Pico: eros e violenze non solo memoria
Spese folli per acquistare testi della Qabbalah e per contendere nobildonne ad altri
Giovanni Pico, conte della Mirandola (1463-1494), in provincia di Modena, era
in grado di recitare a memoria, dalla prima all’ultima parola e dall’ultima
alla prima, il testo di un libro appena letto. È il modo, un po’ da baraccone o
da «Lascia o raddoppia?», in cui la fama popolare si rappresentava le qualità
eccezionali di questo nobile studioso. Un nobile che era amico dei maggiori
umanisti del tempo, da Angelo Poliziano a Marsilio Ficino, e impegnato in
un’impresa mai tentata, quella di tradurre i testi della Qabbalah ebraica, per
impossessarsi del loro sapere e destinarlo proprio alla conversione degli
ebrei. Insomma, Pico della Mirandola è il primo cabalista cristiano.
La parola cabala (ebraico Qabbalah) indica ancora, sempre nella fantasia
popolare, intrighi di difficile decifrazione, problemi matematici complessi o,
proprio con ragionamenti numerici, un modo di prevedere il futuro: si pensi
alle illusioni prodotte dalla «cabala del lotto». In verità si tratta di una
filosofia d’ispirazione mistica, con elementi di origine greca, sviluppatasi
dal secolo III dell’era volgare, e giunta al culmine nel secolo XIII, con il
Libro dello Zohar. Parla dei rapporti di Dio, infinito e ineffabile, con il
mondo, tramite mediatori come gli angeli o le «Sefirot», enti soprannaturali al
suo servizio. Ha un impianto panteistico, e ammette l’esistenza della
metempsicosi. Si è espressa in una fitta letteratura, anche con testi
narrativi, che Kafka conosceva, e a cui in parte si ispirò.
Dell’opera di scoperta e traduzione di Pico, che spese capitali per acquistare
testi della Qabbalah, rarissimi, si occupa da tempo Giulio Busi, che ha persino
fondato una collana («The Kabbalistik Library of Giovanni Pico della
Mirandola»), per far conoscere i testi raccolti dal principe e ora posseduti
dalla Biblioteca Vaticana. E sono ben noti i volumi da lui dedicati a questa
letteratura, come Mistica ebraica (con Elena Loewenthal, Einaudi, 1995), o come
Qabbalah visiva (Einaudi, 2005), oltre che, su un piano più specialistico,
L’enigma dell’ebraico nel Rinascimento (Aragno 2007). Ma il personaggio
Giovanni Pico lo ha affascinato, e ora gli dedica un volume ( Vera relazione
sulla vita e i fatti di Giovanni Pico conte della Mirandola, Aragno, pp. 216, €
15). Non si tratta proprio di una vita romanzata, perché ogni affermazione è
corredata di note, che nel complesso occupano più di cinquanta pagine; ma certo
la costruzione narrativa e lo stile hanno il respiro dell’invenzione.
Il libro mette in parallelo le vicende di Pico e quelle di Flavio Mitridate,
l’ebreo rinnegato che fornì parte dei testi cabalistici a Pico, e gl’insegnò a
tradurli, e in parte glieli tradusse. Personaggio ambiguo, anche sospettato,
forse a ragione, di un omicidio, Mitridate ha conoscenze linguistiche
eccezionali, e sa stuzzicare le curiosità del conte. Certo mostra di dominare
davvero le lingue orientali, non solo l’ebraico ma anche l’arabo o l’etiopico.
Viceversa, Pico è un giovane aristocratico orgoglioso e viziato dalla sorte: si
confrontava lui stesso col camaleonte, sottolineando, di questo animale quasi
da leggenda, la capacità di assumere una gran varietà di atteggiamenti e idee.
Oltre all’intelligenza ha la bellezza e la forza, e ne fa uso anche nei suoi
numerosi amori. Il libro narra per esempio, in un racconto molto movimentato,
con che audacia rapì una donna che amava, e descrive il successivo scontro con
gli armati che cercarono con successo di sottrargliela: Pico perdette diciotto
uomini della sua scorta.
Ma l’avventura più avvincente, tra quelle narrate in questo libro, è quella
intellettuale, dipanata in dibattiti, coraggiosi e antidogmatici, con umanisti
e con ecclesiastici, e incappata a un certo punto nella censura a certe
affermazioni teologiche; censura che costrinse Pico alla fuga e alla latitanza,
sino a una risicata riabilitazione da parte del papa. Qui Busi ci dà un’idea
delle dispute di quel tempo (vi aveva parte il problema del male, che continua
ad assillarci) e ci fa capire come esse fossero minacciate dal sospetto di
eresia e dai possibili processi ecclesiastici. La mente di Pico era troppo
libera per quei tempi, e la morte per avvelenamento, a 31 anni, gli ha
probabilmente risparmiato altre persecuzioni.
Corriere della Sera 14.10.10

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