Monti ultima occasione per la Ue
Monti avrà bisogno di una bella dose di fortuna.
Di fronte alle turbolenze nelle province, Eurolandia ha inviato dei nuovi governatori. Al posto dell'ondivago Georges Papandreou la Grecia ora ha Lucas Papademos, ex vicepresidente della Banca centrale europea. Al posto dell'inaffidabile Silvio Berlusconi, l'Italia ha Mario Monti, ex responsabile della politica per la concorrenza della Commissione europea.
L'Europa sta insediando i suoi nuovi governatori in Stati
membri decaduti allo status di clientes. Funzionerà? Solo se il nocciolo duro
di Eurolandia farà sforzi enormi perché funzioni.
In palio oggi non c'è solo la stabilità dell'economia europea (forse
addirittura dell'economia mondiale), ma la sopravvivenza del tentativo di unire
l'Europa più riuscito – e sicuramente più civile – dai tempi della caduta
dell'Impero romano, 1.535 anni fa. Come osserva in un affascinante saggio
Walter Scheidel, dell'Università di Stanford: «Duemila anni fa la metà, più o
meno, del genere umano era sotto il controllo di due potenze soltanto, l'Impero
romano e l'Impero Han».
Entrambi si sgretolarono. Ma l'Impero cinese fu ripetutamente
restaurato e allargato, mentre quello romano si divise irreparabilmente. Il
sogno della riunificazione, però, non morì mai: era evidente nei proclami dei
papi e dei regnanti del Sacro romano impero, era il sogno che viaggiava sulle
ali delle aquile napoleoniche, è l'aspirazione alla base dell'Unione Europea.
Anche lo spostamento del centro di gravità economico verso il Nord è storia
antica. Perciò, quando la tedesca Angela Merkel, cancelliera dello Stato più
potente d'Europa, chiede che «l'Europa costruisca una unione politica, per
sorreggere l'euro e aiutare il continente a emergere dal momento più drammatico
della sua storia dai tempi della Seconda guerra mondiale», io la prendo in
parola. E non ho dubbi nemmeno che la maggioranza dell'establishment politico e
imprenditoriale tedesco sia convinta che la sopravvivenza dell'euro e di
un'Europa unita sia nell'interesse del Paese. Il dubbio è se sono pronti a
pagarne il prezzo.
Nei secoli seguiti alla caduta di Roma, l'Europa divenne una Babele. Unire tanta diversità è una sfida da far tremare i polsi. La politica è locale, non europea, e lo stesso vale per i politici. La cosa forse non avrebbe importanza, se le decisioni prese a livello europeo fossero di scarsa rilevanza, ma la politica monetaria, la politica di bilancio o la regolamentazione del mercato del lavoro sono l'essenza della politica in un sistema democratico. Maggiore sarà la divergenza economica all'interno della zona euro, maggiori saranno le tensioni. Sfortunatamente, le differenze in termini di competitività prima della crisi, e di costo del credito dopo la crisi, sono state e sono enormi.
Questa è dunque la situazione a cui è arrivato il progetto
europeo del Dopoguerra. Dal suo esito dipenderanno le sorti dell'economia
europea, del sistema bancario globale e forse dell'economia mondiale.
La mia interpretazione del comportamento della signora Merkel è che segue la
strategia de «il minimo indispensabile, all'ultimo momento utile». In questo
modo, spera forse la cancelliera, il popolo tedesco si convincerà a fare di
più. E sempre in questo modo, si aspetta forse la cancelliera, i Paesi della
periferia si metteranno in riga. Non lascerà che la situazione degeneri al
punto di provocare il crollo dell'euro, ma non intende aprire troppo il portafoglio
per evitare che i peccatori recidivi allentino i loro sforzi.
«Il minimo indispensabile all'ultimo momento utile» finora
si è tradotto in "troppo poco e troppo tardi". Quella che all'inizio
era una crisi che riguardava piccoli Paesi della periferia è diventata una
conflagrazione. Gli spread sul debito sovrano sono schizzati in orbita. Ancora
peggio: gli spread sui titoli di Stato ormai tengono conto in parte anche del
rischio di una spaccatura della zona euro.
