Nel vortice Wikileaks
Mentre si denunciano le pretese dell´informazione di violare una riservatezza necessaria per tutelare l´informazione, si moltiplicano strumenti e pratiche che la annebbiano e la inquinano
Qualche breve considerazione sul caso WikiLeaks. Anzitutto
sulla reazione dei governi, di quello americano e, in particolare di quello
italiano, alla falla informatica di WikiLeaks. È unanime il coro delle
esecrazioni contro quello che viene definito un proditorio attacco terroristico
alla stabilità mondiale. E si invoca la pronta punizione dei colpevoli. Che i
fatti denunciati che traboccano dalla falla siano veri o no e quale giudizio se
ne debba trarre, neppure se ne parla.
E soprattutto non vengono affrontate due questioni fondamentali che emergono da
questo scandalo: l´ormai evidente insufficienza dei normali codici di
riservatezza rispetto alla dilagante potenza dell´informazione; e soprattutto,
i limiti della riservatezza quando essa diventa copertura intollerabile di
interessi, privilegi, macchinazioni private.
Riguardo alla prima mi pare ingenuo addebitare a pura malvagità l´inevitabile
violazione di segreti ormai insostenibili di fronte alla pressione raggiunta
dall´informazione mediatica. La saggezza convenzionale ci ammonisce spesso
sull´inutilità di opporre divieti politici e burocratici alla forza del
mercato. La stessa saggezza dovrebbe essere applicata al controllo
dell´informazione. Nell´età dell´informazione quest´ultimo dovrebbe consistere
molto più nello spiegare che nel nascondere o nel distorcere, come risulta
essere stato fatto in molti dei casi denunciati da WickiLeaks.
È indubbio che la riservatezza debba essere tutelata per le informazioni che
possono mettere in pericolo la sicurezza nazionale. È molto dubbio che debba
essere penalmente sanzionata la violazione di quelle che creano imbarazzo per
governi e governanti. È anche vero che un certo grado di riservatezza è
necessario per garantire il valore dell´informazione: fare luce su tutto
significa annullarla. Ma quel che conta è la misura, e soprattutto la garanzia
che i controlli servano ad assicurare il valore dell´informazione e non il suo
occultamento.
Questo è il secondo punto, decisivo.
Nel nostro tempo, accanto alla dilagante potenza dell´informazione, si è
sviluppato un altro processo, altrettanto incisivo: lo sviluppo della
complessità delle decisioni. Le decisioni non vengono più prese da uno o da
pochi capi, ma da gruppi di comando organizzati nei quali diventa facile per
alcuni esercitare poteri senza sottostare a controlli.
Ciò è particolarmente evidente nel mondo della finanza. Si moltiplicano i
conflitti di interesse (concentrazioni di potere nella stessa persona) le
possibilità di acquisire informazioni privilegiate (insider trading) quelle di
influire sul valore delle imprese senza risponderne (agenzie di rating). Il
fenomeno del potere senza controllo, poi, è ingigantito dalla libertà di movimento
dei capitali, che facilita l´evasione fiscale e l´evasione criminale,
soprattutto in quelle enormi piazze di affari incontrollati che sono costituite
dai "paradisi fiscali".
Insomma, mentre si denunciano le pretese dell´informazione di violare una
riservatezza necessaria per tutelare l´informazione, si moltiplicano strumenti
e pratiche che la annebbiano e la inquinano: strumenti di offuscamento
dell´informazione, che hanno avuto larga parte di responsabilità nella genesi
della recentissima crisi finanziaria. Non deve stupire che cresca
l´insoddisfazione e la richiesta di illuminare le zone sempre più recondite
della politica e dell´economia, e che esse abbiano generato un´offensiva
diretta a scardinare gli strumenti della manipolazione, utilizzando in pieno le
nuove immense possibilità offerte dalla "grande rete" informatica. È
significativo che quell´offensiva si stia rivolgendo ora al mondo delle grandi
istituzioni finanziarie.
In conclusione: i grandi della politica e della finanza non hanno forse capito
che siamo entrati in una epoca nuova, nella quale l´informazione è diventata un
bene pubblico. E che le denunce della sua privatizzazione devono essere
affrontate guardando ai fenomeni che esse indicano e non al dito che li indica.
| 17 Dicembre 2010

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