No blobal 10 anni dopo
Il 30 novembre 1999 a Seattle il movimento a sorpresa diede scacco ai potenti della politica Da allora molto è cambiato
Il 75esimo piano del grattacielo Columbia Tower offre la vista più spettacolare sulla baia di Puget Sound, le catene di montagne innevate, l´Oceano Pacifico, la costa frastagliata verso Vancouver. Da quassù il sindaco della "città color smeraldo" Paul Schell dieci anni fa pronunciò la fatidica frase: «Perché mai dovremmo avere paura di questi ragazzi?». Dalle vetrate del Columbia Tower Club, dove erano riuniti i maggiorenti della città per celebrare il vertice della World Trade Organization (Wto), Schell osservava divertito i primi gruppi di manifestanti, i pittoreschi travestimenti verdi da tartaruga marina adottati da alcuni gruppi di animalisti. Il sindaco aveva deciso di proclamare Seattle "città aperta", dando ordine alla polizia di tollerare le proteste.
In poco tempo i primi rivoli di contestatori si sarebbero
ingrossati a dismisura, confluendo nel maxicorteo della confederazione
sindacale Afl-Cio. Quarantamila manifestanti. Qui il 30 novembre 1999 divampò a
sorpresa la più grande protesta di tutti i tempi contro un summit
internazionale. Un evento quasi epico, la nascita di quello che all´inizio
venne battezzato il "popolo di Seattle", poi il movimento no global.
Il permissivismo iniziale del sindaco fu spiazzato quando la protesta sfuggì di
mano a tutti, organizzatori e forze dell´ordine.
Oggi Joel Connelly, reporter del Seattle Post Intelligencer, organizza un
pellegrinaggio della memoria nei luoghi della "Battaglia di Seattle",
il titolo del film con Charlize Theron che ricostruisce quelle giornate di
fuoco. C´è la tappa obbligata all´hotel Westin, con visita al caffè dove il
segretario di Stato Madeleine Albright rimase prigioniera, asserragliata e
sgomenta mentre a pochi metri da lei infuriavano gli scontri. Si prosegue al
Washington Athletic Club, dove il segretario dell´Onu Kofi Annan non riuscì
neppure a prendere la parola, perché l´amplificazione del suo microfono era coperta
dal concerto assordante di urli, sirene della polizia e delle ambulanze,
raffiche dei fucili a pallettoni di gomma e lacrimogeni. Il tour si conclude
all´hotel Sheraton, la più importante sede del summit. Il 30 novembre lo
Sheraton rimase quasi vuoto, irraggiungibile per capi di Stato e ministri,
presidiato da un cordone di polizia ormai in preda al panico, tagliato fuori
dai rinforzi per le tattiche sorprendenti della guerriglia urbana. In quelle
ore, impresse in modo indelebile nella memoria dei testimoni, l´Fbi e il Secret
Service tentarono di dissuadere Bill Clinton dal raggiungere Seattle. Non erano
sicuri di poter garantire l´incolumità del presidente degli Stati Uniti.
La Seattle di
oggi è il simbolo di altre cose. Qui fiorisce il gigante del commercio online
Amazon, che con il suo Kindle esplora un futuro digitale per libri e giornali.
Dopo il ridimensionamento di Boeing, sono Microsoft e Starbucks a fare di
questa punta settentrionale della West Coast statunitense una capitale
post-moderna, specializzata nei servizi, proiettata verso l´Asia. «Ma solo gli
scontri di quei giorni - ricorda Connelly - disegnarono Seattle sulla mappa
geografica dell´opinione pubblica internazionale». Da allora nulla fu più come
prima. I summit internazionali si blindarono, senza per questo riuscire a
evitare tragedie come il G8 di Genova nel 2001. Dalle riunioni del Fondo
monetario internazionale a quelle di Davos in Svizzera, arginare i no global
divenne una priorità per i vip del pianeta. Nel cuore dell´Occidente industrializzato
mise radici una corrente anti-capitalista, anti-liberista, impegnata a
denunciare i danni della globalizzazione sull´ambiente, sui diritti umani, sul
Terzo mondo.
