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Pericle, l'equilibrio complesso tra democrazia e potere

L'uomo simbolo della Grecia classica fa riflettere sul presente

 

 

Correva l’anno 461 a. C. e Pericle si accingeva a diventare protagonista senza rivali della scena politica ateniese. Erano 2471 anni fa e lui entrava nella storia con il lasciapassare concesso ai rari uomini destinati a non uscirne più. Il fondatore della democrazia, si legge in qualche definizione sintetica. Colui che teorizzò la meritocrazia e diede concretezza all’idea che la partecipazione alla cosa pubblica fosse affare di tutti istituendo per primo un compenso giornaliero per chi ricoprisse incarichi nel pubblico. Lo statista che aprì gratuitamente il teatro ai poveri, il politico che pensò a un’istruzione per gli orfani e a una pensione per gli invalidi e i mutilati di guerra. Fu lui a far costruire il Partenone in dodici anni e a promuovere molte altre grandiose opere pubbliche.

Ma fu lo stesso Pericle a indurre la sua Atene a guerre disastrose, a circondarsi di collaboratori processati e condannati per corruzione, a escogitare di farsi rieleggere ogni dodici mesi in modo da rendere impossibile la richiesta del rendiconto annuale. Fu ugualmente lui a essere guardato da non pochi intellettuali suoi contemporanei con sospetto per il modo in cui cercava il consenso dei suoi concittadini: feste e lavori pubblici. Fu sempre lui a essere additato come fine demagogo che aveva capito molto presto che per ottenere il potere era imprescindibile compiacere. Fu, comunque, Pericle il politico che in quel 461 pronunciò il discorso che resta pietra miliare della democrazia, manifesto della forma di governo considerata tutt'oggi la più perfetta: con esso si dichiara guida di un governo che «favorisce i molti invece dei pochi», «assicura una giustizia eguale per tutti», «non ignora mai i meriti dell’eccellenza», «rispetta le leggi e non dimentica mai di proteggere coloro che ricevono offesa», «crede che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore», « è aperto al mondo e noi non caccia mai uno straniero».Cambiano i tempi, le fogge degli abiti, i mezzi di comunicazione, le lingue persino, ma le dinamiche umane no.

E il Pericle di V secolo a. C. è già perfetta sintesi e incarnazione della ambigua complessità del potere. Del governare che si impasta con il compromesso e dell’idea che si adegua alle forme della pratica. Della problematicità della teoria che si fa pratica e della realtà che raramente è composta da colori primi: fiutata dagli storici e raccontata, a volte è denunciata, a volte velata nell’esaltazione puramente encomiastica. A volte semplicemente fotografata nella sua evidenza. Innanzi a tutti Erodoto, narrando la parabola di questo titano della storia, ne immortala l’equilibrio delicato tra democrazia e comando forte; Tucidide, poi, cantore di Pericle «personaggio potente, per prestigio e lucida capacità di giudizio», in grado di reggere «saldamente il popolo senza però violare la libertà» e capace di non farsi «guidare da esso più di quanto non lo guidasse lui», definisce la sua Atene «di nome, a parole, una democrazia, di fatto il potere del primo cittadino».

Ne rileva i limiti il severo Platone, che nel Gorgia fa inserire Pericle da Socrate tra i grandi corruttori della politica, rei di aver reso «gli ateniesi peggiori di quello che erano». In tempi moderni gli storici hanno ripetutamente concentrato le loro attenzioni su di lui, Luciano Canfora in più di un’occasione e da angolature diverse. In questi giorni, incluso nel volume edito da Laterza I volti del potere, è uscito il suo saggio La democrazia di Pericle, una riflessione acuta e densa sul gigantesco personaggio e il suo sfaccettato rapporto con la forma di governo che è alla base del nostro presente. Con l'auspicio che ragionare su una Grecità così lontana nel tempo ma così vicina nel pensiero e di statura così immensa possa essere di buon augurio per la Grecia in difficoltà di questi giorni.

http://www.ffwebmagazine.it 6 maggio 2010

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