Perché il treno non sostituisce il tir
Lo spostamento modale delle merci dalla gomma al ferro non serve a ridurre il traffico su strada, se non in misura marginale
Hanno destato un certo scalpore le parole pronunciate qualche tempo fa dal ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, nel corso di un’audizione alla Commissione lavori pubblici del Senato. In quell’occasione, discostandosi da un copione quasi universale, Matteoli esprimeva una forte perplessità in merito alla possibilità di un ritorno delle merci su ferrovia e di un riequilibrio modale. Come giudicare, dati alla mano, la valutazione del ministro: arrendevole o realistica?
PROSPETTIVE DIVERSE
La risposta che si può dare all’interrogativo è diversa a
seconda della prospettiva di riferimento.
Qualora si ragioni in termini di merci trasportate in valore assoluto,
non vi è dubbio che esistano ampi margini di crescita per il modo ferroviario
nel nostro paese. La presunta ineluttabilità del declino del trasporto su
rotaia è, ad esempio, contraddetta da quanto accaduto in Germania
negli ultimi vent’anni: al drastico calo dei traffici registratosi fra il 1990
e il 1995 (-31 per cento) è seguita nel periodo fra il 1995 e il 2008 una
crescita del 64 per cento (tabella 1).
Ancor più favorevole di quella tedesca è stata l’evoluzione del trasporto merci
su ferro registrata nel Regno Unito: dopo la completa
privatizzazione del settore, la domanda soddisfatta è aumentata dell’86 per
cento (nella Francia del monopolista “de facto” Sncf, i traffici sono diminuiti
del 16 per cento). In tale ottica, il ministro appare dunque eccessivamente
pessimista.
Al contrario, la visione di Matteoli è sostanzialmente corretta se ci riferiamo
alla ripartizione modale del trasporto e alla possibilità di ridurre il traffico
su strada, incentivando lo sviluppo della ferrovia.
Se guardiamo a quanto accaduto in Germania negli ultimi tre lustri, scopriamo
che il traffico di autoarticolati, ossia l’unico segmento di mercato per il
quale è realistica la competizione con gomma/ferro, è stato caratterizzato da
una crescita ancor più marcata di quella della rotaia, pari all’85,6 per cento
(tabella 2). Con riferimento a questa tipologia di traffico, la quota modale
del trasporto merci su ferrovia è quindi diminuita del 3 per cento nel periodo
preso in esame.
IL PROBLEMA DEL TRAFFICO
Ma quale ruolo può giocare il trasporto merci su ferrovia
per la riduzione del traffico complessivo sulla rete stradale?
Nel 2008 le auto immatricolate in Germania hanno percorso quasi 585
miliardi di chilometri; a questi si aggiungono i 60 miliardi di
chilometri percorsi dagli autocarri e i 18 miliardi degli autoarticolati. Se,
convenzionalmente, si moltiplica per un fattore due il traffico dei mezzi
pesanti, si perviene a un valore di traffico complessivo in auto-equivalenti
pari a 741 miliardi di km.
Il traffico merci su ferrovia nello stesso anno era pari a 116 miliardi di
tonnellate-km. Quale sarebbe il traffico aggiuntivo sulla rete stradale qualora
il trasporto su ferrovia fosse azzerato? Ipotizzando che le merci oggi
movimentate su ferro venissero trasportate con autoarticolati e assumendo un
carico medio di 15 tonnellate per veicolo (coefficiente di utilizzo medio della
portata utile del 50 per cento), si avrebbe un incremento del volume di traffico
pesante pari a 7,7 miliardi di km corrispondenti a 15,4 miliardi di km
in auto-equivalenti. Il traffico merci su ferrovia equivale dunque a circa il 2,1
per cento del traffico stradale nel caso della Germania e a una quota
ancor più limitata per gli altri paesi europei.
Alla luce di tali dati risulta evidente come lo spostamento modale delle merci
dalla gomma al ferro non possa ridurre, se non in misura marginale, il traffico
veicolare. Continuando con l’esempio tedesco, qualora il traffico merci su ferro
raddoppiasse (cosa non certo facile da realizzare), si sottrarrebbe alla strada
traffico per un altro 2,1 per cento, ovvero quanto il traffico stradale cresce
in uno o due anni.
A tale limitazione di tipo quantitativo se ne sovrappone una qualitativa. I livelli
di utilizzo della capacità stradale risultano essere alquanto
differenziati sia in termini spaziali che temporali. Gli episodi di congestione
interessano infatti una quota limitata della rete stradale e autostradale. Le
condizioni più critiche di circolazione, cui sono correlati i più elevati costi
esterni, interessano prevalentemente i segmenti di rete a ridosso delle
maggiori aree metropolitane. Un eventuale riequilibrio modale
lascerebbe pressoché immutata la situazione su tali tratti di infrastruttura.
Non essendo immaginabile un ritorno alla situazione di un secolo fa quando la
quasi totalità delle aziende manifatturiere disponeva di un raccordo diretto
alla ferrovia, la tratta iniziale e quella finale di un trasporto acquisito
dalla ferrovia, continuerebbero a essere effettuate su gomma, in larga parte
sulle tratte più congestionate. Nel caso dell’Italia, ad esempio, tutti i
principali centri del Nord del paese, non trarrebbero quasi alcun giovamento
dal trasferimento strada/rotaia. E, viceversa, il percorso su ferrovia
risulterebbe parallelo a tratte della rete autostradale ove si
registrano prevalentemente buone condizioni di deflusso. Tale condizione
accomuna i due segmenti di mercato ove più significativa è la possibilità di
acquisizione di domanda da parte della ferrovia, ossia i flussi tra il Nord e
il Sud Italia e quelli con l’estero: è il caso, tra gli altri, della nuova
linea Torino-Lione che ridurrebbe i flussi, già oggi molto
modesti, sulla tratta autostradale fra il capoluogo piemontese e la Francia, ma non
apporterebbe benefici al semianello tangenziale della città che continuerebbe a
essere percorso dai mezzi pesanti diretti o provenienti dal locale terminale
intermodale.
La strategia del riequilibrio modale sembra dunque assommare inefficacia e
inefficienza. Meglio sarebbe puntare su un migliore utilizzo della capacità
della rete autostradale con l’adozione di livelli di pedaggio
variabili nell’arco della giornata e della settimana, e prevedere un
ampliamento della capacità ove necessario (misure previste dal Piano generale
dei trasporti e della logistica del 2001, ma non attuate). Tale strategia, a
differenza di quella del riequilibrio modale, non comporta oneri per la finanza
pubblica. Laddove più elevati sono i livelli di traffico, l’adeguamento
dell’offerta infrastrutturale può essere infatti realizzato senza far ricorso
alla fiscalità, ma recuperando gli investimenti tramite gli introiti dei
pedaggi.
Tabella 1 Trasporto merci su ferrovia nei maggiori paesi europei [miliardi di tonnellate-km]

Fonte: European Commission
Tabella 2 Trasporto merci su ferrovia e su strada in Germania

Fonte: nostra elaborazione su dati European Commission e Bundesanstalt für Straßenwesen (BASt)
http://www.lavoce.info 21.06.2011

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