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Pane e acqua, un'emergenza

Nel mondo continua a crescere la quota di popolazione priva di risorse alimentari. La fame non è solo un problema di Continenti come l’Africa. L’emergenza cibo esiste anche poco oltre la soglia di casa nostra.

Dopo tanta industria, finita la galoppata del terziario, metabolizzata la rivoluzione di internet, al centro della scena sta tornando il settore primario.

A questo spostamento di baricentro verso l’agricoltura hanno collaborato diversi elementi. Ma c’è anche un fattore scatenante: l’aggravamento della crisi alimentare negli ultimi mesi e i forti rincari subiti da alcuni generi. Gli effetti sono ben visibili anche nella vita di ogni giorno sotto forma di impennata dei prezzi di molte derrate alimentari. In Italia, negli ultimi 12 mesi il prezzo del pane è cresciuto del 13%, quello della pasta addirittura del 25 per cento.

A ben vedere, in tutto questo si mette in luce un aspetto paradossale. In un mondo dominato dal progresso tecnologico e dalla smania di novità, anche nei Paesi più moderni e industrializzati si torna a concentrare l’attenzione su priorità che fino a ieri potevano sembrare appartenenti a un passato ormai lontano: pane e acqua. (Nota 1). Invece in questo caso il passato si declina anche al futuro.

La grande sete

Ma il mondo non è alle prese solo con una grave emergenza alimentare. Contemporaneamente all’acutizzarsi di questa crisi, si è manifestata sempre più chiaramente la scarsità delle risorse idriche. Il pianeta ha sete: l’«oro blu» non basta per tutti, ma il livello di consapevolezza è ancora basso. Se ne parla poco, di solito solo durante le settimane più calde dell’estate, eppure anche in questo caso si tratta di un’emergenza mondiale. In Cina e in India le falde acquifere perdono da uno a tre metri ogni anno e secondo l’ultimo rapporto «WorldWatch» in tutto il pianeta l’avanzata del deserto ha già distrutto 30 milioni di ettari di terre irrigue. L’acqua diventa sempre più scarsa, esattamente come avviene per il petrolio. Ma mentre di questo si parla ogni giorno, nel mondo occidentale la disponibilità illimitata di acqua viene considerata - erroneamente - un fatto scontato e immutabile. La poca consapevolezza e il basso livello delle tariffe contribuiscono ad alimentare gli sprechi della popolazione e delle strutture produttive. Eppure, secondo una recente stima dell’Ocse, entro i prossimi 12 anni metà della popolazione mondiale vivrà in zone ad alta tensione a causa dell’insufficienza di acqua potabile.

Come spesso avviene, i primi a fiutare l’affare e a muoversi sono stati soggetti economici in cerca di profitti, convinti che l’acqua sarà uno dei migliori business del futuro. Ed ecco che sempre più spesso nelle grandi pianure degli Stati Uniti, ma anche in molte altre nazioni, cartelli con nomi come Mesa Water, Royal Dutch Shell, Nestlé e Suez-Lyonnais des eaux compaiono su terreni ex demaniali, assicurando a questi operatori i relativi diritti di sfruttamento delle falde acquifere. (Nota 2).

Nelle mani della speculazione

Che si tratti di pane o di acqua, un ruolo rilevante nell’andamento dei prezzi è giocato dalla speculazione, che indirizza enormi flussi finanziari verso strumenti vecchi e nuovi, dalle azioni ai più sofisticati prodotti derivati.

Nella sua pragmaticità, la legge della finanza può essere spietata: da un lato c’è chi investe e cerca di estrarre profitto a ogni costo. Dall’altra qualcuno perde. Il mercato non fa sconti e, come dice un noto proverbio, «non esistono pasti gratuiti». Un modo di dire che, in questo contesto, può suonare cinico, visto che la speculazione sui prodotti agricoli contribuisce certamente ad affamare vaste zone del mondo.

