Obama e l´incubo della "sindrome giapponese", contro la deflazione soltanto armi spuntate
Quello che fa la Fed è un film già visto, Tokyo provò a immettere liquidità ma fu un fallimento. Il presidente ha bisogno di almeno 800 miliardi di dollari, ma il congresso non cede
Il consumatore non capisce più e ha ragione. Ha appena
saputo che gli incendi in Russia li pagherà lui, perché Mosca non esporta più
grano.
E questo provoca impennate nei prezzi di pane e pasta. La Fao ha misurato un eccezionale
+12,5% a luglio nella "inflazione alimentare" planetaria. Eppure la
paura che ieri ha travolto le Borse mondiali è di segno opposto: si chiama
deflazione. La banca centrale americana teme che la ripresa sia già finita. Per
evitare una spirale distruttiva di debiti crescenti e prezzi in declino, gli
strumenti d´emergenza che usa la Federal Reserve fanno dire all´economista Steven
Blitz: «Sembra un rematore che voga alla disperata controcorrente, mentre il
fiume lo trascina verso le cascate del Niagara». Di colpo tutti si mettono a
studiare la storia del Giappone. Perché è l´unica nazione che ha vissuto la
deflazione in epoca contemporanea, e sa di che si tratta. La sindrome di Tokyo
è il leitmotiv del momento. Ne parla il presidente della Federal Reserve di
Saint Louis, James Bullard: «L´America è più vicina che mai ad avvitarsi in uno
scenario di tipo giapponese». Dello stesso parere è Scott Maher, gestore del
portafoglio globale di Pimco, il massimo fondo obbligazionario americano:
«Cresce il rischio di finire come il Giappone». Da Tokyo il numero uno locale
della banca d´investimento Schroder, Genji Tsukatani, ricorda che cosa vuol
dire questo paragone: il Giappone negli anni Novanta passò attraverso "un
decennio perduto". Quella che sembrava una superpotenza economica
destinata a conquistare il mondo, divenne una nazione senza futuro, stagnante.
Per certi versi il Giappone non è mai guarito, non si è più risollevato da
quella esperienza.
Difficile capire quel che ha provato il Sol levante. A differenza dei
giapponesi, noi dobbiamo interrogare nonni o bisnonni: le ultime generazioni
occidentali che conobbero una deflazione, negli anni Trenta della Grande
Depressione. Dopo di allora l´unico pericolo noto è stata l´inflazione. Perciò
fa notizia la Russia,
il grano, la pasta: il prezzi che aumentano sono il male abituale, sappiamo che
ci impoveriscono, riducendo il potere d´acquisto dei nostri redditi. Che male
può farci invece la deflazione? Se davvero i prezzi scendono, non diventiamo
automaticamente più ricchi? E´ un segno di questo disorientamento il fatto che
la più grande agenzia stampa del mondo, l´Associated Press, senta il bisogno di
diffondere un "glossario" a tutti i mass media che ne usano i
notiziari. «Deflazione: un diffuso e prolungato calo dei pezzi di beni e
servizi, dei valori delle case, dei titoli di Borsa e di ogni bene
patrimoniale, associato a una caduta nei salari».
La concatenazione perversa è proprio quella che i giapponesi conobbero. Come
una droga anestetizzante, la deflazione comincia col dare un ingannevole senso
di benessere. I consumatori si sentono beneficiati dai cartellini dei prezzi
che segnano ribassi. L´euforìa porta a una scelta perfettamente razionale:
spendere meno, nell´attesa di futuri ribassi che ci renderanno ancora più
"ricchi". Il segnale è micidiale per le aziende: uno sciopero dei
consumi impone di fermare gli investimenti, di bloccare le assunzioni. Le
imprese più deboli soccombono e licenziano. Ha inizio la spirale deflattiva sul
versante dei redditi. Lungi dall´essere più ricco il consumatore vede cadere le
proprie entrate. Il risparmiatore soffre per i rendimenti sempre più
striminziti, perfino nulli, dei suoi Bot. Chi è indebitato, impresa o titolare
di un mutuo-casa, fa una fatica superiore a ripagare i debiti in una fase di
prezzi e redditi in calo. «Il peso di questi debiti – spiega l´economista
Knneth Rogoff che fu direttore del Fondo monetario internazionale – diventa un freno
opprimente alla crescita».
Come apprendisti stregoni, i banchieri centrali si vedono costretti a praticare
nuovi sortilegi: devono ad ogni costo "fabbricare inflazione". E´
l´esatto contrario di quel che fu per mezzo secolo il loro compito istituzionale.