«Seattle era il luogo giusto per tenere a battesimo un movimento di quel tipo -
ricorda la scrittrice militante canadese Janet Thomas - perché l´etica del
lavoro dell´America del Nord-Ovest ha sempre privilegiato la sostanza
sull´apparenza; è un´etica plasmata dal rapporto con la natura selvaggia delle
montagne e dell´oceano». In realtà l´ubicazione a Seattle della protesta fu
quasi casuale. Le avvisaglie di rivolte contro il libero scambio si
moltiplicavano da tempo. Il vertice di fine novembre ?99 sotto l´egida
dell´Organizzazione del commercio mondiale doveva dare uno slancio poderoso
all´abbattimento delle ultime frontiere.
Ma non lo avevano preparato solo Clinton e i tecnocrati delle istituzioni
sovranazionali. Da mesi stava crescendo un malcontento in diversi settori della
società civile, dal mondo del lavoro alle ong umanitarie. Il decennio di
"crescita aurea" dopo la caduta del Muro di Berlino, segnato
dall´egemonia americana e dal pensiero unico neoliberista, non aveva convinto
tutti dei benefici dell´economia di mercato. Sul Wall Street Journal, il 16
luglio di quell´anno, Helen Cooper aveva lanciato l´allarme: «In vista di
Seattle si sta preparando una mobilitazione di dimensioni massicce». Solo il 30
novembre però fu chiara la natura straordinaria dell´evento. Una confluenza
irripetibile di movimenti diversi, di generazioni e storie eterogenee. Un
incontro quasi magico, che non si sarebbe mai più riprodotto su una scala
simile.
Alla vigilia del 30 novembre è già in campo una robusta componente della
protesta, la più tradizionale e rispettabile: il sindacato. Delusi dal liberismo
di Clinton che ha firmato il trattato Nafta, stremati dalle delocalizzazioni
che a quell´epoca esportano mestieri operai verso il Messico, i colletti blu
americani decidono di usare il palcoscenico di Seattle per un´offensiva contro
l´apertura delle frontiere. Il vertice Wto è salutato dallo sciopero generale
dei portuali in tutti gli scali marittimi della West Coast. Il segretario
generale dell´Afl-Cio John Sweeney, il leader del potente sindacato dei
camionisti (Teamsters) Jim Hoffa sono alla testa del corteo di 25mila
lavoratori che la mattina del 30 inizia a sfilare per le vie della città.
Nel frattempo Seattle ha visto affluire da settimane un variopinto mondo di
contestatori di altra natura. Migliaia di studenti hanno partecipato ai
seminari anti-globalizzazione della University of Washington. A loro si sono
uniti gruppi di ambientalisti, ong per la difesa dei diritti umani, movimenti
del volontariato impegnati nell´aiuto ai paesi poveri, pacifisti, chiese
protestanti. Accorrono a Seattle ideologi della contestazione vecchi e nuovi:
il paladino dei consumatori Ralph Nader, il non ancora celebre regista Michael
Moore, l´economista indiana Vandana Shiva, il leader dei contadini francesi
Jose Bové. Da Greenpeace alla Via Campesina, è un caleidoscopio cosmopolita di
ogni pensiero alternativo. Ivi comprese le frange antagoniste radicali. «Tra
tutti noi alla fine i più organizzati sono gli anarchici», è la battuta ironica
e amara di un editoriale del Seattle Times in quei giorni.
Anche nella galassia dei gruppi estremisti ci sono anime diverse. La Ruckus Society è il
caso emblematico di una protesta non violenta che assume forme fantasiose.
