Passatemi l'olio.
Perle dalla rete
Diro anch'io la mia su Craxi (potevo esimermi?)
Era antipatico.
Tutto qui? Beh, sì. Ma scusate, vi sembra una cosa da poco? Credete che
antipatia e simpatia non siano dettagli da tenere in conto quando si formula il
giudizio su un leader politico democratico? Barack Obama e Berlusconi non vi
hanno insegnato niente.
Non voglio nemmeno dire che la politica consista nel farsi amare dalla gente.
Però aiuta. Diciamo che è il 40% del lavoro. L'altro 60 magari consiste nel
migliorare il proprio Paese, e da questo punto di vista... cough, sto ancora
lavorando per pagare il debito pubblico che questo tizio ha aiutato
a quadruplicare, per cui, se non vi spiace, lasciamo perdere (potrei
prendere fuoco). Concentriamoci sull'aspetto “piacere alla gente”. Oggi si dà
per scontato.
Trent'anni fa era diverso. Si stava passando dal modello in bianco e nero (il
politico serioso e autorevole, eloquio soporifero, occhiali da nerd) a quello a
colori: il politico pop, che conquista i telespettatori lanciando slogan brevi
e a effetto. Craxi rimase incastrato nella fase di transizione. Se vogliamo
essere onesti dobbiamo dire che non funzionava né a colori né in bianco e nero.
La sua faccia unticcia e le sue pause imbarazzanti stridevano sul vetro
televisivo come i pattini sul ghiaccio della vecchia pubblicità viakal
Cif Ammoniacal (si-può-graf-fia-re). Non era necessario essere stati
indottrinati dal Kgb per trovarlo immediatamente insopportabile. Fidatevi:
veniva spontaneo.
Il dibattito di questi giorni (ammesso che interessi qualcuno) è paradossale.
Sembra che su Craxi sia possibile formulare soltanto due ipotesi antitetiche:
statista o tangentaro. In mezzo ci sono quelli che, mah, forse non era né un
gran statista né un gran tangentaro (mediocre anche in quello? Andiam bene).
Nessuno che faccia presente una semplice e banale verità: prima ancora di
essere più o meno politico o ladro, Craxi era antipatico come pochi, e questo
alla lunga gli rese un pessimo servizio. Anche perché c'era una certa hybris
nell'idea di poter governare e addirittura modernizzare l'Italia senza essersi
mai fatto votare da più di un italiano su sei. Sulla cresta di un'onda lunga
sempre prevista, mai arrivata - oppure era quella che alla fine lo travolse.
Vi è capitato di vedere, negli ultimi giorni, qualche intervista inedita, un
filmato di repertorio? (No. Non ve ne poteva fregar di meno. Appunto). Di
solito quando una grande uomo muore, gli cresce l'aureola attorno, anche nei
documenti video: diventa più bravo, più bello, le sciocchezze che dice sembrano
massime di La
Rochefoucauld. A Craxi non succede. A distanza di anni la sua
voce stentorea continua a urtare l'orecchio come un controsenso. Craxi viveva
nei televisivi anni Ottanta, contemporaneo di Jei Ar e del mio amico Arnold, e
impostava la voce come in un comizio anni Cinquanta.
Lo so cosa state per dire: anche Pertini. E Pertini era popolarissimo. Sì,
perché con quella voce d'altri tempi Pertini impastava discorsi a braccio
pazzeschi, prendeva una cerimonia come il Discorso di Fine Anno e lo
trasformava nel confessionale del Grande Fratello (Hai sentito come gliele ha
cantate a Gheddafi?) Pertini si era ormai incarnato nello stereotipo del nonnetto
bizzoso con un passato da romanzo, e ci si divertiva. Craxi invece era il Padre
che non torna neanche a cena, ha l'amante e non ti parla da anni, ma ti
toglierà il saluto se non ti iscrivi a giurisprudenza. Poi magari il vero Craxi
coi figli era tutt'altro (possibile, a giudicare dallo zelo con cui ancora oggi
ne difendono la memoria), ma il personaggio-Craxi era quello, e stava sulle
palle all'ottanta per cento degli italiani. Non mi sembra un dato politico da
sottovalutare.