E´ questo operare contro-natura, che spiega la lentezza dei riflessi, la
reticenza, le parole-tabù che la
Fed evita di pronunciare nei suoi comunicati. Deve fare
violenza a se stessa, si rende conto che oggi il pericolo non è più l´aumento
dei prezzi. Ecco la chiave per spiegare ciò che la banca centrale americana sta
facendo. Il tasso d´interesse direttivo lo ha già ridotto a zero, più giù di
così non può andare. Per rianimare l´economia la Fed riprende quindi ad acquistare titoli
pubblici, comprese le obbligazioni emesse per finanziare i mutui-casa. Quando
lo fa lei, stampa moneta per acquistare titoli. Quindi la banca centrale sta
generando liquidità, immette denaro nell´economia. Ma prima della Fed questa
terapia fu già sperimentata dalla Banca del Giappone, sia pure con qualche
esitazione e timidezza. Risultato? Deludente. Perché in una deflazione la
liquidità "è regina", nel senso che conviene tenersela: domani varrà
ancora di più. Negli anni Trenta questa situazione paradossale e drammatica
venne studiata dall´economista John Maynard Keynes, che coniò il termine
"trappola della liquidità". Ben Bernanke attento!, sembra ammonire la
teoria di Keynes: per quanto l´attuale presidente della Fed inondi l´America di
cash, non è detto che questa moneta sarà spesa, o investita per produrre e
assumere, o prestata perché altri la spendano.
E´ ancora un esperto dal Giappone, l´economista Richard Jerram di Macquarie
Asia, che avverte: «Quello che sta facendo la Fed sembra il replay di un film già visto, la Banca del Giappone ci provò
e fallì». Ora tocca all´America percepire un senso di sgomento: che accade se
la politica monetaria è impotente? L´economia Usa è stata sottoposta già a 20
mesi di terapia intensiva a base di denaro a buon mercato, con il "tasso
zero" della banca centrale. Un sostegno eccezionale, dai risultati
modesti. Abbiamo avuto una finta ripresa all´inizio di quest´anno, adesso sta
abortendo. Per pompare liquidità nel sistema la Fed si è già gravata di titoli pubblici per una
quantità abnorme. Le sole obbligazioni legate ai mutui-casa sono oltre mille
miliardi, questo è il valore degli acquisiti della banca centrale americana per
tenere a galla il sistema. Anche questo evoca un precedente sinistro. Il mostro
delle obbligazioni legate ai mutui ha una evidente somiglianza con le
banche-zombie in Giappone negli anni Novanta, tenute artificialmente in vita
dai governi di Tokyo per una decade.
Le vie d´uscita sembrano lontane. Barack Obama ha studiato Keynes e Franklin
Roosevelt, sa che di fronte al pericolo della deflazione lo Stato dovrebbe
sostituirsi alla domanda privata. Investimenti pubblici, sostegno diretto ai
disoccupati, sono le vie maestre per ridare potere d´acquisto al paese. Obama è
appena riuscito a strappare al Congresso, per il rotto della cuffia, 26
miliardi di dollari per i disoccupati e per tappare le falle nei bilanci degli
enti locali (che licenziano a man bassa). 26 miliardi sono spiccioli in
confronto a quel che sarebbe necessario. Un anno e mezzo fa, fresco di
elezione, il presidente varò 787 miliardi di spesa pubblica. Oggi ce ne
vorrebbero altrettanti ma il Congresso non glieli darà: si avvicinano le
elezioni di novembre e con esse un´avanzata della destra repubblicana, che
agita lo spettro dei deficit pubblici e della stangata fiscale. Alla
spicciolata abbandonano la
Casa Bianca tutti quei consiglieri economici che volevano
azioni energiche per scongiurare il peggio: ultima Cristina Romer. Da qui a
novembre, il presidente ha un´agenda massacrante di comizi elettorali, ma
nessuna speranza di poter manovrare con decisione le leve degli investimenti
pubblici. Né ha sponde che lo possano aiutare nel resto del mondo. Sull´Europa
Obama non ha mai fatto affidamento. Restava la Cina, ma il governo di Pechino è costretto a
frenare la sua crescita. Perché il rischio deflazione in Occidente convive
perfettamente con lo scenario opposto a Oriente, cioè le bolle speculative e le
fiammate sui prezzi. E´ la beffa suprema: l´esondazione di cash che viene
creata dalla banca centrale americana, anziché curare gli Stati Uniti va ad
alimentare l´inflazione in quella parte del mondo che cresce perfino troppo.
| 12 Agosto 2010

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