Perché bisogna combattere gli stereotipi su Adam Smith
Ancora una lezione dell’economista indiano, dal testo letto al Festival delle letterature di Roma.
Al momento della sua morte, avvenuta nel luglio del 1790 a Edimburgo, Adam
Smith era più celebre e apprezzato in Francia che in Inghilterra. I
rivoluzionari d´Oltremanica, per esempio il Marchese di Condorcet, si
richiamavano con frequenza alle idee di Smith, e quella del filosofo ed
economista scozzese era una presenza molto solida nei circoli intellettuali
francesi. Naturalmente le opere di Smith erano molto lette anche in
Inghilterra, e la prima di esse in ordine di tempo, la Teoria dei
sentimenti morali (1759), non faceva eccezione, se all´indomani della sua
pubblicazione Hume scriveva a Smith da Londra: «Il pubblico pare ansioso di
tributare [al Vostro libro] enorme plauso». Tuttavia se sulle posizioni di
Smith gli ammiratori francesi delle sue idee radicali avevano già maturato
quella che potremmo definire una visione equilibrata (lo consideravano,
appunto, un pensatore radicale), in Inghilterra l´immagine, oggi familiare,
di uno Smith profondamente conservatore, intemerato araldo delle virtù del
mercato (nel suo secondo libro, La ricchezza delle nazioni), era
ancora in via di formazione. Tale immagine avrebbe preso quota, fino a
diventare l´icona di Smith, solo nei decenni successivi alla scomparsa del
filosofo.
Ancora nel 1787, tre soli anni prima della morte di Adam Smith, Jeremy
Bentham stigmatizzava l´incapacità smithiana di mettere a fuoco tutte le
virtù della libera economia e scriveva al filosofo scozzese una lunga lettera
per rimproverargli l´irragionevole avversione al mercato. Invece di rinfacciare
al mercato (proponendo di interferirvi) l´incapacità di tenere sotto
controllo quelli che definiva "sperperatori e speculatori", Smith
avrebbe dovuto lasciarlo operare in autonomia, abbandonando l´idea di una
regolamentazione delle transazioni finanziarie da parte dello stato. Benché
così argomentando Bentham mostri di non essere probabilmente riuscito a
cogliere la forza del pensiero di Smith in materia (io sono convinto che non
la colse), la sua valutazione dello scetticismo di Smith riguardo al mercato
non è del tutto peregrina.
Comunque sia, di lì a poco Smith si sarebbe guadagnato l´immagine, che ancora
oggi ne costituisce lo stereotipo, del banditore politico di elementari
formulette, per lo più in lode del libero mercato; nulla a che vedere con
quello che è uno dei più raffinati creatori di teorie sociali ed economiche
mai esistiti, un sofisticato pensatore che guarda ai mercati con
circostanziato scetticismo e al tempo stesso insiste perché, oltre ai
problemi da superare, vengano riconosciuti anche i buoni esiti cui i mercati
– e solo i mercati – consentono di approdare.
Ciò che Bentham non era riuscito a compiere per via argomentativa –
trasformare senz´altro Adam Smith in un campione del puro capitalismo di
mercato – fu realizzato nel XIX secolo attraverso un´errata analisi
dell´opera smithiana e un corpus di citazioni estremamente parziale,
insensibile a molti altri passi degli scritti di Smith. Questa immagine
distorta di Adam Smith, fonte di tanti usi indebiti delle idee smithiane, si sarebbe
consolidata nel secolo successivo alla morte del filosofo, per diventare poi
canonica nel Novecento. Essa rimane tuttora il modo consueto di inquadrare
Smith sia nelle opere dei principali economisti che nelle pagine dei giornali
(malgrado le proteste di alcuni importanti specialisti).
Le tre lezioni che i propugnatori del capitalismo di mercato e del profitto
traggono dalla lettura di Smith sono: 1) l´autosufficienza e la natura
autoregolativa dell´economia di mercato; 2) l´idea che il profitto sia un
movente adeguato per una condotta razionale; 3) l´idea che l´amor di sé sia
sufficiente a determinare un comportamento socialmente produttivo. Tali tesi
non solo non appartengono a Smith, ma sono marcatamente in contrasto con il
suo pensiero.
In primo luogo, se è vero che Smith considera i mercati istituzioni di grande
utilità, è anche vero che egli insiste con forza sulla necessità di
integrarli con altre istituzioni, in particolare con istituzioni statali: il
punto di disaccordo con Jeremy Bentham era senza dubbio questo. In secondo
luogo, Smith sostiene la necessità di porre alla base di un comportamento
razionale motivi che vadano al di là del profitto e del tornaconto personale.
Con grande finezza Smith identifica varie ragioni per cui gli individui
possono provare interesse per la vita degli altri, distinguendo tra simpatia,
generosità, senso civico e altre motivazioni.
In terzo luogo, lungi dall´attribuire al perseguimento dell´amor di sé la
capacità di dare vita a una buona società, Smith sottolinea la necessità di
guardare ad altri moventi, e non solo per la realizzazione di una società
decorosa, ma anche per quella di un´economia di mercato florida. Si spinge
persino ad affermare che se «la prudenza» è «tra tutte le virtù quella
maggiormente utile all´individuo», «l´umanità, la giustizia, la generosità e
il senso civico sono le qualità più utili agli altri».
L´interpretazione standard del pensiero smithiano promossa dalla maggior
parte degli economisti, e in tal modo filtrata nella cosiddetta «politica
della scelta razionale» e nella corrente dominante dell´«analisi economica
del diritto», è completamente fuori strada.
http://www.repubblica.it 27 maggio 2010

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