Meglio soli che malati di solitudine
Attenti: una ricerca "svela" che come tutte le patologie è anche contagiosa
Il picco della malattia si registra alla
fine dell'anno, nel vortice delle grandi feste, degli auguri, delle riunioni di
famiglie e di amici, dei bacetti sotto il vischio e della felicità con le
palline di plastica argentata in confezione regalo.
Si diffonde come tutte le epidemie, quelle che adesso
dobbiamo chiamare pandemie perché fanno più effetto nei titoli dei telegiornali
e sono il modello nuovo della "collezione grandi paure"
autunno-inverno 2009/10.
Il meccanismo di trasmissione è classico: si incontra una
persona che ne è affetta, si interagisce con lui o con lei da vicino, anche
senza contatto fisico ravvicinato, specialmente con lei perché le donne sono le
più colpite, e dopo qualche ora, giorno, a volte settimane, perché
l'incubazione può essere lunga, possono manifestarsi i sintomi. Perdita di
appetito, insonnia, sbalzi di umore, cefalee, autoisolamento, insomma una
quarantena interiore.
La malattia di chiama solitudine.
E anche se può sembrare un paradosso, nuove ricerche
condotte da istituti universitari americani, pubblicate sulla stampa
specializzata, sostengono di avere scoperto che la solitudine è contagiosa.
Poiché essa è una condizione psicologica (quando non è la solitudine fisica e
forzata di chi viene crudelmente abbandonato), la si può trasmettere agli
altri, anche avendo un'apparente vita sociale
Sappiamo tutti benissimo che ci si può sentire soli anche
nel mezzo di una folla, anche in una casa traboccante di amici e parenti, in un
club o in una tragica festa dove gli altri sembrano divertirsi come pazzi.
Tutti meno tu. Non è il numero di persone che conosciamo o che fisicamente ci
circondano, anche in un ufficio o in uno stabilimento, a determinare il senso
di solitudine. Anzi, proprio per questo, chi ne soffre a volte subisce un
acutizzarsi dei sintomi nei periodi delle feste comandante, quando tutti gli
altri sembrano riunirsi, divertirsi in compagnia, mentre io resto solo.
Con i finanziamenti del governo americano, che, il Signore
lo benedica, ha evidentemente soldi che gli cascano dalle tasche, per pagare
ricerche come questa, quattro mila e ottocento "solitari" e
"solitarie" sono stati seguiti per dieci anni: a Chicago, Los
Angeles, Miami, dunque in ambienti, climi e culture urbane diversissime. Si è
visto, o si è creduto di vedere, perché notoriamente le ricerche tendono a
dimostrare le premesse dalle quali partono, per giustificare il finanziamento
incassato, che il feeling della solitudine si diffondeva tra coloro che
entravano in contatto con chi già lo subiva.
"Nessun essere umano è un'isola", dice per esempio
il professor Nicholas Christakis, che insegna "sociologica medica"
(non chiedetemi che cosa sia) a Harvard. "Così anche un'emozione
personale, privata come il senso di solitudine, può avere un'esistenza
collettiva e influenzare altre persone".
Senza arrivare alla patologia della depressione clinica,
della quale la solitudine cronica è comunque cugina, e può esserne la porta,
anche il sentirsi soli ha naturalmente effetti fisici, in particolare sulle
femmine della nostra specie che più dei maschi tendono a vedere il mondo come
una ragnatela di relazioni interpersonali, e a contagiare più facilmente altre
femmine con le quali entrano in contatto, se ne soffrono. Nella favolistica
popolare e nella mitologia abbondano gli orsi o i "lupi solitari", ma
scarseggiano le "lupe solitarie", a parte quella famosa che comunque
dovette adottare e allattare due pesti di gemelli italiani per non sentirsi
troppo sola e per offire al Comune di Roma qualcosa da mettere sul proprio
stemma.
C'è chi nega e contesta le conclusioni di questo lavoro
pubblicato dalla rivista americana di psicologia, perché non esiste ricerca al
mondo che non abbia detrattori e scettici: ma l'idea che il proprio
comportamento, i propri umori e le proprie emozioni possano contagiare altri
essere umani, in negativo o in positivo, è scritta da sempre nella cultura
popolare, anche senza attendere i fondi pubblici per la ricerca e le sussiegose
università.
"Ridi e il mondo riderà con te", avverte un
proverbio. "Piangi e piangerai da solo". Ora andrà modificato in
"piangi e farai piangere anche gli altri", dunque non fare l'orso
perché potresti deprimere tutto il branco. Anche se, per essere onesti, di orsi
piangenti non se ne sono mai visti molti.
D web 16/01/10

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