Alcuni dati per capire l’impressionante spiegamento di forze in campo. Tra il 2005 e il 2007 i prezzi nominali di alcuni prodotti agricoli (per esempio grano, frumento e olio di soia) sono raddoppiati e anche per il 2008 si prevedono incrementi molto rilevanti. Parallelamente, sono aumentati gli investimenti finanziari in commodities, attratti dalla elevata probabilità di fare ulteriori profitti. Oggi, nei portafogli di fondi comuni, Etf (exchange traded funds), Etc (exchange traded commodities), hedge fund (fondi speculativi) e gestioni patrimoniali questa voce vale complessivamente 300 miliardi di dollari. Il fenomeno è in accelerazione: solo nel primo trimestre del 2008, sulle materie prime agricole si sono riversati dai 30 ai 50 miliardi di dollari in cerca di guadagni, meglio se ottenuti a breve termine. Un «volume di fuoco» talmente imponente da mettere in allarme le stesse Autorità di vigilanza dei mercati, sempre più preoccupate per la formazione di una bolla speculativa il cui scoppio avrebbe conseguenze nefaste. Ma intanto prosegue la corsa delle quotazioni, questo contribuisce a richiamare nuove risorse e la spirale continua a prendere velocità. Negli ultimi sei mesi l’Etc sul grano quotato in Piazza Affari ha guadagnato più del 40%, mentre le azioni colavano a picco e le obbligazioni non riuscivano a proteggersi dalle zampate dell’Orso.

Si mette dunque in evidenza una nuova contraddizione intrinseca all’idea di libero mercato portata all’estremo (il "mercatismo", secondo l’efficace definizione di Giulio Tremonti, nota 3). Quando la ricerca del profitto, spinta fino alla speculazione, si indirizza verso le risorse alimentari, le conseguenze possono essere devastanti. Non solo da un punto di vista etico. Viene messo in crisi l’equilibrio sociale e con la conseguente instabilità rischia di incepparsi il meccanismo stesso che regge gli scambi.

Nel mondo continua a crescere la quota di popolazione priva di risorse alimentari. La fame non è solo un problema di Continenti come l’Africa. L’emergenza cibo esiste anche poco oltre la soglia di casa nostra. I dati sono da bollettino di guerra: secondo valutazioni dell’Onu, già prima dell’attuale crisi alimentare nel mondo circa 860 milioni di persone soffrivano la fame e ogni anno 36 milioni muoiono per questo motivo. I forti incrementi dei prezzi delle derrate di questi mesi sta facendo cadere nella denutrizione altri 100 milioni di persone, distribuite in circa 30 Paesi. Il primo pensiero va naturalmente alle zone più tristemente note dell’Africa sub-sahariana, ma in realtà l’area di sofferenza è ben più vasta. Comprende zone di Asia e America Latina, ma anche degli Stati Uniti, dove l’Amministrazione Bush è stata costretta ad aumentare la distribuzione di «food stamps», i buoni per il ritiro di generi alimentari. Infine, in Europa il problema alimentare riguarda potenzialmente 70 milioni di persone che vivono con redditi sotto la soglia della povertà. Salvo brusche e rapide variazioni di rotta nella destinazione delle risorse e nelle misure di sostegno, verrà mancato il target che la Fao si è fissata per i prossimi anni: «L’obiettivo di ridurre a metà il numero degli affamati entro il 2015 - ha recentemente dichiarato il direttore generale Jacques Diouf - sarà raggiunto, forse, solo nel 2050».

Lo snodo centrale resta lo sviluppo dell’agricoltura e l’incremento delle sue capacità produttive. Investimenti sull’agricoltura sono indispensabili e urgenti. Entro il 2015 l’agricoltura europea non sarà più in grado di soddisfare la domanda. Come è facile presagire, gli squilibri provocheranno ulteriori forti aumenti, in particolare per frumento, cereali e olio di semi. Già oggi, la bilancia commerciale agricola del Vecchio Continente è in rosso per 6 miliardi di dollari. Nonostante questo, il numero di imprese e la superficie coltivata sono in costante diminuzione.

Biocarburanti sotto accusa

La scarsità delle risorse e la loro progressiva concentrazione in poche mani, sempre più spesso private, pongono un più ampio problema di equilibrio nella scelta delle priorità. Biocarburanti e alimentazione vengono a trovarsi su fronti apparentemente opposti. Da un lato preme la necessità cogente di sfamare vaste fasce di popolazione. Dall’altro lato avanza la consapevolezza della scarsità di petrolio, il bisogno di farvi fronte e di farlo con soluzioni sostenibili anche da un punto di vista ambientale.

Gli interessi in gioco sono enormi, ma non ci sono solo valutazioni economiche: si apre anche una non secondaria questione etica. Sotto accusa c’è la politica di sussidi, incentivi e sostegni ai biocombustibili. Le produzioni energetiche finiscono inevitabilmente con il sottrarre risorse fondamentali alla produzione alimentare, in un momento in cui il mondo soffre acutamente la penuria di cibo.

