Perché l’Inquisizione funziona ancora
Un dizionario di oltre 1300 voci racconta storia e meccanismi del tribunale
Eresia. Bestemmia, Apostasia. Sollicitatio ad turpia. Poligamia. Da sempre
l´Inquisizione scuote l´immaginario collettivo, nutrendone anche le forme letterarie
più varie, tra orrore e fascinazione. Oggi il tribunale del Sant´Uffizio viene
evocato soprattutto nel dibattito pubblico, in occasione del rogo di libri
minacciato da alcune amministrazioni laiche ma anche riguardo alla occhiuta
sorveglianza ecclesiastica sulla bioetica e sulla sessualità. Per chi voglia
approfondire la conoscenza di questa potente macchina coercitiva, modello d´una
memoria centralizzata che ha segnato la nostra storia nazionale, arriva ora il
Dizionario storico dell´Inquisizione, pensato da un´équipe di specialisti per
lettori non specialisti. Un´opera edita dalla Scuola Normale che ha tratti di
straordinarietà: per l´ampiezza delle voci (1.310), per il respiro
internazionale dei contributi (da 12 paesi), per la generosità con cui massima
parte degli studiosi vi ha lavorato (gratis), sotto la guida esperta di Adriano
Prosperi supportato da Vincenzo Lavenia e John Tedeschi.
Il Dizionario colma anche un vuoto, dal momento che non esistevano strumenti
analoghi, rigorosi e di facile accesso. «Era anche difficile farlo esistere
prima del 1998», spiega Prosperi, autore del fondamentale Tribunali della coscienza. «Soltanto sul finire degli anni Novanta
venne aperto l´ultimo archivio coperto da segreto, quello della Suprema
Congregazione Romana del Sant´Uffizio dell´Inquisizione. Era stato Carlo
Ginzburg a sollecitarlo in una lettera papa Wojtyla, che volle in questo modo
dare il segno del distacco della Chiesa da un lungo passato di coercizione
violenta in materia di fede».
Ma questa nuova stagione è davvero cominciata? Colpisce nello scritto
introduttivo una curiosa parentesi: là dove si parla dell´abolizione
dell´Inquisizione, Prosperi s´affretta a puntualizzare: "quando e se vi è
stata". Vuol dire che esiste ancora? «Nel 1964 il vecchio tribunale del
Sant´Uffizio è stato sostituito dalla Congregazione per Dottrina della Fede: un
istituto che sin dal nome si dichiara a favore della dottrina, non contro
qualcuno da perseguitare. Però la sede è la stessa, e anche l´archivio. E le
materie esaminate sono molto simili. Nessuno oggi viene più bruciato per
eresia, tuttavia il meccanismo che persegue le dottrine sbagliate pensiamo alla
bioetica o all´aborto è rimasto lo stesso». C´è quindi una forte continuità?
«Direi qualcosa di più, ossia l´idea che la Chiesa cattolica non possa rinunziare alla
definizione centralizzata della verità, da cui discende il perseguimento di
quel che viene ritenuto eresia. Anche la ritualità è rimasta integra. È stato
papa Ratzinger a riproporre la tradizionale partecipazione del pontefice alla
riunione della feria quinta del giovedì coram Sanctissimo».
Sono ancora profonde le tracce lasciate dai tribunali della fede nel costume
degli italiani. «La nostra ignoranza religiosa è enorme rispetto ad altre
culture», spiega lo studioso. «Fin dal XVI secolo, la lettura della Bibbia è
stata perseguita e vietata: la sua interpretazione spettava soltanto al corpo
ecclesiastico. Da noi la religione si conosce attraverso le norme del
catechismo; non esiste come domanda, inquietudine, ricerca. Chi dubita è già
sospetto. Machiavelli, vissuto prima dell´istituzione del Sant´Uffizio, diceva
che gli italiani avevano nei confronti della Chiesa e dei preti il debito di
essere diventati "sanza religione e cattivi": una buona sintesi per
indicare gli effetti di lunga durata».
Può essere interessante scoprire la trama che collega lo studio
dell´Inquisizione con i movimenti più profondi della società italiana. «Se il
cinquantennio liberale dopo l´Unità fu stagione di ricerche importanti, il
fascismo ha operato in senso opposto: la saldatura tra Chiesa e regime mise in
sordina questo genere di studi. Nel lungo evo democristiano, gli studi su
vescovi, parrocchie, moralità quotidiana sul modello di san Carlo Borromeo
finirono per oscurare il tema, che ricomparve negli anni Novanta con l´apertura
degli archivi. Un passo importante, che però la Chiesa ha dimostrato di far
fatica a compiere, con molti ripensamenti».
Oggi nella comunità scientifica c´è anche chi inclina a tesi apologetiche. «Mi
auguro che il Dizionario serva a riportare alla ragione alcuni studiosi
anglosassoni che si affidano a definizioni grossolane. È affiorata di recente
un´immagine dell´Inquisizione simile alla dieta mediterranea: un tribunale
rigoroso, perfettamente funzionante, che non fa vittime oppure ne fa ma in
misura infinitamente più bassa rispetto ai tribunali secolari. Il problema è la
qualità del reato. Non si tratta di furti o di assassini, ma siamo davanti a
reati di coscienza, di scelta intellettuale, di orientamento religioso».
Quali sono stati i problemi più rilevanti nel comporre le voci? «Uno dei
problemi principali è stato quello di dare un nome agli inquisiti. Sappiamo
moltissimo degli inquisitori ma non delle loro vittime: la macchina
inquisitoriale ne prevedeva la cancellazione. Io ho provato particolare
soddisfazione quando ho potuto mettere il nome di Giuditta Ebrea. Fu bruciata
come strega a Mantova al principio del Seicento. Di lei restano solo tre righe
in una cronaca manoscritta. Manzoni parlava della lotta per strappare al tempo
le sue vittime. Qui il tempo ha il volto di un´istituzione che si fondava sul
controllo assoluto della memoria. Poter combattere in nome della memoria è
sempre una bella partita».
Repubblica 2.2.11

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