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MAGGIO, il mese che sconvolse il mondo

quella del maggio ´68 fu la prima forza sovversiva provocata dall´abbondanza e non dalla miseria; un movimento che non voleva più sacrificarsi per la rivoluzione ma vivere pienamente grazie alla rivoluzione; e, ancora, che voleva cambiare la vita e il mondo, ma senza prendere il potere.

Basta entrare in una libreria parigina per accorgersi di quanto il maggio ´68 resti nella memoria quarant´anni dopo. Non è ancora avvenuto il passaggio nella storia, operazione intellettuale dalla quale ci si aspetta un´analisi laica e dissacrante. E forse la Storia, con la maiuscola, inesorabile nel potare il superfluo, gli dedicherà soltanto qualche riga. Nel frattempo la memoria è generosa.

Affettiva, appassionata, magica, approfitta probabilmente dell´occasione offertale dal quarantesimo anniversario. Il tempo che le rimane è in effetti scarso. I testimoni viventi, dai quali dipende, sono in pensione o sul punto di andarci. Poi subentrerà la storia.

In una libreria del Quartiere Latino, non lontano dall´Old Navy, il caffè tra Saint-Germain-des-Près e l´Odeon, da dove assistevo alle barricate quarant´anni fa, mi imbatto in una montagna di rievocazioni. Pile di libri con la cifra "´68" in caratteri cubitali stampata sulle copertine. E attorno a quelle piramidi di carta decine di lettori, giovani e vecchi, sfogliano con trattenuta avidità i volumi, li soppesano, indecisi sulla scelta. L´offerta è ampia: va dalla denigrazione all´esaltazione, dallo scetticismo a una critica venata di sarcasmo, all´entusiasmo. I francesi sanno raccontarsi e amano la loro storia. La riscrivono, la rivoltano, la ringiovaniscono.

Questo non basta a spiegare l´interesse per quegli avvenimenti di quarant´anni fa che non fecero crollare la Quinta Repubblica, fondata proprio nel maggio di dieci anni prima, né realizzarono l´utopia libertaria esaltata dai manifestanti, ma che cambiarono tanti modi di pensare e non pochi aspetti della vita, in una società tra le più sofisticate e più ostili alle riforme. E non soltanto in Francia.

Il protagonista principale del Maggio francese non fu una classe sociale, vecchia o nuova: fu la massa degli adolescenti e dei giovani, i cui simboli (i jeans e la musica anglosassone) inducevano a pensare che fossero indifferenti alla politica. Sotto la spregiudicatezza dei loro slogan ("Il sapere è in briciole, creiamo", "Corri compagno, il vecchio mondo ti sta alle calcagna", "Proibito proibire"...), c´era un forte romanticismo. I loro eroi erano del resto romantici. Per i meno politicizzati erano Marlon Brando o James Dean. Per gli altri Trotski, Che Guevara, all´epoca incarnazioni esemplari del romanticismo rivoluzionario. C´era stato un forte sviluppo industriale, urbano, consumistico, mercantile e ne era seguito un forte spirito di rivolta contro una società paternalistica e contro le due forze politiche dominanti: quella regale, tecnocratica gollista, e quella rigida e spigolosa del partito comunista. Il maggio annunciò la fine di entrambi, del gollismo e del comunismo, anche se l´uno e l´altro sono sopravvissuti fino agli anni Ottanta.

Su un vecchio numero della rivista Débat ho letto la migliore sintesi: quella del maggio ´68 fu la prima forza sovversiva provocata dall´abbondanza e non dalla miseria; un movimento che non voleva più sacrificarsi per la rivoluzione ma vivere pienamente grazie alla rivoluzione; e, ancora, che voleva cambiare la vita e il mondo, ma senza prendere il potere.

Nonostante gli slogan leninisti o maoisti, il Maggio fu una esaltazione dell´individualismo. Fu una delle tante contraddizioni: perché l´individualismo conduceva al consumismo che veniva condannato. Quasi tutti i rapporti di potere furono colpiti: quelli tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, tra uomini e donne, e anche quelli sui posti di lavoro. Si tentò ingenuamente di cambiare i "rapporti amorosi" annunciando la fine della coppia tradizionale, imposta dalla morale borghese. E, con il contributo della recente diffusione della pillola contraccettiva, la libertà sessuale allargò i confini.

