Meno lacci, che c'entra la Carta?
La Costituzione è cosa troppo seria perché si possa consentire di coinvolgerla e strumentalizzarla a beneficio di scelte o di non scelte politiche.
Davvero è necessario modificare la Costituzione (in
particolare l'articolo 41) per eliminare eccessi di regole e di burocrazia che
ostacolano l'esercizio di attività imprenditoriali?
Certamente no: la Costituzione
stabilisce solo dei principi generali, difficilmente contestabili. L'articolo
41, dopo avere affermato che «l'iniziativa economica privata è libera»,
aggiunge che «essa non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in
modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
Non dà quindi certo fondamento, e tanto meno impone, la
fissazione di regole eccessive e inutili: o vogliamo affermare solennemente che
l'iniziativa economica può svolgersi anche «in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà e alla dignità umana»?
Si dice: "utilità sociale" è un criterio troppo vago (in realtà
significa semplicemente che ci possono essere - e ci sono - interessi
collettivi, sociali, che legittimano limiti ai modi in cui l'iniziativa
economica si può esercitare). Ma chi stabilisce quali sono questi interessi, e
quali limitazioni essi giustificano? Non certo un qualsiasi burocrate, né una
qualsiasi amministrazione pubblica abilitata a decidere in piena
discrezionalità o peggio arbitrariamente: è la legge (o la normativa
regolamentare applicativa della legge) che può imporre limitazioni in nome
dell'utilità sociale, e così, per fare un solo esempio, può stabilire quali
requisiti igienici, a tutela dei consumatori, deve possedere un ristorante o un
bar.
L'articolo 41 continua infatti precisando che «la legge determina i programmi e
i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa
essere indirizzata e coordinata a fini sociali». La legge non dovrebbe poter coordinare
e indirizzare l'attività economica "a fini sociali", cioè in nome
d'interessi generali valutati e apprezzati dal legislatore?
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con eccessi di regolazione che, in ipotesi,
siano oggi rinvenibili nella legislazione. Se essi ci sono, si possono
eliminare cambiando le leggi. Eliminazione dell'eccessiva molteplicità degli
adempimenti, concentrazione delle competenze (sportelli unici), riduzione dei
tempi, più ampio ricorso alle autocertificazioni, sostituzione di autorizzazioni
preventive con controlli ex post (salvo, in questo caso, domandarsi se i
controlli funzionano davvero: ma questo è un altro discorso) sono tutte linee
d'indirizzo perfettamente compatibili col dettato costituzionale e del resto
già da tempo proposte e avviate in taluni settori. La Costituzione non
c'entra. Da discutere semmai sono solo i limiti sostanziali che si ritiene
giusto o meno debbano presidiare certe iniziative economiche (per esempio a
tutela della sicurezza dei lavoratori, o per combattere l'evasione fiscale). Ma
questo è un discorso di merito, che va fatto caso per caso.
Non è mai accaduto - mai - nel nostro paese che la Corte costituzionale abbia
dichiarato l'illegittimità costituzionale di una legge
"liberalizzatrice" che rimuovesse impacci eccessivi e inutili allo
svolgimento di attività economiche. Semmai gli ostacoli sono venuti, in sede
politica, dalle resistenze degli apparati o dagli interessi colpiti. Al
contrario, è avvenuto non di rado che la Corte abbia dichiarato l'illegittimità
costituzionale di leggi che stabilivano limiti ritenuti ingiustificati o troppo
discrezionali alla libertà d'iniziativa (dall'imponibile di mano d'opera in
agricoltura negli anni 50 ai vincoli regionali per le agenzie di viaggio negli
anni 90 e Duemila), difendendo dunque quest'ultima, in nome della Costituzione.
Non dimentichiamo infine che alcune regole, fra quelle che talvolta vengono
indicate come responsabili di oneri eccessivi a carico delle imprese (per
esempio quelle che fissano standard obbligatori per certi prodotti), sono
stabilite da norme dell'Unione Europea e dunque, qualunque cosa dicesse la Costituzione
italiana, resterebbero pienamente applicabili e vincolanti fino a quando non
fosse il legislatore europeo a modificarle.
Tutto questo è perfettamente noto a imprenditori, parlamentari e ministri. Se
ci si chiede allora quale possa essere il motivo reale della
"trovata" sulla modifica dell'articolo 41 della Costituzione, si è
costretti a concludere che si tratta di un semplice diversivo, che può avere
solo altri scopi o altri effetti (sarebbe invece grave, se si volesse davvero
smantellare ogni baluardo costituzionale a difesa dell'interesse collettivo).
Forse si cerca di spostare sul terreno costituzionale un dibattito su misure
reali che la politica non riesce a precisare ragionevolmente e a realizzare (e
sarebbe un nuovo contributo all'opera sciagurata, già a lungo svolta, di
"denigrazione" della Carta fondamentale). Oppure può essere che si
vogliano così giustificare provvedimenti che non sembra facile fondare su basi
politico-legislative razionali. Per esempio le ventilate misure di
"sospensione" per qualche anno di regole ritenute eccessive (ma se
sono davvero eccessive, perché non abolirle o cambiarle, semplicemente? E se
non lo sono, che senso avrebbe sospenderle?), nella solita logica della deroga
e dell'emergenza; o misure "localizzate" come le zone "a
burocrazia zero", previste dal'articolo 43 del decreto legge sulla
manovra, in cui l'avvio di imprese dovrebbe essere autorizzato in unica istanza
da un commissario del governo, sostituendo i provvedimenti di ogni altra
autorità centrale, regionale o locale. Bell'esempio di "federalismo"!
In realtà, ancora una volta, siamo alla logica delle procedure in deroga e dei
commissariamenti (che qualche volta, è vero, possono servire, ma non possono
diventare un "sistema").
In ogni caso la
Costituzione non c'entra. È cosa troppo seria perché si possa
consentire di coinvolgerla e strumentalizzarla a beneficio di scelte o di non
scelte politiche.
http://www.ilsole24ore.com 08 giugno 2010

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