. Probabilmente
alla Nasa, per riuscire nel lancio di un'astronave su Marte, o in una sala
operatoria di neurochirurgia, il margine di errore tollerabile deve essere
bassissimo. Anche nel pattinaggio artistico, un millimetro di scarto può fare
la differenza tra un'esecuzione coreograficamente perfetta e una caduta
rovinosa.
Ma basta uscire dall'Avery Fisher Hall e rientrare nella
New York "normale", per immergersi in un mondo dove invece domina
indisturbato il pressapochismo quotidiano, dove l'errore marchiano è la
norma. Basti pensare a Wall Street, dove i top manager delle più grandi
banche hanno trascinato i loro istituti nella bancarotta, hanno perso somme
colossali, hanno provocato una crisi economica mondiale. E molti sono ancora
ai loro posti (magari sono la stessa sera all'Avery Fisher Hall, nei palchi
d'onore riservati agli illustri mecenati).
Trasferendo la logica che regola il resto del mondo dentro
la sala sinfonica, è come se fosse normale per il primo violino incappare in
una serie rovinosa di stecche. Per poi attendersi gli applausi; e
ripresentarsi l'indomani sul palco. È curioso che la stessa comunità umana
esiga la perfezione in alcuni campi, e tolleri l'imprecisione sistematica in
altri. La sera in cui sono al concerto, alcune poltrone sono vuote perché
degli amici che dovevano arrivare dall'Europa sono stati bloccati dalla
"nube vulcanica". Più tardi si scoprirà che probabilmente non era
necessario chiudere i cieli d'Europa per quattro giorni. Nell'economia,
nell'attività di governo, il dilettantismo è la regola. Forse dovremmo tutti,
come i bambini cinesi fin dalle elementari, studiare più Mozart e meno
Machiavelli.
http://dweb.repubblica.it

Precedente: Hotel America. Pomodori marci