Non è che i suoi diretti concorrenti non soffrissero dello stesso problema, ed
è interessante studiare gli sforzi che fecero per adeguarsi a qualcosa che
ancora non si capiva cosa fosse. Berlinguer si fece prendere in braccio da
Benigni, fu un momento profetico. Andreotti cercava di spacciarsi per
battutista televisivo, funzionò finché resse la claque. Forlani non faceva
niente e infatti Forlani è stato risucchiato dal niente. Occhetto sbaciucchiava
la moglie davanti ai fotografi. Erano esperimenti un po' così, ma tutti avevano
capito che qualcosa andava fatto. Craxi no. Lui nel frattempo si era sdoppiato
in due personalità: lo Statista Di Livello Mondiale e il brigante Ghino di
Tacco – ed erano antipatiche entrambe. Probabilmente pensava a sé stesso come
una specie di Mitterand italiano, machiavellico ed enigmatico quanto bastava, e
credeva che il problema simpatia si risolvesse circondandosi di nani e
ballerine (invece riusciva a rendere antipatici anche costoro). Che bisogno c'è
di essere simpatico, quando in lista hai Gerry Scotti? Non si faceva molta
fatica a capire che il suo personaggio avrebbe finito per restare impregnato di
tutta l'arroganza così caratteristica degli anni Ottanta. E che avrebbe fatto
la fine triste di un cattivo di Dinasty o di Falcon Crest, di quelli che
scompaiono dalla scena senza neanche salutare perché non gli rinnovano il
contratto. A volte li si fa esplodere in mille pezzi su un motoscafo. Altre
volte partono per un Paese lontano, da cui non si ritorna. Si parla ancora un
po' di loro, di sfuggita: e poi scompaiono, non sono mai esistiti, la vita
(finta) va avanti.
Viene il sospetto che Forattini – uno molto più bravo ad annusar l'aria che a
far ridere – avesse captato qualcosa di profondo disegnandolo come un piccolo
mussolini. La stessa arroganza a doppio taglio: gli italiani per un po' la
sopportano, ma alla prima difficoltà eccoli pronti ad appenderti per i piedi. A
Craxi poi non è andata così male: appena un assalto con le monetine. Eppure
continuano a farcelo vedere, come se ce ne dovessimo vergognare. Di aver preso
a monetine un politico arrogante? Non mi vengono in mente cento lire meglio
spese. Ma no, i vedovi Craxi non si danno pace. Probabilmente perché la fede in
Craxi Grande Statista ha qualcosa di simile a quella nel Dio del Vecchio Testamento:
richiede un investimento emotivo e psichico enorme. Bisogna ricordarsene tutti
i giorni e tutte le notti.
E quindi si stracciano le vesti: Perché ha pagato lui per tutti, perché?
Semplice: ha rifiutato di farsi processare... No, ci vuole una spiegazione più
profonda. Va bene, e allora tenetevi questa: ha pagato più degli altri non
perché fosse il più disonesto, ma perché era il meno simpatico. E' giusto? No,
magari no. Ma è giusto giocare a fare i leader carismatici col 15% dei
suffragi? Berlusconi, che tanto gli deve, dai suoi errori ha imparato
parecchio. Berlusconi, lui, non graffia: va giù liscio come una mousse. Ha il
sorriso smagliante, la battuta pronta (magari mediocre, ma pronta), non si
blocca ogni cinque secondi per trovare l'espressione più tranchant, che poi
tranchant non era mai.
Date un'occhiata a questo grafico sull'affluenza alle urne
nei referendum abrogativi. L'ho fatto qualche mese fa, perché m'interessava
mostrare che il trend negativo è quasi trentennale. L'unica eccezione è un
picco improvviso tra 1991 e 1993 (e dire che l'anno prima per la prima
volta il quorum non era stato raggiunto). Cos'era successo nel 1991?
Tante cose, ma secondo me su tutte una: un giornalista aveva intervistato Craxi
a tavola. Ricordate, era il momento in cui i politici cercavano di mostrarsi
più alla mano, quindi questo giornalista aveva avuto accesso alla tavola di
Craxi. E gli aveva chiesto se davvero secondo lui gli italiani dovevano andare
al mare, la domenica del referendum. Craxi (che al mare c'era già) dopo la
solita pausa, aveva detto: passatemi l'olio.
Ecco chi era Craxi. L'unico politico in grado di riportare gli italiani nelle
urne referendarie, invertendo un un trend ventennale. Semplicemente facendo una
figura da stronzo per dieci secondi in tv. Altro che monetine. Ringraziate che
fosse finita la stagione dei bulloni.

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