Mostrateci quella lettera
Una lettera di tal genere, che incide così profondamente sulla vita degli italiani, o è segreta dall´inizio o va diramata e letta, pena l´umiliazione.
C’è stato un uso molto improprio, della lettera che la Banca
centrale europea ha inviato al governo italiano, la mattina del 5
agosto, per arginare la formidabile inconsistenza del discorso tenuto da
Berlusconi il giorno prima in Parlamento. Qualcuno ha deciso di far
trapelare notizie sulla missiva, e volutamente ha corso il rischio di
trasformare l´Italia in un paese sotto tutela, che da solo non sa e non
vuole prendere decisioni impopolari.
Questo qualcuno è Palazzo Chigi, la fuga di notizie parte da qui, e
anche la leggenda dell´Italia commissariata ha avuto evidentemente il
suo avallo. Non tiene neanche un minuto la scusa del governo, secondo
cui non spetta al destinatario ma al mittente pubblicare le lettere. Qui
non si tratta di un´epistola privata, ma di un messaggio agli italiani
tutti.
Non è stato dunque Trichet ma Berlusconi a trasformare il carteggio in
qualcosa di torbido. Faceva parte dei suoi calcoli la natura non
trasparente, dunque non discutibile, che esso ha assunto. Solo così
poteva nascere la leggenda del commissariamento: dall´alto dell´Olimpo
di Francoforte era sceso - perentorio, inoppugnabile, violento perché
inaspettato - il responso cui toccava assoggettarsi anche se il cuore
«grondava sangue». Siamo vassalli (servi, in latino), ma esser vassalli
ha i suoi vantaggi: consente di scaricare ogni responsabilità
sull´imperatore lontano, senza compromettersi. L´imperatore è una
potenza arcana, non meno oscura dei mercati: oggi gli ubbidiamo ma
domani chissà, l´arbitrio non può durare indefinitamente.
Tanto oscuro e lontano è il responso che il pronunciamento s´apparenta a
mania folle, come accade agli oracoli divini. Per questo è conveniente
che si sappia della lettera ma che nessuno la legga, anche se essa
contiene passaggi dettagliati che riguardano ciascuno di noi. Per
esempio, pare che i firmatari (Trichet e Draghi, per la Banca d´Italia)
raccomandino misure che il governo per ora respinge, come l´aumento
dell´Iva o la revisione profonda delle pensioni di invalidità. E che la
crescita non sia affatto trascurata (sblocco consigliato di 15 miliardi
di investimenti per le infrastrutture dei concessionari di opere
pubbliche).
Certo, le cose potevano andare in altro modo e non è detto che la
trasparenza sia utile sempre, specie nel mezzo di una crisi finanziaria.
La Banca centrale scrive spesso lettere analoghe, a doppia firma di
Trichet e del Governatore della Banca centrale del paese destinatario:
alla Grecia, all´Irlanda, al Portogallo, a Cipro, alla Spagna, oltre che
all´Italia. Le missive sono confidenziali, per non eccitare i mercati e
rispettare i governi. Ben altro è successo da noi, ed è la fisionomia
ibrida del carteggio (riservato e non) che rende il suo uso improprio e
anche scandaloso. Una lettera di tal genere, che incide così
profondamente sulla vita degli italiani, o è segreta dall´inizio o va
diramata e letta, pena l´umiliazione. Una volta che c´è stata fuga di
notizie, il suo carattere muta. Diventa una lettera indirizzata a
ciascuno di noi: governo e opposizione; industriali, sindacati,
giornalisti e lettori.
Si chiedono sacrifici rilevanti, che toccano le presenti e future
generazioni. Si formulano suggerimenti sul da fare. Se i governanti
hanno in poche ore cambiato rotta, tramutandosi nei burattini e zombi
eterodiretti descritti da Scalfari nell´editoriale del 7 agosto, questo
non significa che tutti dobbiamo essere zombi imbambolati. Pubblicare la
lettera non è questione di forma ma di dignità: la nostra.
La trasparenza, dopo la fuga di notizie, è obbligo democratico. È dovuta
a noi e alla Banca centrale, che sta agendo in supplenza di un governo
europeo purtroppo inesistente (così come il Quirinale agisce colmando
l´assenza di governo a Roma). Dobbiamo capire che il vuoto di potere
politico non è un bene, in Europa, e alla lunga minaccia l´indipendenza
stessa della Banca centrale. Dobbiamo anche poter contestare le linee di
Francoforte, perché chi ha detto che Trichet abbia ragione su tutto? Se
il continente è malato di populismo è perché la democrazia
rappresentativa è guasta: sempre più decisioni sono prese non da
rappresentanti eletti ma da tecnici che non rispondono a un governo
sovranazionale. A Berlusconi farà comodo; all´Italia e all´Europa no.
