Più Europa per Eurolandia
La sfida che viene dalla crisi
Il governo Monti sta muovendo i suoi primi passi, e li sta
muovendo tra Roma e l’Europa, la sola direzione giusta e necessaria. La crisi,
anche quella italiana, va affrontata rilanciando un grande progetto europeo,
molto più ambizioso della sola comunità economica fondata, poco saldamente,
sull’euro: senza politica le monete e le economie sono troppo fragili,
soprattutto nell’era della globalizzazione. L’epicentro di questa crisi
finanziaria ed economica sono stati gli Usa e uno stile di vita fondato sul debito
al consumo e sulla finanza creativa, è bene ricordarlo ogni tanto; ma l’onda
anomala che è poi arrivata sulle coste europee ha trovato istituzioni troppo
fragili che rischiano di essere spazzate via, comprese quelle francesi e
tedesche, come dicono i recenti segnali provenienti dai mercati.
L’Europa è chiamata, ora e presto, a un salto di scala, a dar vita a un nuovo
patto politico europeo, saldamente ancorato al principio di sussidiarietà, uno
dei pilastri dell’Unione Europea. Senza questa rapida evoluzione politica e
non più burocratica, i singoli Paesi non riescono e non riusciranno a essere
all’altezza delle nuove sfide economiche, finanziarie e politiche. Alla
nascita della modernità le città italiane erano il centro della vita culturale,
economica e politica del mondo. Firenze, Venezia, Genova erano i gangli vitali
della prima stagione dell’economia di mercato, attorno alle quali si erano
costruiti dei veri e propri patrimoni finanziari e politici.
Geni come Machiavelli, Leonardo, Michelangelo, Pacioli furono i frutti più
maturi di quella civiltà capace di innovazione e creatività ancora oggi in
larga parte insuperate. La scoperta del Nuovo Mondo fu un primo trauma per
quella civiltà cittadina, e il momento del suo apice, il Cinquecento, fu anche
l’inizio del suo declino. Un elemento cruciale del tramonto della cultura e
dell’economia italiana fu la miopia dei governi di quelle città, che non capirono
che sebbene ognuna fosse in sé grande e grandissima, nessuna però lo era
abbastanza per tenere, da sola, il passo con le nuove potenze commerciali e
politiche che si affacciavano sulle Americhe e sulle Indie. La storia vera si
fa anche con i “se”: oggi infatti possiamo dire che “se” quelle straordinarie
città avessero trovato una via all’unità politica con un nuovo patto,
rinunciando ciascuna a qualche fetta di sovranità e di orgoglio nazionale,
probabilmente la storia e il peso economico, culturale e politico dell’Italia
sarebbero stati diversi.
La Germania, la Francia,
l’Inghilterra, l’Italia sono oggi in una situazione non sostanzialmente
dissimile a quella nella quale si trovarono quelle città italiane all’alba
della modernità. E da questo punto di vista (economico e culturale) la
similitudine tra i nostri Paesi e le città italiane è oggi più stringente di
quanto non lo fosse negli anni Cinquanta, quando era meno evidente che stavano
sorgendo all’orizzonte nuove superpotenze (Cina, India, Brasile...). Se i
Paesi europei, dalla grande forza economica, politica, commerciale, e dal
grande orgoglio nazionale, non saranno capaci di perdere qualcosa della
propria autonomia per immaginare una nuova stagione europea veramente politica,
in linea con i grandi ideali dei Padri fondatori, il tramonto economico, culturale
e politico credo arriverà presto. Per evitarlo occorrono interventi
coraggiosi, urgenti e di vasta portata. Innanzitutto, lo stiamo ripetendo da
tempo, occorre dar vita a una vera banca centrale forte e con strumenti capaci
di reggere le pressioni alle quali è sottoposta una moneta importante come
l’euro. Ma perché ciò sia possibile e funzioni è necessario un cambiamento di
rotta nella politica e nella cultura europee.
Le rivoluzioni a metà sono peggiori dello status quo: un’Eurolandia senza
Europa non ha futuro né presente. E, ieri come oggi, le energie per compiere
questo passo verso un nuovo patto europeo si debbono trovare prima di tutto
nei cittadini, nella gente, nei loro desideri e nella loro voglia di futuro, e
nelle loro virtù civili, e anche nella loro capacità di sacrificio. Perché,
come scriveva a metà Settecento l’economista napoletano Antonio Genovesi, «lo
Stato migliore non è quello dove sono le leggi migliori, ma quello dove sono
gli uomini migliori».
http://www.avvenire.it 24 novembre 2011

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