Pensieri da contro-compagni
La ricostruzione delle vicende dei comunisti critici sui sistemi totalitari.
È un’impresa enorme, quella cui si è accinta la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia affidando allo storico Pier Paolo Poggio, costretto in qualche modo a farsi anche sociologo, di coordinare un insieme di lavori sul tema poco di moda della storia del comunismo e delle rivoluzioni del Novecento, un’impresa che ha appena prodotto un primo importante risultato, un massiccio volume di quasi settecento dense pagine su L’età del comunismo sovietico (Europa: 1900-1945).
Il piano dell’opera ne prevede altri quattro che vale la pena di elencare: Il sistema e i movimenti (Europa: 1945-1989), Capitalismo e rivoluzione nelle Americhe (1900-1989), Anticolonialismo e comunismo in Africa e Asia (1900-1989), e infine Comunismo e pensiero critico nel XXI secolo, che si annuncia come il volume più ambizioso e spinoso. Il primo volume è diviso in più parti: «Rivoluzione,guerra e comunismo », con saggi sulla rivoluzione russa (dello stesso Poggio), sul movimento tedesco dei consigli, sulla guerra di Spagna e il conflitto tra comunisti e anarchici, sulla nostra Resistenza e il ruolo avuto al suo interno dai comunisti eccetera; «Comunisti eretici» (ben tre saggi sulla Luxemburg e poi Trotski, Pannekoek,Bogdanov, Bucharin, Bordiga e Victor Serge; un ritratto particolarmente appassionante);
«Marxisti eterodossi»
(Lukacs, Korsch, Michels, Gramsci, Benjamin, Bloch, Brecht, la Scuola di Francoforte); «L’antistalinismo» (e qui la novità è maggiore, perché si tratta di personaggi a volte poco studiati e di conseguenza poco conosciuti: vicino agli studi su Silone, Koestler, Orwell, Tasca e Berneri, ci sono quelli su Caffi,Souvarine, Ciliga, Bruno Rizzi); e infine, nel blocco dedicato a «Un’altra idea di rivoluzione», ecco alcuni studi importanti perché non riguardano direttamente il comunismo bensì i rapporti intrattenuti col comunismo da Sorel, Landauer, Buber,SimoneWeil, Kojève, Bataille, Polanyi e WilhemReich...
In definitiva, il panorama è fitto di dati e di suggestioni, e coordinato con intelligenza affinché l’aspetto scientifico non contrasti con le necessità della sintesi, della divulgazione. Gli autori sono mediamente piuttosto giovani, nomi non abusati. Sono pochi quelli noti a un pubblico non di specialisti (ricordo Marco Revelli, Charles Jacquier, John Newinger, Maria Grazia Meriggi, Nicolas Tertulian, Santo Peli...) ma, come si apprende scorrendo le note biografiche in fondo al volume, si tratta sempre di studiosi che si sono occupati assiduamente del tema o personaggio che affrontano.
Il titolo complessivo dell’opera è non a caso L’altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, ed è ovvio che vi si tratta dei perdenti e non dei vincenti, nella storia del comunismo, anche se alla lunga i vincenti sono risultati loro i veri perdenti, avendo edificato un sistema sociale e un modello politico e partitico e un sistema ideologico e dottrinario miserevolmente crollati non solo per la pressione dei nuovi tempi, anzitutto per la loro interna miseria, per il loro settarismo e la loro vocazione autoritaria e, è il caso di dirlo, dittatoriale. All’utopia del socialismo si sostituì in Urss la pratica di un «socialismo nazionale di Stato» secondo la definizione di Vasilij Grossman citata da Poggio a chiusura del suo saggio su bolscevismo e stalinismo. All’utopia dei cento fiori (ipocritamente ripresa dal maoismo), si sostituì una sorta di pensiero unico però adattato volta a volta agli interessi dei vincitori, di coloro che agivano all’interno dei gruppi dirigenti, delle nomenklature di Russia e dei paesi satelliti e dei partiti comunisti occidentali, dei loro eserciti e delle loro polizie. Il progetto di Poggio è quello di «riportare alla luce un mondo che rischia di sprofondare nel nulla», un mondo che ha avuto di fronte, negli intrecci ideologici e nelle diverse militanze che la storia del Novecento ha veduto, non solo il mondo comunista, anche quello dei grandi rivali del comunismo fascismo e capitalismo. E proprio perché «la concentrazione sul presente assoluto dell’economia e del consumo» e un modo di intendere e fare la politica che oggi oscilla «tra l’adesione incondizionata e il rifiuto irriflesso senza mai uscire dall’occasionalismo, dalla ricerca spasmodica di un consenso che non le serve a nulla, perché non ha nulla da proporre oltre lo spettacolo che (la politica) offre di se stessa», proprio per questo appare necessario riscoprire tradizioni altre, pensieri e analisi che puntavano su soggetti altri da quelli canonici del bolscevismo (e del marxismo più rigido), i contadini, gli artigiani, il ceto medio, gli intellettuali, i giovani, le donne... Anche perché il dominio della tecnica sul nostro presente pone problemi che sono certamente nuovi,ma altrettanto certamente impongono di ragionare sulle alternative possibili al presente modello di sviluppo che può apparire unico e “dittatoriale” quanto quello del bolscevismo.
www.ilsole24ore.com 9-05-2010

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