Oltre il buco nero
Tre cervelli in fuga realizzano la prima simulazione completa dello scontro tra stelle di neutroni
Luca Baiotti, Bruno Giacomazzo e Luciano Rezzolla. Tre cervelli in fuga. Tre
destinazioni diverse: Università di Osaka in Giappone, Università del Maryland
negli Usa, e Albert Einstein Institute in Germania. Tre occasioni perse per il
nostro Paese e, probabilmente, una lezione da imparare. Perché, oltre a
ribadire la cronica incapacità di trattenere menti brillanti dentro i confini,
la storia di questi tre scienziati dimostra che con una struttura affidabile
alle spalle fare sistema, anche da un angolo all'altro del pianeta, è
possibile. Tutta questione di intelligenza e volontà, quella degli scienziati,
certo, ma anche di impegno da parte di chi ha il compito di sostenere la
ricerca.
Utilizzando supercomputer paralleli, i tre scienziati hanno completato una
nuova simulazione in grado di analizzare la collisione tra due stelle di
neutroni e studiare come cambiano i loro campi magnetici e come possono portare
alla nascita di strutture che sono la fonte ultima dei misteriosi «gamma-ray
bursts» (lampi di raggi gamma), noti in gergo come «Grb». I tre scienziati
italiani, di fatto, sono riusciti a trovare l'anello mancante che lega le
osservazioni con i modelli teorici della fisica di base sulle esplosioni più
energetiche nell'Universo.
«I “gamma ray bursts” - spiega Baiotti - sono intensissimi lampi di raggi gamma
che possono durare da pochi millisecondi a decine di minuti, e in alcuni casi
anche di più, e che si presume siano causati dall'accrescimento di materia su
un buco nero». E' dallo studio del processo di «coalescenza» tra due stelle di
neutroni che gli scienziati hanno costruito un modello da utilizzare nel supercomputer
«Damiana», installato all’Albert Einstein Institute, ed è così che hanno
seguito il fenomeno dall'inizio alla fine, quando, appunto, si producono molte
delle condizioni necessarie per generare le straordinarie esplosioni di raggi
gamma.
In questo caso tutto avviene in meno di 35 millisecondi, un tempo tre volte più
veloce di un battito di ciglia. Due stelle, compatte e magnetizzate, orbitano a
soli 45 chilometri
di distanza l'una dall'altra. Ognuna presenta una massa di 1,5 volte quella del
Sole, ma compressa in una sfera con un raggio di appena 14 chilometri, e con
un campo magnetico di circa un trilione di volte più potente del Sole stesso.
In 15 millisecondi le due stelle di neutroni spiraleggiano fino a fondersi,
dando vita ad un collasso gravitazionale che genera un buco nero in rapidissima
rotazione che «pesa» circa 2,9 volte il Sole. Tutt'intorno gira una materia
superdensa, con temperature di miliardi di gradi centigradi. Nei successivi 11
millisecondi il gas ruota vertiginosamente, raggiungendo una velocità vicina a
quella della luce, e il campo magnetico diventa oltre mille volte più potente
di quello che era il campo magnetico originario delle stelle di neutroni da cui
si è formato. Allo stesso tempo il campo passa da una condizione caotica ad una
struttura «ordinata» e gradualmente assume la forma di una coppia di «tunnel»
diretti verso l'esterno e centrati lungo l'asse di rotazione del buco nero
appena formato. E' proprio questa la configurazione necessaria per accelerare
le particelle presenti nei getti e produrre i «Grb».
«Per la prima volta - sottolinea Rezzolla - siamo riusciti a far proseguire la
simulazione oltre la fase della collisione e la formazione del buco nero. Si
tratta della più lunga "ricostruzione" mai fatta del processo. Risolvendo
le equazioni della Relatività di Einstein con una precisione come mai prima e
lasciando che la natura segua il suo corso, abbiamo svelato un'importante
connessione tra la teoria e le osservazioni dei “Grb”». La ricerca, però, non
si ferma qui. In un articolo su «The Astrophysical Journal Letters» i
ricercatori fanno notare che la prova ultima della validità del modello verrà
dal rilevamento di onde gravitazionali che sono delle «pieghe» nello
spazio-tempo prodotte da due corpi in orbita strettissima e con una forza di
gravità tale da distorcere lo spazio-tempo stesso. Molti rivelatori nel mondo
lavorano proprio su queste onde gravitazionali in una delle gare scientifiche
più entusiasmanti del momento. Una gara che i tre scienziati continueranno a giocare
fuori casa, ma non senza malinconia.
«Mi piacerebbe tornare in Italia, ma credo che sia impossibile», dice Baiotti,
34 anni. Come dargli torto? Giacomazzo, 32 anni, viene definito «postdoc», cioè
un ricercatore con un contratto a tempo determinato. «Rispetto a un italiano -
dice - prendo uno stipendio più che doppio. Con la situazione attuale non mi
sembra ci siano le condizioni per il ritorno a breve». Neanche per Rezzolla, 43
anni - che ha seguito i due ricercatori prima in Italia (Baiotti e Giacomazzo
hanno conseguito il dottorato alla Sissa di Trieste sotto la sua supervisione)
e guidato la loro esperienza in Germania - ci sarebbero i presupposti per un
rientro. «Sono da cinque anni in Germania - racconta - e posso contare su fondi
molto superiori e su un gruppo numeroso di collaboratori. Andarmene dall'Italia
si è rivelata un'ottima scelta da un punto scientifico, ma sarei contento di
tornare se avessi condizioni confrontabili per sviluppare la mia ricerca».
La Stampa TuttoScienze 18.5.11

Precedente: Il giorno che scoprimmo le gambe

