Per una vera Europa democratica
Sulla soglia dell'unificazione economica e politica dell'Europa, la politica sembra esitare e tirarsi indietro.
Sul breve termine, tutte le attenzioni devono essere concentrate sulla crisi.
Ma al di là di questo, gli attori politici non dovrebbero dimenticare i difetti
di costruzione che sono alla base dell'unione monetaria e che potranno essere
rimossi non più solo attraverso un'unione politica adeguata: l'Unione Europea
non dispone delle competenze necessarie per armonizzare le economie nazionali,
che presentano divergenze marcate sul piano della competitività. Il «patto per
l'Europa» appena ribadito serve solo a ribadire un difetto antico: gli accordi
non vincolanti fra capi di governo sono o inefficaci o antidemocratici e per
questa ragione devono essere sostituiti da un'incontestabile
istituzionalizzazione delle decisioni comuni.
Da quando l'embedded capitalism è tramontato e i mercati globalizzati della
politica stanno evaporando, diventa sempre più difficile per tutti gli Stati
dell'Ocse stimolare la crescita economica e garantire una ripartizione giusta
degli introiti, e garantire la sicurezza sociale della maggioranza della
popolazione. Dopo la liberalizzazione dei tassi di cambio, questo problema è
stato disinnescato dall'accettazione dell'inflazione. Dal momento che questa
strategia comporta dei costi elevati, i governi utilizzano sempre più la
scappatoia delle partecipazioni ai bilanci pubblici finanziate con il credito.
La crisi finanziaria che va avanti dal 2008 ha fissato anche il meccanismo
dell'indebitamento pubblico a spese delle generazioni future; e nel frattempo
non si capisce come le politiche di austerity – difficili da imporre sul fronte
interno – possano essere conciliate sul lungo periodo con il mantenimento di un
livello sopportabile di Stato sociale.
Dato il peso dei problemi, ci si aspetterebbe che i politici, senza rinvii e
senza condizioni, mettano finalmente sul tavolo le carte europee, in modo da
chiarire esplicitamente alle popolazioni la relazione fra costi a breve e utilità
reale, vale a dire il significato storico del progetto europeo. Dovrebbero
superare la loro paura dei sondaggi di opinione e affidarsi alla potenza
persuasiva dei buoni argomenti. Invece strizzano l'occhio a un populismo che
loro stessi hanno favorito occultando un tema complesso e impopolare. Sulla
soglia dell'unificazione economica e politica dell'Europa, la politica sembra
esitare e tirarsi indietro. Perché questa paralisi? È una prospettiva
prigioniera del XIX secolo, che impone la risposta nota del demos: un popolo
europeo non esiste e dunque un'unione politica degna di questo nome sarebbe
costruita sulla sabbia. A questa interpretazione vorrei contrapporne un'altra:
una frammentazione politica duratura nel mondo e in Europa è in contraddizione
con la crescita sistemica di una società mondiale multiculturale e blocca
qualsiasi progresso nel campo della civiltà giuridica costituzionale dei
rapporti di forza fra Stati e dei rapporti di forza sociali.
Fino a questo momento l'Ue è stata portata avanti e monopolizzata dalle élite
politiche e il risultato è stata una pericolosa asimmetria tra la
partecipazione democratica dei popoli ai benefici che i loro Governi «ricavano»
per sé stessi sul remoto palcoscenico di Bruxelles e l'indifferenza, per non
dire assenza di partecipazione, dei cittadini dell'Ue rispetto alle decisioni
del loro Parlamento di Strasburgo. Questa osservazione non giustifica una
sostanzializzazione dei «popoli». Solo il populismo di destra continua a
proiettare la caricatura di grandi soggetti nazionali che si chiudono a vicenda
e bloccano qualsiasi formazione di volontà transnazionale.
Negli Stati territoriali si è dovuto cominciare installando l'orizzonte fluido
di un mondo della vita diviso in grandi spazi e attraverso relazioni complesse,
e riempirlo con un contesto comunicativo rilevante della società civile, con il
suo sistema circolatorio delle idee. Va da sé che una cosa del genere si può
fare soltanto nel quadro di una cultura politica condivisa che resta abbastanza
vaga. Ma più le popolazioni nazionali prendono coscienza, e più i media fanno
prendere loro coscienza, della profonda influenza che le decisioni dell'Ue
esercitano sulla loro vita quotidiana, più crescerà il loro interesse a
esercitare anche i loro diritti democratici in quanto cittadini dell'Unione.
Questo fattore di impatto è diventato tangibile con la crisi dell'euro. La
crisi costringe anche il Consiglio europeo, a malincuore, a prendere decisioni
che possono pesare in modo squilibrato sui bilanci nazionali.
La conseguenza di un «governo economico» comune, che piace anche al Governo
tedesco, significherebbe che l'esigenza centrale della competitività di tutti i
Paesi della comunità economica europea si estenderebbe ben al di là delle
politiche finanziarie ed economiche e arriverebbe a toccare i bilanci
nazionali, intervenendo fino al ventricolo del muscolo cardiaco, cioè fino al
diritto dei Parlamenti nazionali di prendere decisioni di spesa.
Se non si vuole violare in modo flagrante il diritto vigente, questa riforma in
sospeso è possibile solo trasferendo altre competenze degli Stati membri
all'Unione. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno raggiunto un compromesso tra
il liberalismo economico tedesco e lo statalismo francese che ha contenuti ben
diversi. Se ho ben capito, cercano di trasformare il federalismo esecutivo
implicito nel trattato di Lisbona in un predominio del Consiglio europeo
(l'organo intergovernativo dell'Unione) contrario al trattato. Un sistema del
genere consentirebbe di trasferire gli imperativi dei mercati sui bilanci
nazionali senza alcuna reale legittimazione democratica.
L'Unione deve garantire quello che la
Legge fondamentale della Repubblica federale tedesca chiama
(art. 106, comma 2): «l'omogeneità delle condizioni di vita». Questa «omogeneità»
fa riferimento solo a una stima delle situazioni della vita sociale che sia
accettabile dal punto di vista della giustizia distributiva, non a un
livellamento delle differenze culturali. Un'integrazione politica fondata sul
benessere sociale è indispensabile se si vuole proteggere la pluralità
nazionale e la ricchezza culturale del biotopo della «vecchia Europa» dal
livellamento nel quadro di una globalizzazione che avanza a ritmo sostenuto.
© Le Monde - tradotto da Denis Trierweiler e Fabio Galimberti
MicroMega (10 novembre 2011)

Precedente: I danni dei cambiamenti climatici: in 10 anni 710 mila vittime e 14 mila catastrofi

