Non truccate il vino con il "super-mosto"
Perché le Regioni, sotto la pressione di associazioni di categoria e altre lobby, hanno sentito il bisogno di ricorrere al mosto concentrato?
Perché
le Regioni, sotto la pressione di associazioni di categoria e altre lobby,
hanno sentito il bisogno di ricorrere al mosto concentrato?
L’agricoltura è una materia viva, fortemente esposta
all’andamento delle annate e delle stagioni, per questo è così affascinate. Un
anno fa, in questo periodo di vendemmia, pubblicavamo un articolo pessimistico:
la produzione delle uve era eccessiva in quantità e i prezzi erano in
picchiata. Scrivevamo che se la situazione fosse rimasta così, la produzione
avrebbe iniziato a declinare e puntualmente tutto ciò si è avverato. Il motivo
è fin troppo semplice: se la remunerazione di chi ogni giorno va nei campi è
troppo bassa, a lungo andare i contadini abbandonano il proprio lavoro. Il
grido d’allarme che lanciammo non riguardava tanto il prezzo del vino che alla
fine avrebbero pagato i consumatori, ma il fatto che il fiore all’occhiello
della nostra agricoltura potesse non più produrre valore come in passato.
Complice una vendemmia meno abbondante e soprattutto gli incentivi all’espianto
di vigne da parte dell’Unione Europea, quest’anno ci troviamo con 10 milioni di
ettolitri in meno nelle cantine. Un dramma?
Per nulla. Finalmente, come ha detto bene il produttore Angelo Gaja in una
lettera aperta: «Il vino non ci esce più dalle orecchie e i vigneron non
sono più obbligati a svendere il loro prodotto». Sicuramente è una buona
notizia, perché si passerà da una gestione costantemente con l’acqua alla gola
e con la paura di dover a ogni costo smaltire il surplus a un’altra in cui si
può programmare con intelligenza e con serietà la promozione del proprio vino.
La scarsa produzione, in questo senso, può essere un’opportunità favorevole. La
battaglia - se la vogliamo chiamare così - con la Francia non si deve fare
sulle quantità, ma sul valore che ognuna delle due economie riesce a
sviluppare. Ebbene, noi producevamo di più ma raccoglievamo un terzo dei soldi
rispetto ai cugini transalpini. La sfida è quella di riuscire a far conoscere i
nostri vini, oltre a fare una buona promozione e a portare a casa qualche
incasso in più.
Questo è il lato felice della medaglia, ma purtroppo dall’altra parte notiamo
come si siano messe in moto le più potenti lobby dei commercianti e degli
industriali del vino, i cui intenti rischiano di mandare a monte sia gli sforzi
dei viticoltori, sia quelli dell’Unione Europea. Dieci giorni fa quasi
tutte le Regioni italiane hanno deciso, in sordina, di autorizzare l’uso del
mosto concentrato per aumentare il grado alcolico dei vini. Questo al normale
cittadino dice poco o nulla. Cerchiamo quindi di spiegarlo con molta
semplicità: in Italia se la stagione non è stata calda e ricca di sole c’è la
possibilità di rendere i vini più corposi utilizzando un po’ di questo mosto
concentrato (nient’altro che succo d’uva condensato), a differenza dei paesi
nordici che possono ricorrere allo zucchero. Diciamo che per un’annata come il
2002, molto piovosa e fredda, questa pratica, anche se non molto rispettosa
delle stagioni, può aiutare i vignaioli a produrre un vino decente e
commerciabile. Le cose non quadrano più quando la stessa richiesta viene fatta
dopo un’estate africana come quella che abbiamo appena avuto. Gli ultimi 20
giorni di agosto e le prime due settimane di settembre hanno determinato un
anticipo di vendemmia di almeno 15 giorni. L’uva, durante quei giorni
infernali, è quasi appassita raggiungendo un grado zuccherino, e quindi
alcolico, da primato. Ora la domanda sorge spontanea, perché le Regioni,
sotto la pressione di associazioni di categoria e altre lobby, hanno sentito il
bisogno di ricorrere al mosto concentrato?
Una possibile risposta la paventa Angelo Gaja: «Non vorrei che la diminuzione
degli ettolitri, riscontrata con la vendemmia 2011, avesse preso in contropiede
alcuni industriali che con questo famoso mosto concentrato si preparano a
ripianare le quantità mancanti di prodotto che la natura non ha provveduto a
fornire. Vini creati ad hoc. La mia paura è che alla fine a perderci saranno
come sempre i piccoli produttori che non ricorrono a queste scorciatoie e che
subiranno la concorrenza sul mercato di una bella quantità di vino che sbuca da
chissà dove... ».
Quella del mosto concentrato rientra nelle possibilità assurde che ormai la
politica e la legislazione concede all’industria alimentare: pensiamo allo
yogurt senza latte e all’aranciata senza arance. Con quest’andazzo alla fine si
arriva al vino senza le uve di qualità. Un rischio che non va sottovalutato,
perché i fantasmi della sofisticazione possono tornare sotto una diversa forma
rispetto al passato. Alla voce di Gaja si aggiunge quella di Costantino
Charrère, presidente dei Vignaioli Indipendenti (FIVI): «La richiesta di
contributi all’Unione Europea per finanziare il ricorso all’uso di mosto
concentrato è una pratica che speravamo potesse essere abbandonata. Da misura
straordinaria si è trasformata in malcostume. Il caldo eccezionale dell’estate 2011 ha arricchito così
tanto le uve di zucchero che l’incremento dell’alcol non può che nascondere
qualcosa sotto. La prima è la possibilità di creare artificiosamente del vino,
utilizzando metodi poco puliti e lontani dal processo naturale di
trasformazione dell’uva. La seconda è quella di poter sfruttare questi aiuti
europei al fine di arricchire commercianti e industriali a discapito dei poveri
contribuenti che si trovano a sostenere un tipo di enologia fraudolenta e
assistenzialista. Tra l’altro l’Italia pare che abbia richiesto la proroga
della sovvenzione del mosto concentrato ancora per tre anni (doveva scadere nel
2011). Noi vignaioli siamo convinti che quel denaro potrebbe essere destinato
ad altro».
A questo punto cosa è auspicabile? Per prima cosa che gli aiuti di Stato
all’uso di mosto concentrato finiscano, perché sono pratiche che non hanno
ragione di esistere, soprattutto perché le temperature sempre più alte durante
l’estate ci permettono tranquillamente di raggiungere le gradazioni alcoliche
necessarie, a volte addirittura eccessive. In questo momento il nostro
problema, se proprio si volessero manipolare i prodotti della terra, sarebbe
quello di de-alcolizzare il vino e non di arricchirlo ulteriormente. In secondo
luogo, bisogna dire che chi ha comprato grandi quantità di mosto concentrato
andrà controllato con grande cura, per evitare possibili fenomeni di
sofisticazione. Infine, al termine della vendemmia ci piacerebbe conoscere
l’ammontare del contributo concesso da Bruxelles all’Italia per il mosto
concentrato. In modo da avere idea del volume prodotto e da qui ricavare,
seppure con un calcolo approssimativo, i milioni di ettolitri di vino
probabilmente falso che sarà entrato in commercio a vanificare gli sforzi di
contenimento delle rese in vigna e mettendo a repentaglio l’uscita dalla crisi
di un settore di primaria importanza.
La Repubblica 30/09/2011

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