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Perché le post-femministe rivendicano il diritto al porno

La pornografia : strumento di libertà o rappresentazione degradante della femminilità?

 

 

Soft, hard, XXX... Viviamo in un mondo in cui la pornografia è divenuta ormai onnipresente e accessibile a tutti. In parte sdoganato dal femminismo pro-sex, il porno viene oggi considerato come un "raffinato divertissement ", un' espressione della cultura pop capace di "rompere i tabù", "esplorare il proibito" e, addirittura, contribuire all' emancipazione femminile. Proprio mentre il linguaggio si trasforma e vengono coniate parole nuove per qualificare non solo le donne, ma anche le competenza femminili: "escort", "ragazze-immagine", "casting", "book"...

Che cosa pensare allora della pornografia? Strumento di libertà o rappresentazione degradante della femminilità? Possibilità offerta alla donna per arrivare all' "appagamento sessuale" o semplice strumento per mostrare scene in cui "dei maschi si accaniscono su un pezzo di carne femminile", come rivendica John B. Root, celebre regista francese di film pornografici? Nato in America all' inizio degli anni Novanta, il femminismo pro-sex considera la pornografia come uno spazio di libertà: un modo come un altro per permettere alla donna di entrare in contatto con il proprio corpo, la propria intimità, il proprio piacere. Il porno viene scandagliato, definito e ridefinito per cercare di capire non solo i messaggi che comunica, ma anche le "cose che fa".

Utilizzando la teoria performativa del linguaggio, secondo la quale il discorso non ha nessuna essenza particolaree assume un significato diverso a seconda del contesto in cui viene utilizzato, alcune femministe sostengono che la pornografia non sia, per essenza, sessista. Sarebbe, anzi, un modo per ribellarsi all' atavico patriarcato. A loro avviso, basta ricontestualizzare il linguaggio pornografico per cambiarne il senso, farne uno strumento di libertà e trasformarlo in un' arma efficace per combattere il maschilismo. Per le femministe pro-sex, la pornografia può addirittura avere una funzione educativa: dare informazioni sulla sessualità e sul piacere; mostrare gesti e attività alternative; permettere alla donna di prendere coscienza del proprio potere di seduzione. Nel porno, infatti, la donna non sarebbe un mero oggetto sessuale. Al contrario, avrebbe finalmente la possibilità di esprimersi in prima persona e rivendicare pienamente il soddisfacimento del proprio piacere, anche laddove il desiderio la porti a una consensuale sottomissione all' uomo.

La pornografia sarebbe quindi un modo per dare libertà alle proprie pulsioni, realizzare concretamente il proprio immaginario sessuale, la possibilità, insomma, per la donna di affermare la propria soggettività nel rapporto sessuale. Le femministe pro-sex difendono il porno anche come uno strumento di visibilità e di ripensamento delle identità gay, lesbica e transessuale. Per alcune di loro, riappropriarsi dei codici pornografici significa decostruire la norma eterosessuale che, per secoli, ha definito in maniera rigida il maschile e il femminile.

Ma che cosa resta, oggi, di questa visione emancipatrice della pornografia? Che rapporto esiste tra la libertà sessuale e gli stereotipi pornografici che continuano a ridurre la sessualità a ripetizione, accumulazione e performance? "Io sono mia", "L' utero è mio e lo gestisco io" proclamavano le femministe negli anni Sessanta e Settanta, rivendicando la possibilità, per ogni donna, di giustificare il proprio desiderio sessuale indipendentemente dalla "pulsione a essere fecondata". La rivoluzione sessuale era al proprio apogeo. Per la prima volta nella storia, le donne avevano la possibilità di "fare l' amore" senza "fare figli", di scegliere con chi e come vivere la propria sessualità. In quegli anni di lotta, tuttavia, le femministe non si facevano alcuna illusione rispetto al potere liberatorio della pornografia.

Rivendicavano, certo, libertà e uguaglianza. Ma erano convinte che la pornografia non fosse altro che l' espressione della dominazione maschile, un mezzo efficace per rappresentare la donna come un semplice oggetto alla libera disposizione dell' uomo. Si può dar loro torto? Quando si analizza il campo semantico utilizzato dalla pornografia e ci si rende conto che, per illustrare l' attività sessuale delle donne, si parla di "smontare", "soffocare" e "sfondare", sembra piuttosto difficile immaginare che la riappropriazione dei codici pornografici sia realmente al servizio della libertà sessuale e dell' uguaglianza delle donne.

Quando si leggono le testimonianze di alcune ex attrici porno, come Raphaëla Anderson, che spiegano di aver terminato alcune scene in un bagno di lacrime e piene di sangue, pare difficile difendere ideologicamente la pornografia come un esercizio di libertà. Certo, in un' epoca in cui si assiste al ritorno di un' ideologia retrograda che vorrebbe spostare l' orologio indietro e rimettere in discussione le conquiste femminili degli anni Sessanta e Settanta, la strada da percorrere per permettere alle donne di vivere liberamente la propria sessualità è ancora lunga. Difendendo la pornografia nel nome delle libertà, però, non si corre forse il rischio di sottoscrivere l' idea che, per natura, la donna ami essere "dominata" dall' uomo?

 

http://www.repubblica.it   08 maggio 2010  

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