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Ode alle piccole stazioni ferroviarie

Perle dalla rete

 

 

Amo le stazioni ferroviarie, ma non quelle delle grandi città, piene di gente e di negozi: preferisco le stazioni dei paeselli, quelle abbandonate a se stesse, dove la biglietteria è stata chiusa nel 1980 per essere sostituita da un distributore automatico che però ha funzionato solo due giorni.

Mi commuovono le obliteratrici in disarmo. Arrugginite e prive di inchiostro, eppure stanno là al loro posto, ogni giorno: sanno che è obbligatorio, altrimenti i controllori sul treno non potrebbero dare la multa ai viaggiatori che non hanno timbrato.

Provo tenerezza per i cartelli invecchiati male, “vietato attraversare i binari, utilizzare il sottopasso”. E per l'archeologia della fontana per bere prosciugata da sempre. Le pareti della sala d’aspetto di tre metri quadri con le loro scritte indicibili, le dichiarazioni d’amore di studenti, le chiacchierate a spray tra tifosi di squadre avverse.

E il deserto. Non c'è nessuno, solo tu. Sulla banchina una voce registrata continua imperterrita ad abbaiare che bisogna allontanarsi dalla linea gialla perché sta transitando l’interregionale delle sedici e quindici, in ritardo di otto ore, e ce ne scusiamo coi passeggeri.

 

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