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Nella società liquida, gli stranieri servono. A scaricare la paura

....il dovere di gran lunga più importante e urgente del ventunesimo secolo: ottenere di nuovo il controllo politico sulle forze economiche che alla fine del ventesimo secolo sono state "liberate" dalla supervisione democratica e dalla regolamentazione politica

«Porsi le domande giuste è ciò che fa la differenza tra l'affidarsi al fato e perseguire una destinazione, tra la deriva e il viaggio». Zygmunt Bauman - autore della Modernità liquida e della Solitudine del cittadino globale - sostiene che il compito del sociologo è proprio quello di usare la cultura - un «coltello affondato nel futuro» - per dimostrare che ciò che ci sembra ovvio e necessario è invece contingente e revocabile. Per «abbattere i muri dell'ovvio e dello scontato», edificati da quanti intendono presentare come immodificabile l'attuale ordine sociale, la ricerca delle domande giuste deve però essere alimentata innanzitutto dalla volontà di costruire un'arena politica globale che sappia recuperare «la fiducia nell'efficacia del discorso pubblico e nella sua capacità di stimolare un'azione collettiva». 

Per caratterizzare l'attuale fase della modernità sono state usate definizioni diverse: seconda modernità, modernità riflessiva, postmodernità, etc. Lei stesso, dopo aver usato per un certo periodo la categoria della postmodernità, ha deciso di adottare la metafora della "modernità liquida". Ce ne spiega le ragioni?

Ho rinunciato a descrivere l'attuale condizione come "postmoderna" in primo luogo perché si tratta di un termine negativo, che non dice nulla sulle caratteristiche della fase che è "venuta dopo" e in secondo luogo perché suggerisce erroneamente l'idea che l'era della modernità sia finita. Credo invece che la modernità sia uno stato di modernizzazione permanente, ossessiva e compulsiva, e che siamo ancora moderni, forse ora più che mai. Retrospettivamente, infatti, il primo stadio della modernità rivela pienamente le sue potenzialità "mature" solo nella fase liquida. Nella fase classica, "solida", la modernità aveva già a che fare con la fusione dei corpi solidi (le tradizioni, i vincoli, le strutture rigide, i legami durevoli, le norme tramandate), ma era mossa dall'intenzione di sostituirli con altri ancora più solidi, che non fossero più vulnerabili, che fossero perfetti. La modernità liquida prosegue quel lavoro di fusione, ma non permette che ciò che è stato fuso si indurisca e si consolidi. Strutture, norme, legami, routine sono ora permanentemente in uno stato fluido.

 

Alcuni ritengono che la "globalizzazione" sia semplicemente una costruzione ideologica, una formula retorica che, mentre descrive la fase del capitalismo post-industriale, allo stesso tempo esercita anche una funzione prescrittiva, perché tende a "naturalizzare", e dunque a legittimare, le ingiustizie generate dal neoliberismo. Qual è la sua opinione?

Esiste effettivamente un'ideologia della globalizzazione, ma anche il fin troppo reale processo della globalizzazione, che consiste nel prosciugare ogni forma di sovranità locale e nell'impedire in ogni angolo del pianeta l'autosostenibilità e l'autosufficienza, costituendo una rete sempre più densa di interdipendenze su scala planetaria. Questa dipendenza planetaria si è compiuta nella forma capitalista, con il trionfo del mercato e il movimento di capitali su scala planetaria, il graduale ma implacabile assorbimento delle forme di vita pre-capitalistiche e la progressiva commercializzazione di tutte le forme di vita. E' un processo che non dovrebbe essere visto come una semplice costruzione ideologica. Il suo impatto sulla vita reale infatti è enorme: ridefinisce i confini tra strategie realistiche e irrealistiche, i paletti della politica e l'agenda della giustizia. Se ignorassimo il pericolo insito in questo processo perderemmo di vista il dovere di gran lunga più importante e urgente del ventunesimo secolo: ottenere di nuovo il controllo politico sulle forze economiche che alla fine del ventesimo secolo sono state "liberate" dalla supervisione democratica e dalla regolamentazione politica.

 

Secondo la sua analisi, non ci sarebbe contraddizione tra la frammentazione politica e la globalizzazione economica, perché «la proliferazione degli Stati nazionali procede di pari passo con il loro indebolimento».

Fino a quando ci si aspettava che lo Stato rivendicasse piena sovranità sul suo territorio e che la sovranità politica si reggesse sul treppiede delle autarchie (militare, economica e culturale) a molti degli attuali Stati membri dell'Onu non sarebbe venuto in mente di rivendicare l'indipendenza nazionale. Quando l'idea, e ancor di più la pratica della "sovranità" è stata progressivamente spogliata delle sue passate prerogative quella richiesta è divenuta invece invitante persino per quelle entità che prima non avevano tali ambizioni. L'indebolimento dell'idea e della pratica dell'autorità sovrana è un prodotto della "globalizzazione negativa" e la frammentazione delle unità politicamente sovrane a sua volta fa il gioco delle forze globali. Molti "Stati" oggi sono poco più che aree di polizia, territorialmente delimitate, che garantiscono la sicurezza di permanenza e di viaggio dei poteri extraterritoriali. Le due tendenze - l'erosione della sovranità territoriale e la crescente extraterritorialità dei poteri globali - sono due aspetti dello stesso processo.

