Multiculturalismo. Perché è andato in crisi il sogno della convivenza
Senza integrazione il rispetto della diversità produce l´antagonismo di etiche e pratiche che finisce per minare la coesistenza civile. Le leggi nazionali devono sempre prevalere sui costumi dei paesi da cui provengono gli immigrati
Quando si parla dei rapporti tra culture diverse all´interno di una stessa
società occorre evitare semplificazioni e schematismi, sottraendosi alla
tentazione dell´aut aut tra assimilazionismo e multiculturalismo. Due
atteggiamenti contrapposti che nelle loro versioni più intransigenti diventano
entrambi irrealistici, e quindi fallimentari. In Francia, dove si pensava di
poter integrare gli immigrati, assimilandoli all´interno di un´identità
nazionale, oggi questi sono prigionieri dei quartieri ghetto, alle prese con
una disoccupazione altissima e una discriminazione sempre più marcata. In
Inghilterra, David Cameron – come per altro Angela Merkel in Germania –
denuncia i limiti del multiculturalismo, dove la difesa delle differenze
culturali alla fine ha prodotto contrapposizioni inaccettabili e il rifiuto dei
diritti degli altri. Nei due casi, ha prevalso un comunitarismo intransigente
che resiste ad ogni integrazione.
Il progetto di una società multiculturale è dunque in crisi. La causa va
cercata soprattutto nel venir meno dei fattori d´integrazione che avrebbero
dovuto accompagnare tale progetto. Senza integrazione, infatti, il rispetto
della diversità culturale produce l´antagonismo di pratiche, valori e
tradizioni, dove l´assenza di un terreno comune finisce per minare la
coesistenza civile.
L´idea che diverse comunità culturali, etniche o religiose possano continuare a
vivere all´interno di una stessa nazione conservando le loro tradizioni, i loro
valori e le loro identità era nata proprio in Inghilterra, che però all´epoca
pensava soprattutto alle diverse comunità provenienti dall´impero britannico e
quindi unificate dalla lingua inglese. Oltretutto, il multiculturalismo si è
affermato in un contesto di crescita economica e di rafforzamento dell´identità
nazionale. Come per altro è avvenuto negli Stati Uniti, un paese d´immigrati
che però ha immediatamente sviluppato due potenti fattori d´unità: il sistema
giuridico e il mercato del lavoro. Il multiculturalismo, infatti, può esistere
solo se contemporaneamente si rafforza l´unità nazionale, sul piano sociale ed
economico, ma anche sul piano dei valori condivisi che fondano l´appartenenza
alla cittadinanza e all´identità collettiva.
Oggi l´Inghilterra non ha più la capacità d´integrazione che aveva in passato.
Lo stesso vale per la Francia
e perfino – in parte – per gli Stati Uniti. Un po´ dappertutto assistiamo
all´indebolimento della coscienza dell´identità nazionale. La mondializzazione,
la crisi dei valori, la congiuntura economica indeboliscono gli Stati, che
quindi non sono più in misura di controbilanciare con l´integrazione le
rivendicazioni del comunitarismo. Rivendicazioni sempre più oltranzistiche che
spesso nascono come reazione alla xenofobia e all´islamofobia in crescita in
tutto l´Occidente, anche per via delle tensioni internazionali prodotte dall´11
settembre e dalla guerra in Iraq.
Riconoscere i limiti di una società multiculturale non significa però
rinunciare al rispetto delle altre culture e al dialogo, che è sempre un
fattore positivo. Tuttavia ciò non può ridursi semplicemente alla tolleranza,
anche perché talvolta dietro di essa si cela un sentimento di superiorità.
Tolleriamo infatti colui che consideriamo inferiore. Il multiculturalismo più
radicale, che difende una tolleranza assoluta, nasce spesso da un sentimento di
superiorità economica, culturale e sociale.
Rispettare le altre culture è un´operazione più complessa, motivo per cui la
tolleranza che m´interessa è quella che difende i diritti delle minoranze in
nome dei diritti universali, come è stato fatto in passato per i diritti delle
donne. Chi, in nome del relativismo culturale, rimette in discussione il valore
universale dei diritti dell´uomo fa un grave errore, perché tutti i nostri
diritti specifici sono sempre stati conquistati in nome di tali valori universali.
Non avrebbe senso abbandonarli. Dobbiamo però dimostrare che l´universalismo
dei diritti dell´uomo è conciliabile con il rispetto dei diritti culturali
delle diverse comunità, le quali a loro volta devono riconoscere il valore dei
principi universali. Solo così è possibile vivere insieme senza conflitti.
Insomma, la maggioranza deve rispettare i diritti della minoranza, a condizione
che la minoranza rispetti quelli della maggioranza. E quando una comunità
rifiuta di farlo, allora occorre farle rispettare la legge che incarna i
diritti di tutti. Le leggi nazionali devono sempre vincere sulle tradizioni dei
paesi di provenienza.
Viviamo in un mondo mobile, in cui le nostre società continueranno
inevitabilmente ad accogliere i migranti, anche perché ne abbiamo bisogno. La
presenza delle loro tradizioni culturali produrrà forme di meticciato che
arricchiranno la nostra cultura. Per questo vanno rispettate. Ma come ho detto,
la tolleranza da sola non basta, dato che non può esserci riconoscimento
d´identità senza integrazione sociale e nazionale. Solo se si rinforza il senso
di appartenenza all´identità collettiva, diventa possibile riconoscere le
differenze culturali. Solo rafforzando le politiche d´uguaglianza diventa
possibile accettare le differenze. Occorre essere uguali e differenti. In
pratica, oltre a chiedere il rispetto delle leggi nazionali da parte di tutte
le comunità, occorre combinare multiculturalismo e assimilazionismo, cercando
d´integrare le altre culture, ma dando loro la possibilità di esprimersi. Solo
così si combattono contemporaneamente il comunitarismo e la xenofobia.
(testo raccolto da Fabio Gambaro)
La Repubblica 10 febbraio 2011

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