Non c’è capitalismo senza incertezza
Ingenuo pensare a un sistema con banchieri che sanno tutto e imprenditori. Negli Usa e nel Regno Unito la finanza ha provocato fenomeni di autodistruzione ma è un errore dimenticare le capacità di ripartire
I vantaggi e i rischi del sistema capitalistico non sembra siano sempre ben compresi, in quei Paesi che capitalisti si possono definire, né dagli operatori né dai responsabili della sorveglianza. L’incomprensione delle potenzialità del capitalismo ha portato alcuni Paesi in passato a rigettarlo o a tarpargli le ali. L’ignoranza dei rischi ha reso l’imprudenza sui mercati e la trascuratezza nei controlli assai più frequenti. Per tornare a un capitalismo efficiente ci sarà bisogno di una rieducazione e di profonde riforme.
Il capitalismo non è “il libero mercato” né il laissez faire, un sistema di governo zero “più il poliziotto”. I sistemi capitalistici funzionano meno correttamente se lo Stato non protegge investitori, finanziatori e aziende da monopoli, frodi e truffe. Tali sistemi possono essere sprovvisti del supporto politico necessario e provocare tensioni sociali in assenza di sussidi che favoriscano la partecipazione dei meno abbienti a quella che formalmente è l’economia aziendale della società. Infine, un sistema basato su un’imponente previdenza sociale, con conseguenti imposte elevate, salari netti ridotti e poche grandi fortune non può danneggiare il capitalismo.
In sostanza, i sistemi capitalistici presentano un meccanismo che permette alle economie di accrescere le conoscenze - con grandi incertezze relative ai processi, dovute all’incompletezza delle conoscenze. L’aumento delle conoscenze porta alla crescita dei redditi e ad essere soddisfatti del proprio lavoro; l’incertezza rende l’economia soggetta a variazioni improvvise - tutti fenomeni osservati da Marx nel 1848. Tuttavia, per capirlo ci è voluto molto tempo.
A XX secolo inoltrato, gli studiosi hanno visto i progressi economici come derivanti dalle innovazioni commerciabili rese possibili dalle scoperte degli scienziati - scoperte esterne al mondo dell’economia e giunte all’improvviso. Ma allora, perché le economie capitalistiche ne hanno beneficiato più delle altre? Stando alla teoria iniziale di Joseph Schumpeter, un’economia capitalistica coglierebbe più rapidamente le opportunità che si offrono all’improvviso e presenterebbe quindi una produttività maggiore grazie alla cultura capitalistica, costituita dall’entusiasmo di abili imprenditori e dalla diligenza di banchieri esperti. Ma l’idea che esistano banchieri che sanno tutto e imprenditori infallibili è ridicola. Oggi gli studiosi pensano che gran parte dell’aumento delle conoscenze non sia dovuto alla scienza. L’economia di Schumpeter - Adam Smith e sociologia insieme - coglie molto poco.
Un’altra visuale venne offerta da Friedrich Hayek negli anni 30. Ogni economia moderna, che sia di tipo capitalistico o a conduzione statale, è un grande miscuglio di conoscenze personali disseminate tra i partecipanti specializzati. Secondo Hayek nessuno, nemmeno un ente statale, sarebbe in grado di riunire le conoscenze acquisite inevitabilmente in loco da ogni singolo partecipante. Lo Stato non saprebbe assolutamente dove investire. Solo il capitalismo risolve questo “problema di conoscenze”.
Successivamente, Hayek rafforzò la teoria secondo la quale il capitalismo fa “scoperte” per conto proprio. Non trovò difficile il concetto d’idea innovativa in quanto si rese conto che quando si ha di fronte qualcosa che ancora non è stato sperimentato le conoscenze sono incomplete. Si sentì quindi libero di supporre che, grazie alle singole intuizioni acquisite da ciascuno, un manager o un impiegato, un giorno, potrebbe “immaginare” (come avrebbe detto David Hume, l’eroe di Hayek) un nuovo orientamento economico - uno che nessun individuo esterno al proprio lavoro sarebbe stato in grado di dedurre o di ideare. Concepì quindi un sistema capitalistico efficiente delineandolo come organismo dotato di una struttura generalizzata, che si sviluppa dal basso verso l’alto, in grado di fornire nuove e svariate idee che concorrano allo sviluppo del mercato e, con un po’ di fortuna, che vengano da questo adottate.
Tale “processo di scoperta” è molto più innovativo dei sistemi forniti da socialismo o corporativismo, che si sviluppano dall’alto al basso. Questi ultimi hanno una struttura troppo burocratica per incamerare le idee derivanti dal basso ed è poco probabile che quelle che riescono ad arrivare vengano approvate da tutte le parti sociali.
Economie capitalistiche efficienti, dotate di una forte propensione per le innovazioni, possono nascere solo in presenza di istituzioni funzionanti. Le libertà derivate dalla gloriosa Rivoluzione inglese del 1688 e la “società commerciale” degli scozzesi non sono bastate. Servivano istituzioni finanziarie formate da finanzieri lungimiranti, ognuno dei quali tentasse di fare il miglior investimento possibile e - ciò che più importa - serviva che tra di essi ci fosse una pluralità di visioni, così che venissero finanziati progetti diversi tra loro. Le aziende dovevano anche avere una responsabilità limitata e il mercato doveva renderne possibile l’acquisizione. Tali istituzioni dovettero attendere la richiesta di un gran numero di uomini d’affari desiderosi di creare un nuovo prodotto o un nuovo mercato o un nuovo modello economico. Le prime istituzioni rudimentali cominciarono a nascere all’inizio del XIX secolo, dapprima ci furono il diritto societario e i mercati valutari e poi le banche per azioni e le banche commerciali che finanziavano il settore industriale.
