Mary Douglas e la critica dell’homo oeconomicus
Un invito a riscoprire il pensiero della grande antropologa inglese, prezioso antidoto alle terribili semplificazioni della scienza economica
“Les fleurs, q’on retrouve dans un livre, dont le
parfum nous enivre, se sont énvoles. Pourquoi?”
Charles Trenet
Ci sono pensieri perduti, finiti ormai nell’oblio e sepolti nei libri come i
fiori di Trenet, proprio perché potrebbero indurci pensieri pericolosi.
Giorni fa, riordinando la mia libreria, ho ritrovato una di queste tracce
dimenticate: la lettura che sedici anni fa la grande antropologa inglese Mary
Douglas tenne nella sede bolognese de Il Mulino, poi riprodotta sul
numero 1/1995 della rivista con il titolo “Di fronte allo straniero: una
critica antropologica delle scienze sociali”.
Si trattava di un ragionamento in cui, ancora una volta, erano percepibili i
lasciti culturali di un antico maestro della Douglas; un altro inattuale quale
Émile Durkheim, il cui lavoro teorico si ispirava a tesi inascoltabili
nell’epoca tatcheriano-NeoLib, propugnatrice de “l’inesistenza della società”:
la coscienza collettiva – sosteneva invece Durkheim – ispira e determina le
azioni del singolo in misura tale da affermare che quell’individuo è generato
dalla società e non viceversa, in quanto questa è irriducibile alla somma degli
elementi di cui è composta.
Tesi che condurranno la nostra antropologa ad affermazioni a dir poco urticanti
per lo spirito del tempo e il suo individualismo monomaniacale, quale quella
che la reciproca colonizzazione delle menti è il prezzo che paghiamo per
pensare e “la cultura è in ultima analisi un prodotto collettivo. Ma proprio
l’idea di azione collettiva comporta delle difficoltà nelle scienze economiche”
(Credere e pensare, Il Mulino, Bologna 1992 pag. 21).
L’affermazione delle “origini sociali del pensiero” (Come pensano le
istituzioni, Il Mulino, Bologna 1990 pag. 36) conduce all’eresia (ovviamente,
per la scolastica mainstream tardonovecentesca) di un processo
circolare nascosto: le persone creano le istituzioni, le istituzioni creano le
classificazioni, le classificazioni determinano il modo di pensare e agire
delle persone, le azioni e i pensieri delle persone rafforzano le istituzioni.
Che cosa – dunque – disse la
Douglas nelle ormai lontane giornate bolognesi? Propose
un’analisi che sarebbe stata utilissima per orientare il dibattito di quegli
anni (se – purtroppo – non fosse rimasta lettera morta) e che si rivela tuttora
di estrema attualità: la serrata critica delle terribili semplificazioni che
erano venute imponendosi con l’egemonia dell’Economico (e delle ideologie
propagandistiche di supporto: il pensiero unico NeoLib, la follia NeoCon
militarizzata) nella fase di finanziarizzazione del Capitalismo. L’irrompere di
“un perfetto straniero, arrivato a dominare le nostre riflessioni su noi
stessi”: l’homo oeconomicus. Così descritto: “egoista ed esigente,
brutale come Calibano o ingenuo come Venerdì”. Uno straniero presentato come il
modello della razionalità umana ma che riduce la società a un microcosmo in cui
impera “l’edonismo solipsistico” totalmente manchevole del concetto di
responsabilità verso gli altri. Operazione realizzatasi anche perché le scienze
sociali hanno escluso dalla loro teoria il concetto di persona sociale.
Nell’impegno in controtendenza volto a propugnare la centralità del fatto
sociale, la Douglas
parte – appunto – da Durkheim e poi incontra Pierre Bourdieu. Tanto da
affermare in Credere e pensare che la sua riflessione culturale “è una
sorta di introduzione all’analisi dell’habitus di Bourdieu”. Bourdieu,
un altro pensatore che lasciamo appassire alla Trenet nel libro dei ricordi,
proprio perché altamente critico dei processi di conformistificazione
e rimozione su cui si regge l’illusione economicista.
“La scienza che si chiama “economia” – scrive al riguardo il sociologo francese
– riposa su un’astrazione originaria, che consiste nel dissociare una particolare
categoria di pratiche, o una particolare dimensione di ogni pratica,
dall’ordine sociale nel quale ogni pratica umana è immersa” (Le strutture
sociali dell’economia, Asterios, Trieste 2004 pag. 17). Una dissociazione
che ha prodotto le catastrofi e le macerie fumanti tra cui stiamo aggirandoci;
accompagnate da uno spaventoso quanto profondo involgarimento dei modelli di
rappresentazione pubblici e quotidiani. Involgarimento contro il quale un
pensiero elegante quale quello della Douglas e dei suoi amici fungerebbe da
valido antidoto. Come quando l’antropologa inglese sbertucciava l’economista
Gary Becker per la sua affermazione che “le donne più belle sposano
tendenzialmente uomini più ricchi”. Precedente accademico della simil-filosofia
da baretto di periferia sbandierata dal machista brianzolo Silvio Berlusconi
(in perfetta sintonia con l’imbrattacarte Piero Ostellino, per cui “le donne
sono sedute sopra la loro fortuna”).
Ma questo dei barzellettieri è puro folklore che merita solo di essere lasciato
perdere. Resta la coscienza della catastrofe cui hanno concorso gli apprendisti
stregoni, che con le loro terribili semplificazioni hanno costruito il mostro
antropologico chiamato homo oeconomicus. Proprio come ebbe a dire la Douglas concludendo la sua
conversazione: “una vita sociale destrutturata libera un popolo dagli obblighi
reciproci: in questo modo si crea una popolazione disimpegnata. Diventeremo
sempre più indifferenti alle questioni riguardanti lo Stato e sempre meno
interessati a far funzionare la democrazia”.
P.S. La serie della rivista Il Mulino che pubblicò il contributo di
Mary Douglas era quella diretta da Alessandro Cavalli. Poi venne la direzione
di Edmondo Berselli, infine quella di Piero Ignazi. Sempre fedeli alla missione
di contrastare i guasti dei “terribili semplificatori”, come li chiamava Jacob
Burckhardt. È di questi giorni la notizia del colpo di mano che ha portato ai
vertici della rivista un altro terribile semplificatore, l’economista Michele
Salvati; quello che da lustri propugna la tesi del “Berlusconi normale”, già
messa alla prova con risultati devastanti in una Bicamerale inciucista.
Non è chiaro il senso dell’operazione che consegna l’autorevole rivista, già
laboratorio di progetti d’alto valore civile, a una linea di pensiero ormai
sconfessata come inutile prima ancora che fallace, suicida. Di certo, ancora
una volta sprezzantemente sorda agli insegnamenti di una signora
dell’antropologia culturale che risalgono al gennaio del ‘95.
MicroMega (27 ottobre 2011)

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