Narcotizzati con un'ideologia simil-comunista
Lo scandalo non sono le escort, ma la natura ormai ibrida di palazzo Grazioli, abitazione privata e al contempo luogo pubblico
"Un sogno sciagurato di
unanimismo e di abolizione del conflitto, della diversità, delle
opposizioni": è l’Italia di Berlusconi, secondo Barbara Spinelli,
scrittrice e autorevole voce del giornalismo italiano. Un’Italia che appare
assai più vicina al suo vecchio avversario “comunista” di quanto il suo premier
non voglia far credere. «La sinistra extraparlamentare era caratterizzata da
sprezzo dello Stato, delle istituzioni, della maestà della legge, della
costituzione. Bene, da questa atrofizzazione del pensiero non siamo ancora
usciti, l’opera di distruzione continua pur essendosi spostata a destra. Ci
vorrebbe una rottura di continuità, sia rispetto agli anni ‘70 sia rispetto
agli anni Berlusconi, due fenomeni che sono facce apparentemente diverse della
stessa medaglia».
Il suo ultimo libro è un elogio del pluralismo,
della verità che emerge per contrasto. Secondo lei anche un certo pensiero
liberale è attratto dalla tentazione dell’unanimità?
«Alla fine del comunismo, che era un’idea monolitica del mondo, non abbiamo
risposto riscoprendo le verità diverse, ma cercandone ancora una volta una
unica, intollerante verso le competizioni. L’idea che circolò di una “fine
della Storia” pretendeva di rompere con l’ideologia della verità unica e
inoppugnabile, ma in realtà la riproduceva tale e quale: la democrazia
occidentale aveva vinto, altro spazio non c’era per qualsivoglia idea
alternativa. L’Uno era la grande illusione di ieri e lì siamo restati: ancora
non abbiamo iniziato a contare almeno fino a due».
Di questa sorta di virus del pensiero unico sembra
tuttavia essere affetta anche un’opinione pubblica che appare sempre più
silente, assopita. Forse disincantata.
«Più che di disincanto, parlerei di incantamento, di narcosi. E dalle bolle
dell’ultimo ventennio - non solo finanziarie ma soprattutto mentali, compresa
quella di Berlusconi e della politica spettacolo - solo il disincanto ci
salverà, solo se la bolla scoppia apriremo gli occhi a quel che succede. La
fedeltà alla Costituzione non produce incanto. È qualcosa di asciutto, di
secco, ed è anche una passione, che tanti servitori dello Stato hanno pagato
con la vita».
Anche le donne, a suo avviso, sono vittime di questo
incanto, come dimostra il loro silenzio, nonostante siano sempre meno rappresentate
e sempre più vilipese (come ha mostrato la «faccenda escort»?)
«Non mi sembra che il silenzio femminile sia più accentuato rispetto a quello
degli uomini, e in genere non mi piace l’idea di un gruppo – tanto meno un
genere – dotato di speciali diritti o obblighi identitari. Mi sembra
inoltre sbagliato giudicare i doveri e diritti della protesta con i criteri
degli anni ‘70. Certo, rispetto a quell’epoca tutto appare affievolito,
depotenziato, ma non dimentichiamo che le idee degli anni ‘70 sono state anche
rovinose. Quanto a Berlusconi, infine, forse smetterei di parlare di “faccenda
delle escort”. Lo scandalo non sono le escort, ma la natura ormai ibrida di
palazzo Grazioli, abitazione privata e al contempo luogo pubblico; e l’idea che
Berlusconi si fa delle donne in politica e della vocazione politica in sé:
bellezza, seduzione fisica, e soprattutto estrema, incondizionata disponibilità
nei confronti del capo».
Come usciamo, allora, dal sortilegio in cui siamo
caduti?
«Ricordando Montesquieu: il potere necessariamente tende a dilatarsi
abusivamente e per questo sono necessari contropoteri forti, autonomi, che lo
frenino. Tende a dilatarsi abusivamente anche il potere della maggioranza e
dell’opinione pubblica maggioritaria, che pure fondano la democrazia. Quando
Berlusconi denuncia i poteri forti, denuncia in realtà la forza dei
contropoteri».
Come la stampa. Che in realtà, più che forte, appare
vulnerabile.
«La stampa oggi è in pericolo non solo a causa di Berlusconi; è in pericolo se
non fa il suo mestiere, se vive nel sentimento del pericolo. Spesso si ha
l’impressione che i giornali italiani si censurino in anticipo, temendo chissà
quali ritorsioni. I tedeschi chiamano questo atteggiamento, fortissimo durante
il periodo nazista, vorauseilende Gehorsamkeit: l’obbedienza che corre con la
fretta di arrivare prima ancora che giunga l’ordine. I giornali tuttavia sono
in pericolo comunque, con o senza Berlusconi: ovunque siamo in crisi e perdiamo
lettori perché non sappiamo più dare un’informazione diversa qualitativamente
da internet e televisione. Non opponendoci ci rendiamo non solo vulnerabili, ma
alla lunga anche poco credibili verso i lettori»
http://www.unita.it 27 settembre 2009

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