Addestrati per mesi nel deserto del Nevada, i ragazzi della Ruckus sanno
scalare grattacieli e impalcature dei cantieri come degli alpinisti; beffano la
polizia; fanno spuntare giganteschi striscioni nei luoghi più impensati della
città. Le "tartarughe marine" girano armati di manette di plastica
per incatenarsi fra loro; così ostacolano gli arresti perché la polizia deve
trascinare di peso interi grappoli umani.
A questa protesta da Carnevale di Rio si contrappone la scheggia violenta dei
Black Bloc. È a mezzogiorno del 30 novembre che scattano gli attacchi di
vandalismo. Coordinati, sincronizzati in diversi punti della città, studiati a
tavolino per provocare la polizia. I Black Bloc con i passamontagna neri si
dissimulano nei pacifici cortei sindacali, schizzano fuori all´improvviso per
dei raid contro le forze dell´ordine e i negozi. L´immagine di un anarchico con
la bandana nera che polverizza la vetrina di un caffè Starbucks viene
proiettata all´istante dalla Cnn, fa il giro del mondo, dà il segnale di
partenza del caos di Seattle. Le telecamere inquadrano senza pietà i potenti
della terra bloccati nei loro alberghi, l´angoscia dei vip smarriti,
improvvisamente vulnerabili. La polizia è sopraffatta, spesso concentrata nei
luoghi sbagliati della città, sempre battuta in velocità dai commandos dei
Black Bloc.
Tocca ai pacifisti tentare di fermare la violenza. La leader storica
dell´organizzazione terzomondista Global Exchange di San Francisco, Medea
Benjamin, ricorda ancora una situazione assurda. «Ero costretta coi miei
compagni a difendere le vetrine di Nike e di McDonalds, e mi chiedevo: dove
sono le forze dell´ordine, perché ci hanno abbandonati?». Nel vortice dei
disordini i leader sindacali perdono il contatto con la coda del loro corteo.
La paura di quelle ore lascerà un ricordo incancellabile; fallisce quel
riavvicinamento tra il movimento operaio e la sinistra alternativa che era
sembrato possibile come ai tempi della guerra del Vietnam.
Passano ore cruciali - un tempo interminabile in cui Seattle si sente
abbandonata al saccheggio - finché il sindaco Schell fa dietrofront, impone il
coprifuoco, annuncia il divieto di manifestare nei cinquanta isolati del centro
storico. Da quel momento e nei giorni successivi è la polizia a non avere più
ritegno, le violenze e gli eccessi cambiano di segno. Fino a lasciare di quelle
giornate delle versioni inconciliabili. «Per alcuni di noi - ricorda Janet
Thomas - fu quella la vera fine del Ventesimo secolo e l´alba di una nuova
comunità globale, più solidale. Per altri quelle furono le giornate
dell´apocalisse e della vergogna, una macchia infame».
Perciò l´eredità del movimento di Seattle è complessa e controversa. Nacque
quel giorno una coscienza critica della globalizzazione che superava le
frontiere degli Stati, una società civile sovranazionale. Al tempo stesso si
spezzò il filo di dialogo fra l´amministrazione Clinton e la sinistra. La
giovane generazione di lì a poco avrebbe disertato le urne o votato Nader,
consegnando l´America a otto anni di presidenza Bush. La protesta contro il
Nafta e le delocalizzazioni in Messico oggi appare sfuocata: nessuno nel 1999
capì che sarebbe stata la Cina
la grande vincitrice del decennio successivo, dopo il suo ingresso nel Wto.
Solo la grande crisi del 2008-2009
ha riabilitato interi filoni del pensiero
alter-globalista. Quando il premier britannico Gordon Brown propone una tassa
sulle transazioni finanziarie; quando India e Brasile erigono barriere contro
l´afflusso dei capitali speculativi dall´estero, i germogli seminati nel caos
di Seattle rispuntano dove meno te l´aspetti: nel discorso pubblico delle
nostre classi dirigenti.
(la Repubblica
29 novembre 2009)

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