Ne conseguirono presto grandi sviluppi positivi mai visti prima in Europa e America: la nascita di nuove città, una crescita della produttività ininterrotta, salari in continua evoluzione e un’ottima situazione occupazionale generale. Le aspettative di vita migliorarono per tutte o quasi tutte le parti. Altro fenomeno difficilmente misurabile ma in ultima analisi fondamentale: un numero crescente di persone appartenente alle economie capitalistiche poté godere di una carriera interessante e venne spronato da nuovi stimoli e attività. Per loro il capitalismo fu un dono del Cielo.
Fin dall’inizio, l’aspetto negativo principale era costituito dal fatto che le imprese creative avevano causato incertezze non solo per gli stessi imprenditori, ma per chiunque facesse parte dell’economia globale. Le oscillazioni delle attività imprenditoriali diedero luogo a un ambiente economico fluttuante. Osservando il capitalismo statunitense nel suo libro del 1921, Frank Knight commentò che un’azienda, in tutte le decisioni che prescindono da quelle di routine, si trova di fronte alla cosiddetta “incertezza di Knight”. In un’economia innovativa non esistono abbastanza precedenti da permettere di stimare le probabilità di un qualsiasi risultato.
Nel 1936 John Maynard Keynes parlò della “precarietà” di gran parte della “conoscenza” usata per valutare un investimento - da qui la fragilità delle idee degli investitori (ancora oggi Keynes è visto come “Smith e alti e bassi psicologici”).
Nessuna giustificazione morale coerente è mai stata data per l’abbandono di un sistema in grado di fornire inestimabili e insostituibili novità, capacità di risoluzione dei problemi e analisi, quindi crescita personale. Al contrario, fin dall’antichità la filosofia umanista ha continuato ad additare tale esperienza come la “buona vita”. Socialisti e corporativisti non hanno mai offerto una “buona vita” alternativa. Si sono limitati ad affermare che il sistema da essi sostenuto avrebbe superato il capitalismo: maggiore ricchezza, o più posti di lavoro, maggiore soddisfazione nel proprio lavoro. Purtroppo, la gente ancora non capisce appieno i benefici che possono essere attribuiti al capitalismo e il motivo per cui a tali benefici sono legati dei costi. Tale fallimento intellettuale ha reso il capitalismo vulnerabile ai suoi detrattori e all’ignoranza interna al sistema.
Il capitalismo ha perso molta della sua importanza tra le due guerre, quando molti Paesi dell’Europa occidentale sono passati ai sistemi corporativisti. Ciò ha costituito uno dei livelli più bassi di comprensione dell’economia politica da parte della gente comune. Alla fine, le promesse di maggiore ricchezza e minori oscillazioni non hanno potuto essere mantenute. Le nazioni che hanno mantenuto il sistema capitalistico accompagnandolo con delle riforme, alcune buone altre forse no, hanno ottenuto in definitiva altri buoni risultati - fino ad ora. Quelle che si sono allontanate dal capitalismo sono state meno innovative. Dopo i disordini degli anni 70, la disoccupazione in questi Paesi è salita più di quella delle nazioni capitalistiche, e hanno fatto peggio anche in termini di partecipazione economica.
Oggi il capitalismo si trova nel mezzo della sua seconda crisi. Una delle spiegazioni fornite è che i banchieri, a prescindere dalla loro conoscenza del capitalismo, sapevano che per mantenere i propri posti di lavoro e le proprie prebende avrebbero dovuto chiedere sempre più soldi in prestito per prestarne sempre di più, questo per soddisfare i loro obiettivi di crescita e per sostenere il corso delle azioni. La crisi è derivata così dall’incapacità da parte della corporate governance di tenere a freno le prebende e da parte delle regolamentazioni di limitare l’indebitamento delle banche a un livello che le tenesse al riparo dai contraccolpi del crollo dei prezzi delle case.
Ma perché i grandi azionisti non si sono mossi per fermare tale eccessivo indebitamento? Per quale motivo i legislatori non sono intervenuti? Credo che la risposta si trovi nel fatto che non avevano idea delle oggettive incertezze di cui parlava Knight. Non avevano idea che potesse esserci un crollo dei prezzi delle case di tale entità e non avevano idea che i modelli di gestione del rischio usati nelle banche fossero fondamentalmente inapplicabili. La parola “rischio” nel passato recente è diventata sinonimo di volatilità. Ed è stata la volatilità dei prezzi che circonda un certo percorso e non l’incertezza del percorso stesso ad essere presa in considerazione.
Anche i vertici delle banche avevano una scarsa idea delle incertezze. Alcuni hanno avuto l’intuizione di comprare delle assicurazioni ma non hanno visto l’incertezza della solvibilità dell’assicuratore.
Molte cose non funzionano negli Stati Uniti e nel Regno Unito: un settore finanziario che ha voltato le spalle al settore imprenditoriale e che ha causato la propria autodistruzione, e un settore imprenditoriale tormentato dalle scadenze a breve termine. Se siamo ancora in possesso dei nostri valori umanisti, cercheremo di ristrutturare questi settori per fare in modo che il capitalismo funzioni nuovamente bene - per essere più vigili contro la sconsiderata noncuranza dell’incertezza nel settore finanziario rilanciando contemporaneamente le innovazioni nel settore imprenditoriale. Non sbatteremo la porta in faccia a sistemi che hanno dato a molte persone la possibilità di condurre una vita soddisfacente.
http://www.ilsole24ore.com - 17 Aprile 2009

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