Visto che l´Euro è un´unione non solo monetaria ma già politica,
dev´essere chiaro che delle iniziative comunitarie si deve poter
discutere, tra cittadini e politici. Quando nascerà, altrimenti, l´agorà
europea, la pubblica piazza dove i popoli di Eurolandia si parlano e si
esaminano l´un altro?
L´ingerenza della Banca centrale è benvenuta. Non è equiparabile al
parere di Stati che in passato rifiutarono per se stessi l´intromissione
(Germania e Francia, nel 2003). Gli occhi italiani si son dovuti aprire
a forza, perché Trichet e Draghi sono stati ultimativi: non vi
aiuteremo se non vi correggete subito, senza più rinvii. Quel che ha
detto Tremonti l´11 agosto davanti alle Commissioni di Affari
costituzionali e Bilancio della Camera e del Senato («La crisi ha preso
un corso diverso, non ancora finito e non ancora prevedibile») è falso.
La verità l´aveva a disposizione, se avesse voluto.
Contrariamente a quel che si crede, il commissariamento non è una
perdita di sovranità. È un´autodisciplina che esercitiamo attraverso la
Banca centrale, non imposta da fuori. Un´autodisciplina resa possibile
da Stati forti, democrazie solide, non da istituzioni invertebrate. Per
questo grazie all´Europa gli Stati recuperano la sovranità perduta.
L´Italia ha una missione grande, davanti a sé. Spetta a noi (governi,
cittadini più o meno influenti) vedere che c´è un nesso fra democrazia
plurale, economia, stabilità sociale. Che c´è un nesso tra opinione bene
informata e disponibilità ai sacrifici. Che restaurare la legalità è
compito prioritario, in un paese dove il Sud è paralizzato
economicamente dalle mafie. Il fatto che la manovra abolisca uno
strumento che controlla il tragitto dei rifiuti dai cassonetti ai centri
di smaltimento (il Sistri, Sistema di controllo della tracciabilità dei
rifiuti ) è assai sospetto: speriamo che il ministro Prestigiacomo
abolisca questo regalo alle mafie.
C´è una frase che non si può più dire ed è: «Non c´è alternativa». La
pronunciò Margaret Thatcher, e anni dopo si rivelò un inganno. Usare la
lettera come oggetto anfibio (pubblico e non pubblico) è una colpa,
perché permette ai governi e alle opposizioni di dire: «È l´Europa che
dispone, io mi piego ma il mio cuore gronda sangue». Non è vero che
altre strade sono precluse. È l´assenza di alternative, di libera
discussione, che suscita sommosse popolari e risposte populiste
Uno studio condotto a Londra dal Centro di ricerca sulla politica
economica (Cepr) sul rapporto austerità e tumulti-proteste popolari,
mostra che il popolo si rivolta contro i tagli indiscriminati di servizi
pubblici, ma non rigetta l´aumento di tasse. Lo studio, citato su
questo giornale da Tito Boeri, copre gli anni 1919-2009. Non solo: il
buon funzionamento di democrazia e stampa facilita la stabilità sociale,
quando la spesa pubblica scende troppo. Gli esecutivi «non sottoposti a
controlli severi» (il sogno di Berlusconi) accrescono l´instabilità.
Una forte penetrazione dei media è di aiuto: più informata, la gente
discute; non rompe vetrine come in Inghilterra.
Altre cose i governi possono fare, per riconquistare margini di manovra.
Possono favorire crescita, equità. La Germania, ad esempio, ha fatto
scelte fondamentali sulle energie alternative sin dal 2000. In pieno
rigore, non ha ridotto gli investimenti nella ricerca ma li ha
spettacolarmente aumentati (per il 2012 del 10 per cento, toccando la
cifra record di 12, 8 miliardi di euro). Non è vero che si può solo
tagliare alla maniera di Tremonti, proteggendo ricchi ed evasori.
Dovremo crescere meno in Occidente, ma potremo farlo diversamente se
capiremo che si cresce non solo consumando, ma esportando verso le
economie emergenti. È la via che Berlino segue da anni. Non ha
cominciato perché spinta dall´isteria dei mercati, e per questo oggi
riesce nell´impossibile: ridurre la crescita, ma salvando occupazione e
stato sociale.
La Repubblica 17.08.11

Precedente: Pagano sempre i soliti noti

