Neuroestetica. Così la scienza spiega l' arte e l' amore
Le opere d’arte, la letteratura, la filosofia ci forniscono spunti decisivi per comprendere l' organizzazione del cervello umano
Uno degli obiettivi dichiarati e di lungo periodo della neurobiologia è migliorare la nostra conoscenza delle caratteristiche che ci rendono umani. Una di queste è il linguaggio, con tutto ciò che esso implica, ma ve ne sono anche altre che, seppur presenti in altri animali, sono particolarmente sviluppate negli esseri umani. Fra queste gli impulsi ancestrali (desiderio di bellezza, brama d' amore, ma anche odio, invidia e avidità) in preda ai quali gli esseri umani hanno realizzato tante conquiste, ma anche tante devastazioni. La neurobiologia è in grado di affrontare tali questioni con il metodo sperimentale? Due recenti scoperte inducono a confidare in una risposta positiva.
La prima è l' ormai nota tecnica del brain imaging, che consente di individuare un' attività in certe aree localizzate del cervello umano ogni volta che il soggetto intraprende determinati compiti. Ad esempio, quando il soggetto osserva l' immagine di una persona che ama appassionatamente, in alcune aree del suo cervello distinte fra loro si osserva un incremento di attività. Si tratta di un fenomeno sorprendente perché l' amore, almeno nella sua fase di passione, può essere un fenomeno totalizzante, che detta molti aspetti della nostra vita.
Ora, queste aree del cervello sono interessanti sotto molti profili, ma soprattutto perché vi si osserva un' elevata concentrazione di recettori dei neuro-ormoni della gratificazione (quelli che ci fanno "sentire bene"), e anche perché si attivano quando inaliamo sostanze euforizzanti come la cocaina. L' attivazione di queste aree in circostanze del genere è accompagnata dalla disattivazione di altre aree, fra cui quelle decisive per giudicare gli altri. Forse è da qui che deriva il detto secondo cui l' amore è cieco. Con ciò non voglio dire che noi neurobiologi abbiamo deciso che cosa sia l' amore, presunzione incredibile e disonorevole che certi filosofi ci attribuiscono per implicazione, mentre invece non abbiamo neanche stabilito che cosa significhi amore in termini neurobiologici. Piuttosto, ciò indica che esiste un numero ridotto di aree del cervello umano che si attivano particolarmente - e questo è dimostrato - quando guardiamo l' immagine della persona amata. Cosa che fra l' altro ci permette di approfondire il nostro studio e la nostra comprensione dell' amore, la più pervasiva delle emozioni umane.
La seconda,e la meno nota, delle due importanti scoperte è che l' intensità dell' attività neurale, almeno in alcune delle aree attivate, mostra una correlazione diretta con l' intensità dell' emozione che il soggetto dichiara di provare. Ad esempio, in una recente ricerca sui correlati neurali dell' odio, abbiamo osservato che, in alcune aree attive del cervello, il grado di attività neurale (misurato in base alle variazioni del flusso sanguigno) era direttamente proporzionale al grado di odio dichiarato dai soggetti nei confronti delle persone di cui era stata mostrata loro un' immagine. Dunque le verità soggettive - le uniche di cui possiamo star certi - possono essere individuate e misurate in maniera obiettiva.
Queste scoperte schiudono un nuovo ed estesissimo campo in cui la neurobiologia può cercare di dare risposta a interrogativi come: quali strutture neurali sono coinvolte nella nostra reazione alla bellezza? Quali dal desiderio che proviamo? E quali si attivano quando facciamo esperienza di qualcosa che, al pari di tante grandi opere d' arte, è emotivamente doloroso ma al tempo stesso di sublime bellezza? La Cattura di Cristo del Caravaggio (conservata alla Galleria Nazionale di Dublino)e il Tristanoe Isotta di Wagner (in cui non c' è neanche una nota gioiosa) sono solo due dei molti esempi possibili. Il dolore e il tormento che queste opere esprimono ci trasmettono una quantità di conoscenze. E' uno dei motivi per cui Oscar Wilde parlò a suo tempo del significato del dolore e della sua bellezza, e per cui Wittgenstein era convinto che la conoscenza si potesse ottenere dall' arte e per suo tramite. Come e che cosa impariamo da queste opere, riguarda la neurobiologia non meno di qualsiasi altra disciplina.
