Pasolini e la morte (1)
Tramite il pittore Giuseppe Zigaina, emerge la statura di Pasolini romanziere, narratore e poeta...
Ho conosciuto Pasolini nel 1965, a Napoli, nel corso di una conferenza, e avevo anche parlato a lungo con lui tutta una sera, dopo cena, ricavando una sensazione di grande delicatezza e di socratica prevaricazione da parte di un uomo che escogitava anche la dolcezza per entrare in contatto con gli altri; ma in realtà mi sono avvicinato all'opera di Pasolini tramite Zigaina.
Zigaina alcuni anni fa mi aveva fatto la strana proposta di presentare con lui, a New York, una mostra di disegni e di pitture di Pasolini.
All'inizio, quando mi fece questa proposta, io ero molto perplesso, in quanto stimavo sinceramente Pasolini regista, ma meno il Pasolini romanziere, narratore e poeta, e avevo paura che in qualche modo la sua produzione figurativa avesse quello che io ritenevo gli stessi vizi ideologici della sua produzione letteraria. Incoraggiato da Zigaina, invece, ho guardato con attenzione queste opere e devo dire francamente che fui preso dalla loro qualità, oltre che dall'itinerario che Zigaina stesso aveva predisposto: una "trappola" forse, ma molto efficace e estremamente persuasiva. E scrissi un saggio che s'intitola Difficoltà dell'essere e grazia dell'apparire; perche la chiave di lettura in esso contenuta (io ho letto con molta attenzione il libro di Zigaina Pasolini e la morte, e Zigaina d'altra parte non mi aveva ancora fatto conoscere del tutto l'opera di scavo che stava effettuando nella produzione esistenziale e culturale di Pasolini), perchè la chiave di lettura ripeto contenuta nel mio saggio potrebbe anche aprire l'anticamera dove poi Zigaina espone le sue teorie e le sue idee su Pasolini. Infatti io ho sempre pensato al poeta frinlano come a un'artista manierista, artista di stile e produttore di linguaggi a partire dalla memoria di altri linguaggi. Pasolini, dunque, artista recintato nell'area del linguaggio, ma tutto teso nello sforzo eroico di penetrare, attraverso il linguaggio stesso, nella vita.
Da qui il dissidio: il dramma di Pasolini artista che ha la coscienza di operare nello spazio della metafora e nello stesso tempo uomo esistente che vorrebbe - attraverso il linguaggio - penetrare nella realtà delle cose.
Nel corso di questo secolo abbiamo tre figure emblematiche tra arte, letteratura e vita: D'Annunzio, Beuys e Pasolini.
E' chiaro che nel caso di Beuys, data la matrice culturale tedesca della sua formazione scilleriana l'arte è concepita come educazione, e l'estetico come educazione anche delle masse; I'arte insomma è un'arma capace di plasmare il corpo sociale così come si dà forma a una scultura. Abbiamo dunque l'artista demiurgo che assumendosi l'autorità di questo gesto si propone come un grande artista romantico.
Ma nel caso di D'Annunzio e Pasolini, pur esistendo delle differenze tra i due, possiamo anche sulla scia di una tradizione considerarli entrambi vati, ossia interpreti del proprio tempo; e nel contempo stesso profeti di un futuro che essi non vivranno ma che hanno anticipato col loro comportamento.
Sono due artisti, D'Annunzio e Pasolini, che hanno scritto anche con la loro azione e qui comincio a dare subito merito a Zigaina di averlo apertamente dichiarato. Pasolini è un artista che ha fatto scritture e linguaggi integrati dal proprio comportamento; così come in un certo senso lo ha fatto D'Annunzio quando, con un comportamento esaltato da una grande attività letteraria e poetica, realizzava un vero e proprio monumento a se stesso.
Da una parte il vate di marmo, D'Annunzio, militare esemplare che puntava, con il suo retroterra culturale nietzscheiano, ad una esemplarità capace di porlo al di sopra degli altri: artista, dunque, serenamente antidemocratico. Dall'altra, invece, Pasolini democratico. Ma democratico nel senso che egli, pur sentendosi come gli altri, fonda la propria esperienza su un corpo a corpo con gli altri, ossia in un rapporto non di ordine gerarchico,ma orizzontale Senonché D'Annunzio - visto dai più come un'artista "decadente"e quasi ottocentesco - è un qualcuno che (preceduto da Balzac) ha anticipato l'industria culturale. Un qualcuno che scriveva su committenza, che trovava il nome alla "Rinascente", all"'Aurum", agli "Amari", che faceva del copyright una seconda professione, che investiva col linguaggio ogni possibilità produttiva fino a sentirsi umiliato tra un'ammissione di se stesso super-omimica e il commercio che da quelle attività riusciva a trarre - in una società che si avviava ad essere sempre più massificata e industrializzata.
Dall'altra parte invece abbiamo quello che potremmo chiamare un vate di carne: Pasolini. Il quale adotta la scrittura del corpo che passa attraverso l'attività letteraria, la sequenza filmica, il romanzo, gli scritti corsari sul "Corriere della Sera": una doppia scrittura capace di coesistere e di connettersi poiché egli la considerava non una spaccatura tra arte e vita bensì la possibilità, e il piacere, di quella che Zigaina definisce con giuste testimonianze "contaminazione totale".
Ed ecco che questa parola ci introduce in uno scenario culturale a noi molto vicino.
Pasolini è qualcuno che, stranamente - anche se spesso equivocato come ultimo nostalgico cantore di una improponibile civiltà contadina -, leggendo i vizi della civiltà industriale, aveva preconizzato gli scenari del post-moderno. E la contaminazione, come sappiamo, è proprio l'adduzione strategica di un atteggiamento legato alla constatazione che non esistono più ancoraggi a valori sicuri, che non esiste più un'ideologia, un parametro di marmo a cui appigliarsi; di qui la constatazione che la storia si svolge non più su un percorso rettilineo ma mediante andate e ritorni, sgomitate e contradizioni.
La contaminazione in Pasolini avviene dunque sia attraverso questi due livelli di scrittura del quotidiano ed esemplarietà del linguaggio alto della cultura sia attraverso una pluri-attività: ossia attraverso il recupero della figura del produttore neoumanista capace

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