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Ora gli americani scoprono che la salute non è una merce

L’ostilità al cambiamento deriva dall’eccessiva fede individualistica tipica della mentalità Usa.

 

 


Un italiano ha contribuito alla storica riforma sanitaria varata dal Parlamento degli Stati Uniti. Si chiama Gino Gumirato, 43 anni, padovano, È un economista. esperto di gestione dei sistemi sanitari. Ha diretto le Asl di Viterbo, Piacenza, Chioggia, Cagliari.


Alla fine Obama ce l’ha fatta. Quali secondo lei che vi ha contribuito, professor Gumirato, i principali pregi della riforma sanitaria Usa?

«Due. Il primo è fin troppo noto ed ovvio: 32 milioni di cittadini avranno una copertura assicurativa cui prima non potevano accedere. L’altra conquista importante è frutto della battaglia contro le clausole che sinora storicamente avevano escluso milioni di individui dall’assistenza medica. Mi riferisco ai requisito delle condizioni sanitarie preesistenti, in base al quale non venivano rimborsate le spese per cure relative a malattie anteriori alla firma della polizza. Oppure alle clausole per negare il pagamento delle cure eccessivamente costose. Scompaiono. Non potranno più figurare nei contratti. Di fatto sinora servivano a discriminare in base al reddito».

 

La riforma ha anche dei difetti. Quali?
«Per evitare che la legge si arenasse, i promotori hanno dovuto accettare pesanti condizioni e fare concessioni. Una vede le donne protagoniste in negativo, o per meglio dire vittime, perché vieta l’uso di fondi pubblici a vantaggio di cliniche ed ospedali in cui si praticano gli aborti. L’altra è il ridimensionamento dell’agenzia federale che avrebbe dovuto svolgere un ruolo di controllo sul mercato delle assicurazioni. Nella versione originaria del progetto era una “authority” con forti poteri di controllo. Alla quale poteva rivolgersi il cittadino che non avesse trovato la compagnia adatta ad offrirgli il tipo di polizza a lui conveniente. L’agenzia federale avrebbe risolto il problema. Alla fine ci si è dovuti accontentare di una soluzione di compromesso. Il cittadino che ne faccia richiesta, riceverà il contributo finanziario utile a trovare sul mercato la compagnia che vada bene per lui. Il compito dell’authority non è più di controllare, ma piuttosto di compiere un’opera di supervisione».


Qual è stato il suo ruolo nella preparazione della riforma?

«Inizialmente ero stato chiamato fra i dieci esperti voluti da Obama per disporre di una sorta di specchio o di sparring partner per confrontare il progetto di riforma americana con i sistemi sanitari esistenti nel mondo. In realtà sostanzialmente mi sono occupato di calcoli economici e matematici. Più precisamente ho esaminato l’impatto economico che il varo della riforma avrebbe potuto avere, e le ricadute di tipo manageriale. L’idea originaria prevedeva che svolgessi la mia consulenza a Ginevra o presso l’ufficio europeo della Organizzazione mondiale della sanità a Copengahen. Di fatto a Ginevra sono andato una sola volta, e per il resto ho lavorato a Washington».

 

Il fatto che lei sia stato scelto come italiano, derivava da un giudizio positivo o comunque da un interesse specifico verso il servizio sanitario di casa nostra?
«In parte sì. L’offerta mi è arrivata dopo avere vinto un premio riservato agli ex-alunni della London School of Economics con una tesi sulla governance dei sistemi sanitari. I dati da me utilizzati si riferivano all’esperienza maturata per 4 anni alla Asl di Cagliari. L’invito ad unirmi alla squadra dei tecnici incaricati di lavorare alla riforma Usa è arrivato da un mio compagno di studi universitari e quasi coetaneo, che oggi dirige un ufficio governativo di 900 persone che stila i bilanci federali: Peter Orszag».


La legge è passata a fatica in Parlamento, mentre l’opinione pubblica gradualmente diventava sempre più contraria o fredda. Perché tanta ostilità? È il frutto di una propaganda ben orchestrata o c’è dell’altro?

«Sicuramente quella che lei definisce propaganda ha avuto un impatto importante. Ci sono state campagne di stampa molto critiche, e le associazioni imprenditoriali hanno acquistato ampi spazi pubblicitari per attaccare la riforma. Ma non c’è dubbio che alla base ci sia un problema di natura culturale. Il popolo americano convive da sempre con un modello economico e mentale secondo cui la libera scelta dell’individuo è sempre la migliore possibile. Trasferito nel campo della salute, questo principio porta a conclusioni illogiche, perché non si tratta di un mercato come gli altri. La scelta dei farmaci, dei medici, del tipo di cura non è paragonabile all’acquisto di una macchina o di un telefono. Questo modello culturale ed economico ha portato all’assurdo che negli Usa per la sanità si spende rispetto al prodotto interno lordo il doppio di quello che spendiamo in Italia, ma la durata della vita è inferiore. È tempo che gli americani si risveglino dal sogno di potere comprare ogni cosa, anche la salute. E devo dire che lo sforzo fatto da Obama nelle ultime settimane per superare gli ostacoli che si ergevano di fronte al suo disegno è stato degno delle fatiche di Ercole».


Le innovazioni appena introdotte negli Stati Uniti sono rivoluzionarie rispetto a quella situazione di riferimento. Molto meno rispetto ai welfare sanitari europei, oppure si tratta di realtà fra loto incomparabili?

«Si potrebbero anche comparare, ma sarebbe necessario un lungo esercizio di analisi. Posso dire che negli Stati Uniti esistono punti di eccellenza sanitaria, ad esempio per quel che riguarda la ricerca scientifica, sia quella di base, sia quella applicata alla medicina ed alla biotecnologia. I progressi terapeutici nel mondo in genere nascono lì, grazie spesso a ingenti finanziamenti privati. Per certi aspetti però gli Usa sono indietro rispetto alle tendenze prevalenti altrove, Italia compresa, dove da dieci anni si punta ad esempio a ridurre i ricoveri ospedalieri per le malattie acute ed a valorizzare piuttosto l’assistenza domiciliare. Questo deriva dal fatto che, detto in parole semplici, negli Stati Uniti non ci si chiede quali siano i bisogni dei cittadini, ma quali siano le richieste».


Vi siete ispirati a qualche modello esistente?

«In realtà non abbiamo inventato molto di nuovo. Il modello americano non è cambiato in quanto tale, ma è stato profondamente corretto. Abbiamo comunque tenuto presenti in particolare due realtà, quella francese e quella canadese, che costituiscono esempi di equilibrio fra due istanze: la copertura universale dell’assistenza e la limitazione dei costi».


Il suo lavoro per il governo americano continua o finisce con l’avvenuta approvazione della riforma?

«Il mio contratto aveva durata annuale ed era in scadenza alcune settimane fa. Ma in quel momento la legge era ancora in bilico e mi è stato rinnovato per altri sei mesi».

Gabriel Bertinetto

 

http://www.unita.it  25.3.10

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