P2. La breve stagione della dignità
La Commissione d’inchiesta sulla P2 fu il tentativo di fare luce sulla strategia, ancora in corso, di destabilizzare la democrazia nel nostro paese.
La sera spegneva la luce nell´ufficio di San Macuto e si allontanava verso Piazza di Pietra con una cartella pesante, piena di fotocopie e manoscritti. Abitava in una sorta di convento che dava alloggio ad altre donne del mondo politico democristiano.
La gente la fermava, la incoraggiava: «Vai, Tina, non guardare in faccia a nessuno». Il suo sorriso era quello da compagni di scuola, aperto, cordiale, complice. Alcuni di noi sapevano che in quella borsa di cuoio vecchio c´erano anche altri fogli, gli appunti per ricordare le cose più riservate. Era lì che forse aveva trascritto il consiglio dell´avvocato Agnelli: «Stia sempre attenta, signorina, il vero capo della P2 è l´onorevole X». Quel nome, inatteso, imprevisto, se lo andava ripetendo in cerca di una spiegazione, un collegamento. «Ma pensa te, proprio lui: il ministro!».
Le veniva da ridere e, spesso, rideva di quei luridi
personaggi che avevano cercato di «svuotare le istituzioni, infiltrandosi e
controllandole». Sorrideva di quei generali dei Servizi o dell´esercito che
balbettavano risposte senza senso quando li inchiodava spietata: «Ma lei non si
vergognava a pronunciare un giuramento segreto, dopo aver pronunciato quello
per la nostra Patria?».
Tina era arrivata alla presidenza della commissione nei giorni più neri, quando
non si capiva nemmeno se saremmo mai usciti dal fango scoperto ad Arezzo che
toccava tutte le istituzioni, la politica, il cuore stesso della nazione. Non
ci furono proteste rumorose davanti al suo nome, l´ex staffetta partigiana, la
prima donna ministro nella storia italiana. Di lei si sapeva soprattutto che
era stata molto vicina ad Aldo Moro e che, alla vigilia di un voto storico,
aveva raccolto dalla sua voce un messaggio per i capi del Pci, poi trasmesso
nella massima riservatezza.
Fu facile per noi cronisti restare affascinati dalla donna coraggiosa che ci
dava il Grande Segreto della Repubblica nel nome di una trasparenza assoluta in
cui credeva con fede religiosa. Furono anni difficili da raccontare. Alcuni
commissari di diverso orientamento politico dedicarono al compito un impegno
indefesso: penso a Massimo Teodori, Antonio Bellocchio, Giorgio Pisanò. Nessuno
era perfetto, tutti sentirono il peso di quell´incarico e il loro contributo fu
all´altezza della situazione. Tina sapeva di non potersi fidare di nessuno, ma
non mostrò diffidenza e riuscì a tenere insieme una variopinta folla di
parlamentari, giornalisti, esperti. Ci furono momenti in cui il compito pareva
impossibile: quando si trattò di far ritornare dall´Uruguay l´archivio di
Gelli.
Penso ai giorni in cui il mondo politico fece capire che era arrivato il
momento di chiudere la
Commissione. La vecchia morotea non si dava pace sul
retroscena del sequestro Moro, gli avvertimenti anche internazionali,
l´inadeguatezza delle indagini e quel gruppo di piduisti che al Viminale le
dirigevano. Forse, ci pensa ancora oggi, tra i fiori di un giardino costruito
là dove un tempo la sua famiglia coltivava i campi. Il momento più importante
fu il voto quasi unanime con cui il Parlamento approvò i risultati finali. E
nella storia di questo paese rimase scolpita l´immagine di una piramide in cima
alla quale c´erano sicuramente Licio Gelli e i suoi protettori politici, ma
sopra alla quale si appoggiava, rovesciata, un´altra piramide la cui natura e
consistenza fu solo accennata con riferimenti a servizi segreti italiani e
stranieri. Una piramide che simboleggiava l´Antistato, la grande congiura per
imporre al paese il Piano di Rinascita.
Fu un breve ma intenso momento di dignità del nostro Parlamento che oggi,
trent´anni dopo, non sarebbe in grado di esprimere personalità come quella di
Tina Anselmi e di molti commissari che cercarono la verità oltre l´interesse
del proprio partito. Oggi, quel che emerge della P3 fa pensare piuttosto a una
piovra: una testa che configura il Potere assoluto, economico, politico,
governativo, circondata da tentacoli, ispirati a una medesima filosofia, il
disprezzo della Costituzione e delle libertà fondamentali.
Seguire la commissione Anselmi è stata più che una grande esperienza e più di
una lezione di giornalismo: ci ha introdotto nei meccanismi più delicati della
democrazia. Mostrò il volto più oscuro del potere, ma anche il sorriso e la
serenità di chi ne è estraneo e dedica la sua energia a combatterlo. Tina
Anselmi, che non ha mai messo piede in un salotto romano, veniva a cucinare a
casa di noi cronisti il risotto col radicchio di Castelfranco, che ci portava
nella grande borsa insieme ai fogli di quella storia che è semplicemente la
storia della nostra Repubblica.
18 Luglio 2010

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