Nuove regole per l’economia globale
La globalizzazione funziona meglio quando non si spinge troppo oltre
CAMBRIDGE – Supponiamo che i principali policymakers del mondo si incontrino nuovamente a Bretton Woods, nello New Hampshire, per realizzare un nuovo ordine economico globale. Sarebbero naturalmente preoccupati degli odierni problemi: la crisi dell’Eurozona, la ripresa globale, la regolamentazione finanziaria, gli squilibri macroeconomici internazionali. I leader riuniti dovrebbero superarli e considerare la validità dei progetti economici globali.
Prenderò in considerazione sette principi di governance economica globale sui quali potrebbero convenire (e che tratto in dettaglio nel mio nuovo libro The Globalization Paradox).
1. I mercati devono essere profondamente incorporati nei sistemi di governance. L’idea che i mercati siano autoregolamentati ha ricevuto un colpo mortale nella recente crisi finanziaria e bisognerebbe metterci una pietra sopra una volta per tutte. I mercati necessitano di altre istituzioni a loro supporto. Contano su tribunali, quadri giuridici e regolatori per stabilire e applicare le norme. Dipendono dalle funzioni di stabilizzazione garantite dalle banche centrali e dalla politica fiscale anticiclica. Esigono il sostegno della politica sul fronte della tassazione redistributiva, delle reti di sicurezza e dell’assicurazione sociale. E tutto ciò vale anche per i mercati globali.
2. Per il prossimo futuro, la governance democratica sarà probabilmente organizzata per lo più secondo comunità politiche nazionali. Lo stato-nazione vive (anche se non in perfette condizioni) e resta essenzialmente l’unica via possibile. La ricerca della governance globale è una perdita di tempo. È difficile che i governi nazionali cedano alle istituzioni transnazionali un controllo significativo, e le regole armonizzate non favorirebbero le società con necessità e preferenze diverse. L’Unione europea potrebbe essere la sola eccezione a tale assioma, benché l’attuale crisi tenda a confermare la tesi.
Troppo spesso la cooperazione internazionale viene sprecata per obiettivi troppo ambiziosi, e produce, alla fine, deboli risultati che sono il minimo comun denominatore tra i maggiori stati. Quando la cooperazione internazionale “va a buon fine”, sviluppa regole che sono inefficaci o riflettono solo le preferenze degli stati più potenti. Le regole di Basilea sui requisiti di capitale e le regole della World Trade Organization sui sussidi, sulla proprietà intellettuale e sulle misure di investimento sono solo un esempio di cosa significhi fare il passo più lungo della gamba. Possiamo incentivare l’efficienza e la legittimità della globalizzazione sostenendo, a livello nazionale, le procedure democratiche, e non indebolendole.
3. Prosperità pluralista. Riconoscere la necessità di costruire a livello nazionale l’infrastruttura istituzionale principale dell’economia globale esime i paesi dallo sviluppare istituzioni su misura per loro. Gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone hanno prodotto livelli comparabili di benessere nel lungo periodo. Eppure, i loro mercati del lavoro, la corporate governance, le regole antitrust, la tutela sociale e i sistemi finanziari differiscono notevolmente, con una successione di “modelli” – uno diverso ogni decennio – che hanno consacrato il grande successo da emulare.
Le società più affermate del futuro daranno spazio alla sperimentazione e consentiranno un’ulteriore evoluzione delle istituzioni. Un’economia globale che riconosce la necessità della diversità istituzionale e il relativo valore promuove tale sperimentazione ed evoluzione invece di soffocarle.
4. I paesi hanno il diritto di proteggere le proprie regolamentazioni e istituzioni. I principi precedenti potrebbero sembrare innocui, ma comportano forti implicazioni, che cozzano con l’opinione generale dei fautori della globalizzazione, tra cui il diritto dei singoli paesi di salvaguardare le proprie scelte istituzionali nazionali. Il riconoscimento della diversità istituzionale non avrebbe senso, se i paesi non avessero a disposizione gli strumenti per forgiare e mantenere – in una parola, per “proteggere” – le proprie istituzioni.
Dobbiamo quindi accettare il fatto che i paesi possano difendere le regole nazionali – politiche fiscali, regolamentazione finanziaria, la normativa sul mercato del lavoro o in materia di salute e sicurezza dei consumatori – e che per farlo innalzino barriere al confine, se necessario, quando è evidente che il commercio minaccia le procedure domestiche godendo di un vasto supporto popolare. Se i sostenitori della globalizzazioni hanno ragione, la richiesta a gran voce di proteggere le proprie regole nazionali fallirà per mancanza di prove o supporto. Se invece si sbagliano, ci sarà una valvola di sicurezza in grado di garantire che i valori contesi – i benefici delle economie aperte rispetto ai guadagni legati al sostegno delle regolamentazioni domestiche – siano entrambi adeguatamente contemplati nei dibattiti pubblici.
5. I paesi non hanno diritto di imporre le proprie istituzioni ad altri. L’uso di restrizioni sul commercio con l’estero o sulla finanza per difendere valori e regolamentazioni a livello nazionale deve essere distinto dall’uso inteso a imporre tali valori e regolamentazioni ad altri paesi. Le regole della globalizzazione non dovrebbero spingere gli americani o gli europei a consumare beni che sono prodotti secondo modalità considerate inaccettabili dalla maggior parte dei cittadini in quei paesi. E non dovrebbero nemmeno consentire agli Usa o all’Ue di utilizzare sanzioni commerciali o altre pressioni per alterare le regole del mercato del lavoro, le politiche ambientali o le regolamentazioni finanziarie dei paesi esteri. I paesi hanno diritto alla divergenza, non alla convergenza imposta.
6. I piani economici internazionali devono stabilire regole per gestire l’interazione tra le istituzioni nazionali. Affidarsi agli stati-nazione per fornire le essenziali funzioni di governance dell’economia mondiale non significa dover abbandonare le regole internazionali. Il regime di Bretton Woods, dopo tutto, poggiava su regole chiare, per quanto limitate nella portata e nella forza. Un parapiglia generale, completamente decentralizzato non gioverebbe a nessuno.
Ciò di cui abbiamo bisogno sono regole sul traffico per l’economia globale in grado di aiutare i veicoli di diverse dimensioni, forma e velocità a muoversi uno accanto all’altro, invece di imporre un’auto identica o uniformare il limite di velocità. Dovremmo impegnarci a ottenere la massima globalizzazione compatibilmente con il mantenimento dello spazio per la diversità nei piani istituzionali nazionali.
7. I paesi non democratici non possono contare nell’ordine economico internazionale sugli stessi diritti e privilegi delle democrazie. Ciò che conferisce ai precedenti principi fascino e legittimità è che si basano sulla deliberazione democratica – laddove avviene davvero, negli stati nazionali. Quando gli stati non sono democratici, tale impalcatura crolla. Non possiamo più supporre che i loro piani istituzionali riflettano le preferenze dei cittadini. Quindi le non-democrazie devono scendere in campo con regole differenti e meno permissive.
Ci sono principi che gli architetti del prossimo ordine economico globale devono accettare. Fatto ancora più importante, devono comprendere l’ultimo paradosso evidenziato dai suddetti principi: la globalizzazione funziona meglio quando non si spinge troppo oltre.
traduzione di Simona Polverino
http://www.project-syndicate.org, 10 gennaio 2011

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