Obama archivia il buon senso
Furbo revisionismo di fine mandato?
Il celebratissimo professore di Harvard Joseph Nye scriveva
nel giugno del 2008: «L’elezione di Obama è la più determinante singola mossa
per ricostituire il peso del soft power americano». Soft power, potere soffice,
nelle parole di Nye che ha coniato l’espressione nel 1990 (in un articolo per
Foreign Policy), è «la capacità di ottenere risultati attraverso l’attrazione
piuttosto che la coercizione», ed è fondato, come dice Nye nei libri «Soft
Power: The Means to Success in World Politics» (2004), e «The Powers to Lead»,
del 2008, «sulla emozione intellettuale, la visione e la comunicazione». Cioè
su tutte le doti che sono sempre state attribuite ad Obama in abbondanza. Che
dire, dunque, se proprio Obama, simbolo quasi fisico del potere soffice degli
Stati Uniti, evoca, come ha fatto, questo termine in senso critico? Il
Presidente parlava di economia e così ha spiegato quel 9.1 per cento di
disoccupazione: «Questo è un grandissimo Paese che è diventato un po’ soffice e
non ha più la stessa capacità competitiva. Dobbiamo ritornare come eravamo
prima». L’elogio pare a tutti gli effetti quello della vecchia, buona, virtù
degli americani di fare gioco duro per vincere.
Freudiano lapsus autocritico di un Presidente accusato ormai quasi
quotidianamente anche dalla stampa amica di essere «debole»? Furbo revisionismo
di fine mandato? Piuttosto, pare una amara presa d’atto dei rapporti di forza
attuali nel mondo, in cui dopo tanto autoflagellarsi e interrogarsi sulla
natura del proprio dominio nel mondo, gli Stati Uniti si ritrovano ad essere il
vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro.
Nella formula «Soft Power» di Joseph Nye, elaborata negli anni di un declinante
reaganismo e di una nascente rivincita democratica con Clinton, confluiscono in
realtà più di trent’anni di rielaborazione «politicamente corretta» del modo di
pensare a sé stessa dell’America. Imperialismo dei Diritti Umani, come
utopisticamente aveva sostenuto per primo Jimmy Carter, Presidente dal 1977 al
1981, cioè nell’era che dovette confrontarsi con «gli imbarazzanti e sordidi
anni» del Vietnam, con la necessità del Paese di «riguadagnare la statura
morale che una volta avevamo» come lui stesso diceva. Un giovanissimo Andrew
Young, allora ambasciatore alle Nazioni Unite, arrivò persino a suggerire che
gli Stati Uniti rifiutassero «ogni attività militare».
Quella lunga catena di ripensamenti che prova a riscrivere l’etica pubblica
americana, e che oggi sprezzantemente chiamiamo «buonismo» o «correttezza
politica» – con la sufficienza di chi pensa che si tratti di eccessi dogmatici
della celebrazione dei diritti individuali – ha alla sua origine proprio la
crisi degli Anni Settanta dell’Impero, la scoperta dei suoi fallimenti in
politica estera, e delle sue inadeguatezze in politica nazionale, svelate
soprattutto dal movimento per i diritti civili.
La natura del potere non a caso è stata riportata a quella della Guerra da
George Bush, ed è ritornata ad essere definita dall’influenza e
dall’autorevolezza da Obama: tra le due versioni la differenza si è affermata
in questi anni come una disputa quasi religiosa, sicuramente di fede, su quello
che un Presidente pensa che sia la missione terrena degli Stati Uniti
d’America.
Per Obama dunque anche solo evocare con sfumatura critica il termine soffice è
un segnale. Di certo il mondo in cui si è trovato ad operare questo uomo nuovo
è infinitamente più vecchio di quel che si sperava. All’inizio della sua
presidenza si teorizzava che la semplice riapertura americana al
multilateralismo, al rispetto e al contatto con tutti, avrebbe fatto il
miracolo. Tre anni dopo, il multilateralismo americano – che pure c’è stato -
si sta rivelando superfluo nel corso degli eventi. La crisi economica ha messo
in ginocchio Usa ed Europa, che oggi accolgono con modestia la donazione
(eventuale) dei Brics (i vecchi Paesi in sottosviluppo) per rimpinguare la
riserva di liquidità.
La Cina che ancora oggi riceve dal Fondo Monetario fondi per progetti in aree
di povertà, nel frattempo, si è impossessata delle chiavi dell’economia
americana, e rivendica senza giri di parole la sua espansione anche fuori
dall’Asia. La vecchia cara alleata Russia gioca al domino con il potere
autoritario, con due uomini che si rimbalzano da anni l’incarico di Presidente
e capo del governo. Il mondo arabo procede spedito a una sua resa dei conti con
il passato, con ex potenze come la
Turchia e l’Arabia Saudita che riaprono il gioco del
controllo regionale. Un Presidente americano lui stesso accusato con cadenza
quasi quotidiana di indecisione e debolezza rischia dunque ora di diventare
anche il primo Presidente americano che prende atto che il «soft power» del suo
Paese è diventato un gioco buono solo per signorine.
http://www.lastampa.it 1/10/2011

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