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Nella casa di Brescia, cercando la natura

In primavera, le farfalle e le api a danzare sui fiori bianchi della siepe





Avrei voluto che la cucina di casa assomigliasse il più possibile a quella di mia nonna, nella sua casa di Bovegno, su in montagna, in Val Trompia. La casa che per me era la meraviglia delle meraviglie. Dopo luglio al mare, ci stavamo in agosto e in settembre fino a che si ritornava a scuola. All’arrivo a Brescia, mio padre addolciva la malinconia portandoci tutti a cena al ristorante «Magenta» — che ora non c’è più. Il nostro tavolo era in fondo al salone, su un pavimento rialzato e delimitato, come un palcoscenico, da due tendoni di velluto, raccolti ai lati. Era appoggiata al monte, la casa di mia nonna. Dalla porta che dava sull’acciottolato della strada in salita si facevano due rampe di scale e si entrava nella spaziosa cucina col grande camino rustico dentro al quale ci si poteva sedere; poi una porta dava sulle scale che conducevano alla terrazza coperta (tre o quattro pilastri quadrangolari la rendevano ancora più protetta, sorgendo dalla balconata coperta da vasi di gerani) e dalla terrazza si entrava, da porte separate, nelle camere da letto. Quella dove dormivamo noi ragazzi (ai miei genitori spettava la stanza col lettone coperto da un baldacchino) aveva un finestrino, in alto, e quando si andava a dormire mia nonna batteva sul vetro; vedevamo il suo volto (la cuffietta orlata di pizzo e legata sotto il mento) incorniciato, e sentivamo la sua voce: «Felice notte!» . Ma dalle camere da letto, un’altra scaletta portava in un ripostiglio quasi buio. In fondo, aveva una porta chiusa da un gran catenaccio. Fu una delle estasi della mia infanzia scoprire che, dopo tutte quelle scale che dalla strada conducevano fin lì — e la penombra cresceva man mano —, aprendo quella porta, appena sotto il tetto, si usciva alla luce piena di un prato verdissimo: l’erba alta e le piante di ciliegio e quelle con le bacche rosse, gli arbusti, gli uccelli e il sole e l’azzurro del cielo— e il prato poi si allargava e saliva verso la cima del colle San Martino. E se, salendo per tutte quelle scale, sembrava di allontanarsi dall’erba, ci si avvicinava invece al prato splendente che circondava il tetto come una corona. Poi, quando morì mio fratello, la nonna non rimase più a Bovegno e venne ad abitare con noi. Nel giardino della casa di Brescia credevo di trovare qualche riflesso di quel prato. Non era grande, ma d’inverno la neve era così alta che dopo pochi passi dovevo fermarmi perché mi arrivava fin quasi alla cintola. Mi sembrava di essere un viandante diretto per chi sa dove. In primavera, le farfalle e le api a danzare sui fiori bianchi della siepe. E soprattutto i maggiolini. Stavano fermi a centinaia per ore e per giorni sui rami dei deodara, uno sopra l’altro, immobili, le zampine dell’uno sul dorso dell’altro. Più tardi ho capito che si accoppiavano. Il maschio stava sopra. I deodara! In sanscrito: devadaru, che significa «albero degli dèi» . Ma dal muro di cinta del giardino — ormai ero già un ragazzo — avevo visto avanzare lungo il viale, il giorno dopo L 8 settembre, la colonna di autoblindo tedesche che prendevano possesso della provincia di Brescia. Sulla camionetta di testa, in piedi, un ufficiale salutava col braccio alzato. Ma, guardando attorno, la strada appariva deserta. Forse salutava me.

 

Corriere della Sera 11.5.11

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