Maria Luisa Busi da l’addio al TG1 di Augusto Minzolini
La lettera con cui Maria Luisa Busi ha lasciato il TG1 dopo vent’anni di onorata carriera.
Ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle
20 del Tg1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di
svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali.
Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea
editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a
causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di
credibilità nei confronti dei telespettatori. Come ha detto il presidente della
Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: “La più grande testata italiana,
rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la
sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”.
UNA VOCE SOLA. Amo questo giornale, dove lavoro da 21
anni. Perché è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese,
Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle
idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro
giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro
incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il
giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il
giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una
voce sola. Oggi l’informazione del Tg1 è un’informazione parziale e di parte.
Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono
aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari
peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché
negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il
sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e
gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali
ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro
peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non
possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E
dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia
di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord-est che si tolgono la vita
perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare?
Quell’Italia esiste. Ma il Tg1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica
per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la
sera, nel Tg1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che
presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola,
compreso di lavagna interattiva multimediale.
DOV’É L’ITALIA? L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale. Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.
SCODINZOLINI”. I fatti de L’Aquila ne sono stata la
prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo
al grido di vergogna “scodinzolini”, ho capito che quel rapporto di fiducia che
ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che
accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda
alla verifica. Un’ultima annotazione più personale. Ho fatto dell’onestà e
della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è
tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:
1) Respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della Fnsi – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al Tg1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro convention, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.
RISPETTO.Trovo inoltre paradossale la tua considerazione
seguente: “Il Tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà
i fatti in ossequio a campagne ideologiche”. Posso dirti che l’unica campagna a
cui mi dedico è quella dove trascorro i weekend con la famiglia. Spero tu possa
dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola
contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e
il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza
aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie
critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito
chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata
definita “tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca,
editorialista senza editoriali” e via di questo passo. Non è ciò che mi disse
il presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo. A
queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per
questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in “Antichi Maestri”
scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione
viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno. Caro direttore, credo che
occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità.
Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa
decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo
ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.
http://www.antefatto.it 22 maggio 2010

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