Monti e Papademos sono, quasi certamente, l'ultima speranza di riuscire a fare
le riforme e l'aggiustamento nei rispettivi Paesi. Se la Grecia fallisse, sarebbe un
problema seccante, ma se fallisse l'Italia sarebbe un disastro. Se l'Italia
fosse costretta al default, potrebbe salire al potere un Governo populista
deciso a portare il Paese fuori dall'euro. Se così avvenisse, pochi sarebbero
al sicuro, Francia inclusa.
Ma il compito che ha di fronte Monti è durissimo. Come afferma Gavyn Davies, l'Italia potrebbe essere costretta a comprimere la spesa pubblica di oltre il 5 per cento del prodotto interno lordo per invertire la corsa al rialzo degli spread e cominciare a ridurre l'altissimo debito pubblico (oltre il 120 per cento del Pil). Considerando che una cura del genere avrebbe inevitabilmente effetti negativi sulla produzione, il risanamento dovrebbe assumere proporzioni ancora maggiori. Ma difficilmente gli investitori recupereranno la fiducia nella solvibilità dell'Italia se l'economia non dovesse ripartire. L'austerity non basta.
Anche le turbolenze innescate dalle previste riforme strutturali, in particolare quelle riguardanti il mercato del lavoro, metteranno a dura prova la fiducia. Considerando che un programma di rigore come questo indebolirebbe inevitabilmente la domanda interna, l'Italia dovrà puntare su una crescita trainata dalle esportazioni. Ma per recuperare la competitività perduta in quest'ultimo decennio ci vorrà parecchio tempo, e questo processo di per sé genererà un mix di alleggerimento degli organici e diminuzione dei salari nominali: la ricetta perfetta per disoccupazione, disordini sociali e nervosismo dei creditori.
Le possibilità che tutto possa filare liscio non sono alte.
Il periodo di aggiustamento richiederà molti anni. Anche gli ostacoli politici
saranno enormi, con Berlusconi sicuramente pronto ad attaccare il Governo Monti
accusandolo di essere solo uno strumento di interessi stranieri. Berlusconi
potrà usare i suoi mezzi di informazione per dare più risonanza ai suoi
attacchi.
Monti avrà bisogno di una bella dose di fortuna. Avrà bisogno anche di
un'enorme dose di aiuto, su tre fronti: innanzitutto, che venga almeno
garantito il rifinanziamento del debito pubblico, con uno stanziamento intorno
ai mille miliardi di euro; poi, che possa contare su mercati esterni redditizi
e dinamici; e infine, che si proceda a rafforzare in modo credibile le
fondamenta politiche dell'Unione, in misura sufficiente a rendere inconcepibile
una rottura della zona euro.
Tutte queste cose dipendono dalla capacità della Germania di
fare scelte coraggiose. E dipendono anche dalla Bce. Se la Banca centrale consentirà
che Eurolandia si impantani in una crescita lenta, per non parlare di una
recessione vera e propria, le prospettive per i grandi Paesi della periferia
saranno pessime. L'Italia non è la piccola Irlanda: questo dovrebbe essere
chiaro a tutti.
Eurolandia ha temporeggiato finché Roma stessa non ha cominciato a bruciare.
Con il nuovo Governo ha forse l'ultima occasione possibile per spengere
l'incendio. Sì, è concepibile che l'Italia rimanga nell'euro anche dopo un
default, ma non può essere considerato probabile, e in ogni caso un default
italiano avrebbe un effetto devastante sui mercati obbligazionari di tutto il
continente e sulle banche di tutto il mondo. Il tempo del "troppo poco e
troppo tardi" è passato. Ora, al contrario, c'è bisogno di "troppo e
subito". Il potere comporta responsabilità. Solo la Germania ha il potere.
Spetta a lei esercitare le responsabilità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.ilsole24ore.com 16 novembre 2011

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