Quando, sull´onda della protesta giovanile, dieci milioni di lavoratori occuparono le fabbriche o entrarono in sciopero, Sartre pose ansioso una domanda al giovane ebreo tedesco, Dany il Rosso, portavoce dei manifestanti parigini: «È la rivoluzione?». «No, è una rivolta» fu la risposta che voleva essere modesta. Poi, nei decenni successivi, sono stati in tanti, politici, filosofi, sociologi, a parlare di "un mistero ´68". Di un enigma. E gli scettici, tra questi il liberale Raymond Aron, dissero che era stata una "carnevalata". Un "non avvenimento", del quale si continua ancora a parlare.

Io credo sia stata una rivoluzione: la rivoluzione della parola. È stato scritto con ragione che nel maggio ´68 fu conquistata la parola come nel luglio ´89 fu presa la Bastiglia. Questa era comunque la mia impressione quando passavo le notti all´Odeon, dove chiunque poteva raccontare la propria vita in tutta libertà.

È impossibile non rivolgere un pensiero a Nicolas Sarkozy. Durante l´ultimo comizio, prima della trionfale elezione nella primavera scorsa, disse con la solita accattivante foga: «Ci restano due giorni per liquidare l´eredità del maggio ´68». È passato un anno, e il maggio ´68, accusato da Sarkozy di avere imposto «l´odio della famiglia, della società, dello Stato, della Nazione e della République», suscita un interesse che rivela l´inefficacia dell´anatema presidenziale.

Lui, il presidente, è diventato impopolare, e il ricordo del ´68 resta vivo.

Essendo portata da testimoni viventi, quindi in evoluzione permanente, la memoria è un legame col passato vissuto nel presente. E si scompone in tante memorie, tante quanti sono gruppi e fazioni alimentati da ricordi vaghi, fluttuanti, simbolici. Le interpretazioni del ´68 accatastate nelle librerie del 2008 riflettono quelle diversità. Ma il settantaquattro per cento dei francesi (secondo un´indagine condotta dal Csa per Le Nouvel Observateur) sostiene che quel periodo «ha avuto un impatto positivo sulla società». E, tra i sette e più cittadini su dieci che esprimono quel giudizio, ci sono anche elettori di Nicolas Sarkozy. La maggioranza degli anziani (di più di 65 anni) ha dichiarato che nel ´68 avrebbe partecipato volentieri alle barricate degli studenti. Quasi otto francesi su dieci si dicono ancora d´accordo con i giovani manifestanti e gli scioperanti. Molti hanno espresso tuttavia un giudizio negativo sugli effetti che il ´68 ha avuto nel rapporto insegnanti-allievi. Cioè sull´insubordinazione creatasi allora nelle scuole e nelle università e di cui resterebbero profonde tracce.

Mi guardo bene dall´affermare che la Francia dell´anti-sessantottardo Nicolas Sarkozy è diventata sessantottarda. Gli umori cambiano presto. Quarant´anni fa, per un mese, la maggioranza dei francesi ha vissuto bene insieme (scrive il moderato Le Monde). I più hanno seguito la rivolta dei giovani con simpatia. Il 29 maggio il generale de Gaulle, incarnazione del potere detestato in quei giorni, abbandonò il Palazzo dell´Eliseo, dando l´impressione che «il re fosse fuggito». Ma quando ricomparve il 30 maggio fu accompagnato da un´imponente manifestazione in suo favore sui Campi Elisi. La maggioranza silenziosa ricompariva. Le stazioni di benzina chiuse da settimane ricominciarono a funzionare e i parigini ripartirono in week end. Il 30 giugno, un mese dopo, essendo stata sciolta l´Assemblea Nazionale, i gollisti stravinsero le elezioni legislative con il cinquantanove per cento dei voti. Ma nel ´69 de Gaulle si ritirò per sempre. E oggi, parlando della nostra epoca, si distinguono i tempi: prima o dopo il Maggio ´68.


da  http://www.repubblica.it - 6 Maggio 2008

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