Odio di classe e il Dio denaro
In vetta alla mia classifica dei disprezzabili ci sono coloro che si assumono responsabilità pubbliche o morali e pensano invece agli interessi propri e di gruppo
Sono stato tentato di intitolare questo sfogo Odio di classe. Lo confesso senza troppa vergogna. L’odio è, sì, un sentimento umano, come lo sono la sete di potere e la vendetta, l’avidità e perfino il sadismo. Chi si fa ancora delle illusioni sull’innata bontà del genere umano? Chi può ancora dirsi fiducioso a oltranza nelle potenzialità positive dell’uomo? Esse ci sono e sono tante, ma in certe epoche sono soffocate da quelle negative, preponderanti, e la nostra è una di quelle epoche, con la differenza non piccola che le potenzialità negative, adeguatamente amministrate da chi possiede e comanda, possono portare alla rovina l’intero pianeta. Non è difficile diventare, con l’età, dei misantropi, e arrivare fino all’odio per l’intero genere umano, o una sua parte più minacciosa di altre, ma questo non è un sentimento che non mi appartiene, e sono anzi convinto che non dovrebbe appartenere a nessuno. Nella mia vita so di non aver mai odiato nessuno, però disprezzato sì, e disprezzato tanti, e ieri come oggi e oggi più di ieri. Può capitare a volte di esagerare e prendersela con chi non se lo merita così tanto, e allora, se me ne rendo conto, me ne dispiaccio e cerco di rimediare, perché neanche il disprezzo è un bel sentimento. Ma se non di odio, almeno di «disprezzo di classe» dovrebbe essere lecito e onorevole poter parlare.
In vetta alla mia classifica dei disprezzabili ci sono coloro che si assumono
responsabilità pubbliche o morali e pensano invece agli interessi propri e di
gruppo – quasi tutti i politici, un vastissimo numero di «comunicatori», di
educatori, e anche di preti – ma in testa all’elenco ci sono pur sempre i
Ricchi. Non credo che la sete di ricchezza sia la sola molla o la prima a
guidare i comportamenti nefasti di chi ci governa, ci informa, ci ammaestra, ci
fa la predica; credo che siano più importanti per loro il gusto del potere e la
vanità, cioè il bisogno di sentirsi importanti. Ma in testa a tutto c’è pur
sempre il culto del Denaro, che giustamente per secoli è stato considerato come
la causa principale dell’ingiustizia, dei mali dell’uomo.
Oggi le cose sono cambiate e il Denaro è venerato come non mai, pur essendo il
Denaro la causa prima dei mali che affliggono tutti e che spingono il mondo
alla rovina. Oggi il Denaro sono le Banche, la Finanza, i grandi
funzionari del capitale, gli industriali, i dittatori, i super-detentori di
super-azioni, gli alto-mafiosi, e i loro servi più utili. I meno vanitosi dei
ricchi se ne stanno nell’ombra, ma molti di loro si danno in mostra a tutti da
quando hanno capito che la
Ricchezza, nel senso comune, non è più collegata all’idea del
Male, e lo è anzi a quella del Bene. Negli ultimi decenni, abbiamo assistito a
un rovesciamento di valori impressionante: al posto del disprezzo per i ricchi
– visti giustamente come sfruttatori del bene comune a scopi privati, come i
nemici principali dei poveri e di tutti coloro che devono sfangare la vita e
preoccuparsi del necessario per sé e per la famiglia – si è assistito a un vera
e propria idolatria nei loro confronti. Viva i ricchi! hanno gridato le loro
vittime, e continueranno a gridarlo finché il sistema della disparità sociale
su cui quella ricchezza si basa non li colpirà ancora più duramente. E forse
non smetteranno di gridarlo neanche allora, se continueranno a cibarsi di
televisione e pubblicità.
Gli statistici e gli economisti più onesti sanno bene che oggi, nel mondo, il
dieci per cento della popolazione o poco più possiede e gestisce i tre quarti e
più della ricchezza complessiva di un paese. E in Italia non siamo da meno,
visto che lo Stato, in mano ai ricchi e ai loro ben compensati servitori, non
ridistribuisce mai secondo bisogno, e chi ci rappresenta pensa a se stesso o al
proprio clan ben più che alla collettività. Abbiamo super-ricchi che sarebbe
saggio definire criminali, noti e nascosti, e altri di sfacciataggine assoluta.
Tra questi ultimi, per esempio, i grandi funzionari che dirigono imprese che
dovrebbero essere al servizio della collettività, dai treni agli ospedali,
eccetera. Essi sono particolarmente odiosi perché particolarmente ladri, a
danno di noi tutti, e il loro reddito personale annuale è pari a quello di
centinaia e forse migliaia di noi. E noi, invece di protestare e di ribellarci,
ci comportiamo da anestetizzati, da addormentati da anni di medio benessere,
complici e schiavi di un sistema iniquo. Questo può far rimpiangere gli anni in
cui l’odio di classe era alla base di lotte di massa il cui obiettivo non erano
i singoli membri di una classe ma la classe, quella borghesia ridotta oggi a
una masnada oligarchica di super-ricchi nemici di ogni giustizia e, nella loro
avidità, di ogni futuro.
http://www.unita.it 14 febbraio 2010

Precedente: Se la vita è senza fede