 

Uno dei metodi più comuni per evitare il difficile compito di negoziare le differenze e accettare compromessi sembra essere quello di "espellere" il diverso e tentare di separare territorialmente "Noi" da "loro". Vuole dirci qualcosa a proposito del rischio del "comunitarismo", e di come «l'estraneo viene trasformato in un alieno, e l'alieno in una minaccia»?

Poiché c'è sempre il rischio che la paura, usata per consolidare la posizione di coloro che detengono il potere, si riveli controproducente, incitando al dissenso e accendendo la ribellione, per evitare l'autocombustione il surplus di paura deve essere tenuto lontano dal sistema di potere e opportunamente indirizzato su obiettivi innocui. Allo stesso modo sono necessarie delle valvole di sicurezza, che assumono forme diverse; per esempio quella di momenti di panico causati dalla minaccia, ampiamente reclamizzata, di rapinatori, accattoni invadenti, malintenzionati o pedofili usciti di prigione. Oppure la forma di occasioni di partecipazione pubblica ai rituali di esclusione, come i reality show del tipo Big Brother. O quella di allarmi ripetuti sull'influenza degli stranieri nella diffusione delle malattie e della criminalità. In un periodo caratterizzato da nuove incertezze e insicurezze generate da misteriose, impenetrabili "forze globali", orientare il risentimento verso i migranti è poi particolarmente contagioso, poiché rappresentano tutto ciò che produce ansietà: l'esilio forzato, la degradazione sociale, l'esclusione estrema, l'essere relegati in un "non-luogo" estraneo all'universo della legge e dei diritti. In questo modo gli stranieri incarnano tutte quelle paure esistenziali che tormentano gli uomini e le donne della società liquido-moderna.

 

Ci spiega perché ritiene che ci sia una «vena fondamentalista in ogni richiesta di riconoscimento» e perché il multiculturalismo opererebbe come una «forza essenzialmente conservatrice»?

Le rivendicazioni per una forma di vita che sia riconosciuta e non solo tollerata, rispettata e non semplicemente legittimata, vengono normalmente avanzate da comunità che lottano per evitare che i propri membri "disertino i ranghi" con la speranza di raggiungere una categoria sociale più promettente. Per i membri di un gruppo che reclama il riconoscimento i risultati sono ambivalenti: se ha successo, verranno protetti dalle umiliazioni che vengono dall'esterno ma allo stesso tempo vedranno consolidarsi il controllo sotto il quale sono tenuti. Come ha opportunamente notato Alain Touraine, la reazione della maggioranza è altrettanto ambivalente: l'accettazione della richiesta, generalmente concessa sotto l'apparenza di una politica multiculturalista (ogni forma di vita merita il rispetto e il diritto alla sopravvivenza per il solo fatto di essere differente), contiene inevitabilmente anche il riconoscimento del multicomunitarismo (la reciproca esclusività delle comunità e il loro diritto di determinare in anticipo le scelte di vita dei loro membri). La tolleranza è troppo spesso un atteggiamento conclusivo, condiscendente o sprezzante, e una manifestazione di indifferenza piuttosto che un'espressione di coinvolgimento e attenzione. La solidarietà genuina implica invece l'intenzione di discutere e di cercare insieme le migliori espressioni di un'umanità comune.

 

Ritiene che il socialismo, che non sembra più possedere quella forza di "utopia attiva" che dà il titolo a un suo libro degli anni Settanta, possa ancora costituire uno strumento per rispondere al bisogno di «riforgiare la diversità umana» in una «professione di solidarietà umana»?

Nel suo stadio iniziale, la modernità ha portato l'integrazione al livello degli Stati-nazione. Prima di finire il suo lavoro deve però compiere un passo ulteriore, sollevando l'integrazione al livello di un'umanità che sia inclusiva di tutta la popolazione del pianeta. Per un pianeta interdipendente è, letteralmente, un problema di vita (comune) o di morte (comune), e una delle condizioni principali è la creazione dell'equivalente globale dello "Stato sociale" che completò e coronò il passo precedente, quello dell'integrazione dei "localismi" e delle tribù negli Stati-nazione. La rinascita del nucleo centrale dell'"utopia attiva" socialista - il principio di responsabilità collettiva e quello di un'assicurazione collettiva contro la miseria e le disgrazie - sarà dunque indispensabile, sebbene questa volta su una scala globale, con l'umanità intera come suo oggetto.

da Liberazione, martedì, 08 luglio 2008

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