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Perché riparta l’occupazione ci vuole una crescita del 3%

L’economista Robert Solow: "Non mi aspettavo molto dal G20"

 

Sorride Robert Solow, premio Nobel per l’Economia nel 1987, qui a Prato in occasione dell’inaugurazione del «Forum Economia 3» promosso da Regione Toscana e da Fondazione Sistema Toscana. Alto, asciutto, l’impeccabile camicia bianca stirata di fresco, il premio Nobel ascolta con espressione lievemente ironica la lettura di una delle ultime dichiarazioni di Dominique Strauss Kahn, il direttore generale del Fmi allarmato dai colpi di coda della crisi finanziaria.


Professor Solow, secondo Strauss Kahn la crisi non è finita. Egli sostiene che «la povertà, l’instabilità politica e un crollo della democrazia potrebbero sfociare in una guerra». Lei che ne pensa?
«Abbiamo sempre avuto povertà, incertezza e instabilità politica. E credo che continueremo ad averle. Ciò non toglie che il pericolo della crisi, e principalmente il pericolo di un crollo finanziario, stia giungendo alla fine».


Eppure sia negli Stati Uniti sia in Europa crescono i timori per l’occupazione. Continuerà l’emorragia di posti di lavoro da una sponda all’altra dell’Atlantico?
«Si, la perdita di posti di lavoro è destinata a continuare. Non so dirle per quanto tempo ancora proseguirà questo fenomeno. Anche perché molto dipenderà dalle politiche che saranno adottate sia in Europa sia negli Stati Uniti. Per far ripartire l’occupazione negli Usa ci vorrà una crescita del Pil di almeno il 3%. In Europa forse sarà sufficiente un espansione dell’economia lievemente più bassa. Purtroppo però sempre in Europa la creazione di nuova occupazione sarà minore e più lenta».


Cosa si aspetta dagli esiti della riunione del G20? Quali decisioni si aspettava per affermare che Pittsburgh è stato un successo?
«Non mi aspettavo molto dal G20. In ogni caso il compito principale del G20 dovrebbe essere quello di assicurare una certa omogeneità fra le scelte di politica economica dei paesi più importanti. In questo quadro mi auguro e considero molto importante, che Stati Uniti e Europa coordino le loro decisioni di politica fiscale».


Fra le questioni che sono state esaminate dal G20 c’è il riaggiustamento dei cambi. Lei crede che dobbiamo aspettarci un rafforzamento del dollaro?
«Al contrario credo che nel corso dei prossimi anni dobbiamo attenderci un dollaro debole. Certo, ci saranno fluttuazioni fra le valute come è sempre accaduto. Però...»


Però?
«Sono convinto che dovremo vivere per un certo periodo in compagnia di un dollaro debole. Uno dei compiti principali che il G20 affronta nelle sue periodiche riunioni è quello di risolvere il problema degli squilibri globali. E quando si parla di squilibri globali in realtà ci si riferisce al deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti. Un obiettivo che sarebbe difficilmente raggiungibile in mancanza di un dollaro debole nel corso dei prossimi anni».


Secondo Obama gli Usa dovrebbero tornare a risparmiare di più mentre i grandi paesi esportatori come Cina, Giappone e Germania dovrebbero sviluppare maggiormente i consumi interni. Lei che ne dice?
«Un primo elemento da tenere presente è che le famiglie americane hanno già cominciato a risparmiare di più. Oggi il risparmio medio è superiore al 5% del reddito disponibile. Ed appare in continua crescita. In questo quadro mi sembra inevitabile che lo spazio per l’export verso gli Stati Uniti si riduca. E che quindi le grandi nazioni esportatrici come il Giappone, la Cina o la Germania debbano imparare a consumare di più e a risparmiare di meno. Così come penso che le politiche di questi stessi paesi dovrebbero promuovere i consumi interni. O quantomeno non disincentivarli. Un paese come la Germania avrebbe tutto da guadagnare da una scelta di questo tipo».


Resta il problema della scarsa produttività delle aziende manifatturiere americane. Saranno in grado di sostituirsi poco a poco alle importazioni provenienti, da esempio, da un Paese come la Cina?
«La scarsa competitività delle aziende manifatturiere americane è un problema reale. Spero che il presidente Obama riesca a varare politiche che aiutino la crescita della produttività favorendo l’innovazione tecnologica, la finanza al servizio dell’industria, la formazione dei lavoratori».


Fra i rischi del dopo crisi lei intravede anche l’aumento dell’inflazione trainato dall’immensa quantità di liquidità immessa nel sistema finanziario mondiale?
«Il rischio dell’inflazione è reale. Tuttavia questo stesso rischio non sarà serio fino a quando l’economia non avrà l’energia per crescere. Il che ci da tempo per affrontare anche questa emergenza. Se c’è una cosa che le Banche Centrali sanno fare molto bene è proprio contrastare l’inflazione. E credo che ci stiano già pensando. A questo punto si apre una questione delicata».


A cosa si riferisce?
«Il sentiero da percorrere è molto stretto. Da una parte occorre tenere sotto controllo l’inflazione. Ma dall’altra bisogna evitare di soffocare lo slancio della ripresa quando comincerà finalmente a manifestarsi. Ecco perché mi rassicura il fatto che Obama abbia mantenuto Bernanke alla guida della Fed».


Perché si sente così rassicurato dalla presenza di Bernanke?
«Intanto perché è stato un mio studente! Scherzi a parte: Ben è una persona competente che capisce la delicatezza di certe situazioni e sa come fronteggiare i problemi».


La Fed ha reso noto a Pittsburgh di aver rallentato le immissioni dirette di liquidità sul mercato. Ma cosa si deve fare per evitare che la crisi si ripeta? L’Europa insiste per nuove regole per assicurare la capitalizzazione delle banche...
«Credo che serva a poco indicare regole rigide per la capitalizzazione delle banche. Il mondo dell’ingegneria finanziaria è pieno di gente furba capace di individuare le piccole falle del sistema per utilizzarle a proprio vantaggio. Occorre, invece, che le authority che si occupano di banche possano esercitare il loro potere con una ampia discrezionalità in modo da individuare i comportamenti rischiosi ovunque si manifestino per poi bloccarli tempestivamente».


Qual è la sua opinione sull’idea, avanzata con particolare forza da Sarkozy e dalla Merkel di porre un freno ai bonus dei banchieri?
«L’importante non è tanto l’importo di questi bonus, anche se indubbiamente abbiamo assistito a degli eccessi che sarebbe stato bene evitare. L’essenziale è invece di non premiare i guadagni a breve termine. Bisogna fare in modo di non incentivare chi assume forti rischi a fronte di profitti immediati».


L’Europa, nonostante gli ultimi dati positivi sembra faticare più degli Stati Uniti per uscire dalla crisi. Quale consiglio si sentirebbe di dare ai leader europei per agganciare più rapidamente la ripresa?
«Resto convinto che una delle ragioni per cui l’Europa non decolla è il fatto di aver puntato troppo sull’export e poco sul mercato interno. Si tratta di un errore che riguarda in particolare la Germania. Quanto all’Italia il mio consiglio è di migliorare la produttività e la competitività delle aziende e del Paese»

http://www.repubblica.it  - Affari e finanza 28/9/09

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