Come sostengo in un mio libro di recente pubblicazione, Splendori e miserie del cervello, queste opere d' arte, e con esse la letteratura amorosa mondiale - ma anche creazioni artistiche più specialistiche, come l' arte cinetica - ci forniscono spunti decisivi per comprendere l' organizzazione del cervello umano. Ciò non deve sorprenderci, considerato che tali opere sono esse stesse dei prodotti del cervello umano. Ai neurobiologi però non interessano soltanto queste espressioni artistiche, ma anche i frutti delle discipline umanistiche, della storia dell' arte e della filosofia. Anche queste, infatti, sono prodotti del cervello umano, e sono fermamente convinto che la neurobiologia, nel perseguire i suoi obiettivi, debba avvalersi dell' aiuto di tali discipline, perché da millenni si occupano di questioni rilevanti ai fini delle nostre ricerche. E' per questo che ho inaugurato la disciplina della neuroestetica, che si prefigge di apprendere il più possibile dalle discipline umanistiche, per poi approntare esperimenti volti a studiare le basi neurali della creatività artistica e della fruizione dell' arte. Quello che la neuroestetica ha con le discipline umanistiche e con l' arte è un rapporto fortemente asimmetrico, nella misura in cui noi neuroestetici non abbiamo nulla da insegnare ad umanisti e artisti ma al contrario abbiamo molto da imparare da loro.
Cézanne dipingeva le sue tele quando del cervello visivo e del processo della visione si ne sapeva assai meno di quanto ne sappiamo adesso. Eppure, uno dei suoi interessi precipui, la modulazione della forma da parte del colore, rientra anche fra quelli del neurobiologo della visione. Nel nostro cervello, colore e forma sono rappresentati separatamente, e uno degli obiettivi della neurobiologia della visione è proprio capire come questi due sistemi interagiscano fra loro a formare la nostra immagine unitaria del mondo. Analogamente, è del tutto probabile che Wagner non sapesse nulla del cervello, ma l' ambiguità della progressione del cosiddetto "accordo di Tristano" riveste grande interesse per i neurobiologi, come del resto tutto lo studio dell' ambiguità nell' arte. Alcuni vedono con orrore una simile incursione nella sfera privata di ciascuno. Costoro etichettano i nostri sforzi con il trito stereotipo di "riduzionismo", ma in genere non sanno nulla dei metodi della scienza, che è tenuta a isolare ogni fenomeno per studiarlo.
Che il sentimento di amore sia correlato con una certa attività in determinate aree del cervello non significa che nel cervello stesso sia stato isolato un "sistema dell' amore", come essi credono, visto che ciascuna di queste aree del cervello ha molteplici connessioni con altre con cui lavora in armonia. Significa soltanto che il corretto funzionamento di queste aree è un ingrediente importante. Per giunta, costoro dovrebbero tener conto dei pericoli di un approccio olistico in campo scientifico. In fondo, per un secolo abbondante abbiamo considerato la visione un processo unitario, e in nome di questa convinzione abbiamo ignorato i dati di fatto che dimostravano il contrario. In seguito, la neurobiologia ha determinato in modo inoppugnabile che nel cervello umano esistono molteplici aree visive separate, la cui specializzazione è elaborare diverse caratteristiche della scena visiva, ad esempio il movimento e il colore, e che certune di queste caratteristiche siamo persino in grado di percepirle prima di altre. Il che solleva una questione interessante, e cioè in che modo le attività di queste diverse aree del cervello si integrino fra loro per fornirci il nostro quadro unitario del mondo visivo.
Traduzione di Marina Astrologo
http://www.repubblica.it — 05 settembre

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