Narcolessia
Perle dalla rete
Nel portafogli ho messo un biglietto con su scritto "sono narcolettico, se mi trovate addormentato da qualche parte non preoccupatevi, poi mi risveglio. Se non dovessi farlo entro dieci minuti e mi viene la faccia viola, allora chiamate la mia famiglia al numero 08194625. Ditegli che Cristo non è resuscitato, loro capiranno."
Il biglietto l'ho riscritto centinaia di volte, perché quando che mi addormento in posti come San Giovanni, Barra o Ponticelli, la prima cosa che fanno è quella di rubarmi il portafogli. Una volta mi sono ritrovato in una stazione della metropolitana con i pantaloni abbassati. Altro che darmi una mano.
Ho anche provato a seguire un gruppo di sostegno per narcolettici. Per non farlo sembrare un posto di malati, il gruppo si chiamava Amici del sonno. Ci voleva coraggio a definirci amici del sonno. A turno dovevi alzarti e dire come te la cavavi, quali strategie avevi elaborato per sopravvivere alla narcolessia e come ti comportavi al lavoro. La storia del bigliettino nel portafogli l'ho imparata al gruppo. C'era uno che si era fatto stampare su una maglietta bianca la scritta "sono narcolettico, se mi addormento non preoccupatevi." Solo che nessuno lo prendeva sul serio e in molti gli avevano chiesto dove potevano comprare la maglietta. Il gruppo in realtà non era incentrato sugli aspetti clinici della narcolessia. Per quelli, ognuno di noi seguiva una cura a base di Modafinil, Modiodal, Provigil, Viloxazina, Venlafaxina e Clororimiprami-na e si sottoponeva regolarmente a tac al cervello e sistemi di monitoraggio dell'attività cerebrale sempre più sofisticati. Le discussioni del gruppo invece dovevano creare una coscienza collettiva narcolettica che potesse suggerirci piccoli trucchi per aiutarci a vivere in modo normale. Molti facevano dei bei discorsi, durante i quali spesso ci si addormentava; capivamo allora che stavamo combattendo contro una cosa più grande di noi.
Al gruppo di sostegno Amici del sonno ho conosciuto Lucilla. Lucilla era catalettica e, piuttosto che di attacchi di sonno, aveva delle perdite di coscienza simili a svenimenti. Al contrario di quanto succedeva a me, lei doveva cercare di avere una giornata emotivamente piatta per evitare di crollare a terra. Io, invece, se restavo in silenzio per alcuni minuti mi addormentavo. Certo che insieme eravamo una coppia davvero strana. Fare l'amore era un problema. Durante i preliminari io mi addormentavo tra i suoi seni, e lei, mentre stava per venire, sveniva. Una volta mi convinsi che fosse morta, da quanto pallida era diventata. L'ho ammazzata!, mi dissi. Poi le controllai polso e giugulare, e appoggiai la testa sul suo morbido seno: i suoi alveoli polmonari incameravano regolarmente aria. Ho sempre pensato che dormire, in un certo senso, sia un morire reversibile. Io muoio e resuscito dieci volte al giorno. Ogni volta che muoio, lo faccio per dieci minuti. Muoio mentre faccio la spesa al discount, in ascensore, mentre leggo il libretto delle vitamine, e mentre parlo al telefono. Ogni risveglio è una resurrezione. Come un Cristo di periferia dieci volte al giorno sposto la lapide della mia tomba e m'incammino, sbilenco, zoppicante e senza fiato fino alla prossima morte momentanea.
I medici del policlinico sostengono che il mio problema sia dovuto a un insufficiente afflusso di sangue al cervello, che reagisce in questa maniera per adattarsi alle risorse ematiche a disposizione. Poco sangue, poco lavoro. E allora si spegne senza preavviso, il bastardo. A volte non mi da neanche il tempo di concludere una frase che ho appena iniziato e mi trasforma in un burattino di cristallo appeso a fili di tela di ragno.
Io narcolettico lo sono diventato quattro anni fa. Erano le otto di mattina e avevo terminato il turno di notte. M'infilo nella macchina con i vetri tutti appannati dall'umidità. Accendo la radio alla ricerca di quei due comici che mi fanno tanto ridere con le loro battute cretine, e dell'oroscopo, sulla base del quale razionalizzo tutte le mie scelte importanti. Il traffico verso Napoli è congestionato a causa di alcuni lavori di manutenzione eseguiti da uomini in arancione catarifrangente. Ferma la macchina, e poi riparti. Metti la prima, ma senza tirare troppo il motore, lascia la frizione veloce, metti la seconda e rimetti la prima, adesso fermati. Il movimento diventa quello di un pendolo. Più che un proseguire a scatti, lo sento come un'oscillazione, un dondolio di quelli che, se sei stato tutta la notte sveglio a fissare su di un monitor degli allarmi che mai si accendono, inevitabilmente ti fanno addormentare. Morire in tangenziale per un milione e sei al mese. Morire a tempo indeterminato. Un colpo di sonno. Non freno, nella sequenza dei movimenti che avrei dovuto fare, e con la testa sfondo il parabrezza.
Sono morto.
Anzi, no. Peggio. Una piccola vena situata proprio in mezzo al cervello si beve il mio sangue e non lo passa agli altri reparti, e allora mi spengo. Narcolessia traumatica, piuttosto frequente. Il sonno non ha generato la mia morte, ma altro sonno, e al posto di morire in un colpo solo, oggi, muoio a rate.

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