Obama rilancia sulla Cina
Il nuovo Obama, nell'edizione riveduta e corretta, incute più rispetto anche alla Cina. Il suo omologo Hu Jintao ha rotto finalmente gli indugi.
Il presidente cinese verrà alla conferenza sul disarmo nucleare che il
presidente americano organizza il 12 e 13 aprile a Washington. È un'iniziativa
a cui Obama tiene molto, è la sede in cui disegnare l'orizzonte di un disarmo
nucleare globale, che vada oltre la logica della semplice non-proliferazione.
Sull'Iran inoltre i cinesi sono più malleabili a discutere di sanzioni nel
Consiglio di sicurezza, e questo spiega l'ottimismo di Obama nel vertice con
Nicolas Sarkozy. "Sanzioni entro la primavera" aveva detto alla
conferenza stampa di martedì. E siamo alla vigilia dell'importante missione di
Obama a Praga: l'8 c'è la firma del trattato Start con Medvedev, che riduce del
25% gli arsenali russo e americano. È una sequenza di eventi che in pochi
giorni segnalano una ripresa di attivismo di questa Amministrazione sul fronte
internazionale. È un attivismo diverso da quello del 2009, quando i viaggi
all'estero (dal Cairo a Oslo a Copenaghen) furono di troppa immagine e di poca
sostanza. Obama sembra avere appreso la lezione. Ha ingranato una marcia
diversa, all'insegna del pragmatismo. In parallelo con il suo metodo di
politica interna che spiazza amici e nemici.
L'atteggiamento cinese è significativo. Hu Jintao fino a ieri sembrava
orientato a snobbare il vertice di Washington. Gli americani erano nervosi.
L'assenza del presidente della Repubblica Popolare sarebbe stata uno smacco: è
la terza potenza nucleare, nonché il vero rivale strategico degli Stati Uniti.
Ma ieri a Pechino è prevalso un atteggiamento conciliante. La leadership cinese
ha preferito non aggiungere altri incidenti all'escalation degli ultimi mesi:
scontro sulla censura a Google, armi Usa a Taiwan, accuse per la visita del
Dalai Lama. Tanto più che nei tre casi citati Obama ha tenuto duro. Una
coincidenza ha fatto riflettere Pechino. Il vertice sul disarmo nucleare a
Washington si terrà appena due giorni prima che l'America decida su una
questione cruciale: se perseguire la
Cina per "manipolazione del cambio". 130 senatori e
deputati Usa hanno lanciato un appello alla Casa Bianca perché denunci
apertamente la sottovalutazione del renminbi che dà un vantaggio competitivo
sleale al made in China. Se il segretario al Tesoro Tim Geithner li asseconda,
scatteranno dazi punitivi contro le importazioni cinesi. Obama fin qui ha
tenuto le sue carte coperte, non si è sbilanciato su questo terreno.
Probabilmente non vuole scatenare una guerra commerciale con il suo partner
economico più grande (nonché creditore principale). Del resto non ha mosso un
dito per impedire che la Ford
vendesse la Volvo
ai cinesi. Però sulla questione della moneta il presidente americano non ha
fretta di manifestare le sue intenzioni. Messaggio ricevuto: ecco che Hu Jintao
verrà al vertice nucleare. E al Consiglio di sicurezza il rappresentante cinese
diventa più disponibile sulle sanzioni contro l'Iran.
Il pragmatismo, e ora anche una nuova capacità di manovra sfoderata da Obama,
spiazzano i suoi avversari. I repubblicani ne sanno qualcosa, dopo avere
pronosticato che la riforma sanitaria sarebbe stata la Waterloo di questo
presidente. Ma anche la sinistra democratica a volte resta interdetta. È il
caso della decisione di Obama di autorizzare la trivellazione offshore lungo
gran parte della East Coast, per la ricerca e lo sfruttamento di nuovi
giacimenti di gas e petrolio. La caduta di un divieto ventennale ha indignato
molti ambientalisti (non quelli californiani, però: la costa del Pacifico
rimane protetta). Obama ha deciso quello che neppure i presidenti-petrolieri
Bush padre e figlio osarono fare. Ma nello stesso decreto ha inserito nuovi drastici
limiti all'inquinamento delle auto. E visto sotto un'altra angolatura, il via
libera alla trivellazione, insieme con gli investimenti nel nucleare,
nell'eolico e nel solare, è un messaggio all'Arabia Saudita: l'America vuole
liberarsi da una schiavitù energetica che ha ben note conseguenze
geostrategiche. Questo è lo stesso presidente che nell'analizzare il movimento
anti-tasse e anti-statalista del Tea Party si rifiuta di consegnarlo alla
destra, mostra comprensione verso un ceto medio impaurito dal deficit pubblico.
Per Obama questo si chiama fare politica. Il resto del mondo comincia a
osservarlo con un'attenzione nuova.
http://www.repubblica.it 02/04/2010

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