Nell'Italia dei tre presidenti
Accanto all'indirizzo politico di maggioranza c'è spazio per un indirizzo politico-costituzionale, incarnato in primo luogo dal capo dello Stato.
Sorpresa: l'Italia del presidente non c'è più. Dopo le
elezioni del 2008, ci eravamo baloccati a lungo con l'idea del capotreno che
dirige il nostro convoglio collettivo. Strada facendo abbiamo scoperto
viceversa che il treno ha molte teste, oltre quella del presidente del
Consiglio. C'è insomma un'Italia dei presidenti, a cominciare da Napolitano e
Fini. Quest'ultimo, in particolare, innesca frizioni quotidiane con il
presidente Berlusconi. Da qui la tachicardia della maggioranza di governo. Da
qui il tormentone sugli scenari futuri (quale progetto alternativo al Pdl ha in
mente il presidente della Camera?). Da qui, infine, il dente avvelenato che
morde Fini proprio dove fa più male, sotto il doppiopetto blu con cui dirige i
lavori di Montecitorio. In breve: vuoi continuare a far politica? Allora
avresti dovuto sceglierti un altro mestiere, non quello del garante. Perché
l'arbitro è muto, a differenza del tifoso. E perché se invece parla, e parla
contro la maggioranza che lo ha eletto, qualche grammo di coerenza dovrebbe
spingerlo a dimettersi, a fare le valigie.
Quest'ultima obiezione è la più grave, dato che rimprovera al garante delle
regole di violare a propria volta le regole del gioco. Tuttavia s'espone
anch'essa a una sfilza di obiezioni. In primo luogo, cade in contraddizione con
se stessa: se l'arbitro non può fischiare mai contro il governo, significa che
non c'è partita, o meglio c'è una partita truccata. Ecco perché non fa politica
il garante che bacchetta la politica: fa semplicemente il suo lavoro. E
d'altronde fra gli organi politici e quelli di garanzia costituzionale non può
non esserci un rapporto dialettico, o talvolta antagonistico.
In secondo luogo, l'accusa di slealtà al presidente Fini è viziata da un errore
storico, per non dire archeologico. La piena consonanza fra il primo ministro e
il presidente della Camera risale infatti all'esperienza dello Statuto
albertino, due secoli fa. A quel tempo succedeva che il capo del governo
rassegnasse le proprie dimissioni quando la Camera eleggeva un presidente scomodo o sgradito
(fu così per Menabrea nel 1869, De Pretis nel 1878, Zanardelli nel 1902). E
ancora più spesso succedeva che si dimettesse il presidente della Camera,
contemporaneamente alla caduta del governo (Biancheri nel 1876, Farini nel 1878
e nel 1879, poi molti altri ancora). Ma il matrimonio comincia a rompersi già
il 2 marzo 1877, quando Francesco Crispi cancella il proprio nome dall'elenco
dei votanti, inaugurando una prassi da allora in poi sempre rispettata: il
presidente della Camera non vota, e dunque non vota in favore del governo. Oggi
questo matrimonio costituzionale non c'è più, non c'è nemmeno una coppia di
fatto.
In terzo luogo, il presunto scandalo di Fini è immemore anche della nostra
storia più recente, tutta costellata d'attriti e battibecchi fra l'esecutivo e
i presidenti delle assemblee legislative. Qualche esempio: la replica piccata
di Nilde Iotti (marzo 1989) quando De Mita, nella sua veste di presidente del
consiglio, aveva criticato il parlamento. Il duro monito di Pietro Ingrao
(gennaio 1977) contro l'abuso dei decreti legge. Il j'accuse di Bertinotti
sulle deficienze del governo Prodi (gennaio 2008). E via via, l'elenco è più
lungo d'un lenzuolo.
Insomma niente di nuovo sotto il sole. La novità piuttosto è un'altra, e non
c'è da rallegrarsene. Investe la concezione del potere che ispira i critici di
Fini: un potere solitario, senza contropoteri sulla scena. Investe il ruolo dei
custodi, perché li vuole sordi e ciechi, e con la lingua mozza. Investe in
ultimo il concetto stesso di Costituzione. C'è infatti una teoria della
Costituzione dietro questa polemica sulle troppe esternazioni del presidente
Fini, anche se i polemisti probabilmente non se ne sono accorti. È l'idea della
legge fondamentale come programma rivolto unicamente al binomio
governo-Parlamento, dunque alla maggioranza che ha in pugno le sorti del Paese.
Con la conseguenza che se la maggioranza resta inerte, nessun altro potrà
assumerne le veci. Meno che mai gli organi di garanzia costituzionale: loro, al
più, possono alzare una paletta rossa, se e quando il programma costituzionale
venga apertamente contraddetto dalle scelte di governo.
Ma pure questo è un film già visto. Più precisamente, durante la prima
legislatura dell'età repubblicana, quando la Carta venne messa per l'appunto in frigorifero.
Poi, però, Vezio Crisafulli ci ha insegnato che la Costituzione va
applicata magis ut valeat, al meglio della sua capacità espansiva; e va
applicata anche dai giudici, senza aspettare le leggi di attuazione. A sua
volta, Paolo Barile ci ha insegnato che accanto all'indirizzo politico di
maggioranza c'è spazio per un indirizzo politico-costituzionale, incarnato in
primo luogo dal capo dello Stato. Fu così che nel 1955 il presidente Gronchi
spronò il paese a dare gambe e fiato ai principi costituzionali. Viva vox
constitutionis, lo salutò Calamandrei; e arrivò il disgelo. Sarebbe un
paradosso tornare adesso all'era glaciale. Sarebbe un controsenso
costituzionale chiedere a Fini di tacere sui valori che ancora reclamano
attuazione: per esempio uguaglianza e solidarietà verso gli immigrati. Sarebbe,
in conclusione, negare la forza propulsiva della Costituzione.
www.ilsole24ore.com 6 dicembre 2009

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