Inoltre, nonostante le discussioni ancora vivaci, sembra ormai certo il legame diretto tra incremento della diffusione dei biocarburanti e impennata dei prezzi alimentari. Tra il 2002 e il febbraio del 2008 il rincaro è stato del 120 per cento. Un rapporto riservato della Banca Mondiale (in parte reso noto all’inizio di luglio dal quotidiano inglese «The Guardian») contraddice la tesi del Governo Usa secondo cui la produzione di biocarburanti è all’origine di meno del 3% degli incrementi dei prezzi. Secondo l’analisi della Banca Mondiale, invece, proprio le politiche di incentivo dei biofuels hanno comportato una diminuzione degli stock mondiali di grano e mais a uso alimentare. Le distorsioni del mercato sarebbero avvenute in almeno tre modi. Anzitutto l’utilizzo dei cereali è stato dirottato dall’alimentazione ai carburanti: oltre un terzo del granturco statunitense è stato utilizzato per la distillazione di etanolo e circa la metà degli oli vegetali dell’Unione europea è stata destinata alla produzione di biodiesel. In secondo luogo gli agricoltori sono stati indotti a modificare l’utilizzo dei loro campi riconvertendoli a produzione utile per biocombustibili. Infine tutto questo ha risvegliato, come già accennato, l’attenzione della grande speculazione finanziaria.

In realtà, appena si approfondisce la questione, si scopre che i termini non sono così chiari e lineari e che al biocombustibile vanno stretti i panni di unico colpevole. Molti eminenti economisti ritengono che la produzione di biocarburanti sia causa di povertà e fame nel mondo. Ma ci sono numerosi altri analisti che sostengono l’esatto contrario, cioè che la produzione di biocarburanti contribuisce alla crescita delle economie locali e alla ridistribuzione della ricchezza a livello globale, creando opportunità di lavoro in zone rurali e aiutando i piccoli agricoltori a incrementare il loro reddito. Non per caso a difesa del biofuel è sceso in campo il presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, che ha tra l’altro detto: «Alcuni paragonano l’etanolo al colesterolo. C’è quello buono e quello cattivo...». Il Brasile è attualmente il Paese leader nella produzione di bioetanolo, con un totale di 16 miliardi di litri ogni anno.

Inoltre il progresso tecnologico contribuisce a smussare le contrapposizioni. Si stanno infatti facendo avanti i "biocarburanti di seconda generazione" ottenuti tramite la lavorazione di materiale lignocellulosico, al posto degli attuali prodotti derivati da oli e cereali. Alcuni Paesi - come Germania, Regno Unito e Stati Uniti - stanno già sperimentando questi biocarburanti. Non è però una via facile, principalmente a causa degli alti costi necessari per costruire le nuove "bioraffinerie", pari - secondo alcune stime - a quattro o cinque volte quelli necessari per una centrale per bioetanolo.

Infine, secondo quanto emerso dal seminario internazionale su "Biofuels e sviluppo sostenibile" svoltosi a Venezia nel maggio 2008, «la ricetta per superare il conflitto tra produzione di energia e sicurezza alimentare va cercata anche nello sfruttamento di terreni marginali non competitivi con produzioni alimentari».

Conclusioni

Va ormai diffondendosi, fortunatamente, la consapevolezza della necessità di un “New Deal per l’agricoltura”, con l’obiettivo di raddoppiare la produzione entro vent’anni (Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale), la convinzione che sia urgente e opportuna una “Bretton Woods” del grano (Franco Frattini, ministro degli Esteri).

Rilevante in questo senso lo sforzo compiuto dalle Nazioni Unite, che hanno elaborato un piano per coordinare le iniziative degli organismi internazionali e del settore privato. Il fabbisogno finanziario stimato per combattere efficacemente la crisi alimentare è compreso tra 15 e i 20 miliardi di dollari l’anno. Il piano (“The food and farming crisis: comprehensive framework for action”) propone azioni integrate, dal sostegno finanziario alle aree più colpite alla riduzione delle tariffe sull’importazione di merci agricole e dei sussidi al settore.

Va infine ricordata la proposta di Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione Ue. L’Unione europea rinuncerà a un miliardo di euro di aiuti per i suoi agricoltori – su un totale di circa 40 miliardi ogni anno - e li stanzierà per aiutare l’Africa. L’impegno complessivo di Bruxelles salirà così a 1,8 miliardi di euro.

Tuttavia, il livello di consapevolezza dell’opinione pubblica e, in parte, anche degli stessi Governi, non sembra ancora adeguato alla gravità, all’urgenza e alla complessità dell’emergenza alimentare. In quasi tutto il mondo le persone a cui mancano cibo e acqua stanno aumentando.

Fame e sete non sono però un destino segnato per l’umanità. Nemmeno derivano, in via diretta ed esclusiva, dalla crescita demografica, dal miglioramento delle condizioni di vita di vaste fasce di popolazione, da raggiunti limiti strutturali di produttività dell’agricoltura, o da sconvolgimenti climatici. Tutto ciò naturalmente influisce, contribuisce in diversa misura ad aggravare la situazione. Ma fame e sete non sono una condanna inevitabile. Sembrano piuttosto il frutto di un combinato disposto di errori politici, ritardi  e robuste spinte speculative.

Si sta inoltre evidenziando con forza un problema di equilibrio tra pressioni di differente natura. In particolare, tra la necessità di produrre più derrate alimentari e quella di sviluppare combustibili alternativi, derivati da materie prime agricole (biofuel).

Vista l’importanza della posta in gioco, non è possibile lasciare solo alle forze interne al mercato la ricerca di un punto di equilibrio. Spetta alla politica l’individuazione di soluzioni eque e sostenibili. Questo processo deve realizzarsi attraverso l’identificazione delle priorità e, di conseguenza, attraverso la destinazione delle risorse. Ma anche attraverso l’adozione di misure normative in grado di limitare gli effetti nefasti della speculazione.

In ultima analisi, si tratta di stabilire se pane e acqua rappresentano semplici merci, soggette come le altre alle leggi della domanda e dell’offerta. Oppure se sono molto di più: diritti civili inalienabili di tutta l’umanità.

 

 

Nota 1:

Non va però sottovalutato un triste elemento di attualità. Per il soddisfacimento dei bisogni primari in passato si è molto combattuto. All’origine di quasi tutti i conflitti c’è la penuria di risorse e la lotta per la conquista delle fonti di sostentamento. Oggi, purtroppo, questo pericolo torna a essere preso seriamente in considerazione dagli analisti.

 

Nota 2:

Un personaggio molto attivo nell’investimento in oro blu è lo statunitense Thomas Boon Pickens, patron di Mesa Water. Ottantenne, miliardario texano, Pickens non può certo essere definito un ecologista. Le sue vaste ricchezze personali (pari circa 3 miliardi di dollari) affondano le radici nel petrolio. La svolta risale al 1997, quando Pickens cominciò a investire pesantemente in risorse idriche, ma anche nel gas, nel vento e nell’idrogeno. Davanti ai primi risultati dei nuovi business, poco lusinghieri, qualcuno mise in giro voci su un presunto deterioramento delle funzioni cerebrali dell’anziano petroliere, noto per le sue spregiudicate scalate in Borsa. Per tutta risposta Pickens si fece scannerizzare il cervello dai ricercatori della Texas University, rendendo poi noti i risultati: «Capacità mentali perfettamente integre».

 

Nota 3:

In sintesi, la tesi che Giulio Tremonti sostiene già da anni si basa sulla constatazione che si è spezzata la catena Stato-territorio-ricchezza. Prima lo Stato controllava il territorio e con questo la ricchezza che stava infissa sul territorio: agraria, mineraria, paleo o proto-industriale. Per questo aveva il monopolio della politica (batteva moneta, levava le tasse, amministrava la giustizia). La globalizzazione ha dematerializzato e internazionalizzato la ricchezza, erodendo così le basi del vecchio potere politico nazionale. Alla vecchia ideologia dello Stato che poteva tutto, che tutto controllava, se ne è sostituita un'altra, appunto il «mercatismo», in cui a farla da padrone incontrastato è ora il mercato, divenuto - come lo Stato nelle ideologie comuniste - onnipotente e capace in quanto tale di risolvere tutti i problemi del vivere sociale.

Ma anche questa ideologia non ha avuto vita lunga: «E' durata - spiega Tremonti - solo un decennio. La sequenza mercato unico-mondo unico-uomo a taglia unica ha espresso un prodotto a veloce consumazione». Stando così le cose, su quali basi è possibile reimpostare l'azione politica? Anzitutto non facendo leva, nell'attività di governo della cosa pubblica, su formule ideologiche, ma empiriche, che nascano dall'osservazione della realtà: «Market if possible, government if necessary. E' questa - afferma Tremonti - una formula politica di tipo non universale, ma all'opposto, per definizione, di tipo particolare. Una formula che mira a soluzioni ad hoc, basate sull'equilibrio dinamico tra princìpi diversi e tra di loro potenzialmente opposti».

 

da Affari Esteri" n.160

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