Madri della rivoluzione
Hanno vinto tre donne o, rispettivamente, il Presidente della Liberia, un’attivista dei diritti civili e una giornalista rivoluzionaria?
I premi alle donne anche quando sono importantissimi come il Nobel assegnato
ieri alle tre protagoniste di cui parliamo, hanno sempre un sapore un po’
dolce-amaro. Dedicati con pompa magna all’altra metà del cielo dovrebbero
essere in effetti più precisamente assegnati alle opere che alla identità
sessuale. E mai come nel caso anche di questi Nobel ci ritroviamo a festeggiare
tre donne africane i cui successi si innalzano molto più in alto della loro
differenza.
Queste signore infatti hanno portato a termine in questi anni imprese con cui
si sono misurati vanamente un numero enorme di uomini. Sarà anche perché
ciascuna di loro ha raggiunto nella vita ben prima del Nobel un livello di
scolarizzazione, educazione, e capacità di operare al di sopra di ogni mediocre
convinzione, incluse quelle delle civiltà occidentali.
Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee, le due liberiane, si sono confrontate
non tanto con la condizione femminile, ma con le devastazioni di una guerra
civile come se ne ricordano poche, se si fa eccezione per quella del Ruanda. La Liberia fondata nel 1847
prende il suo nome dagli schiavi neri americani liberati, e la capitale si
chiama Monrovia in onore del Presidente James Monroe. Gli americani Liberiani,
come venivano chiamati, hanno dominato la politica del Paese, sempre aiutati
dagli Stati Uniti in funzione del ruolo pro-occidentale che la Liberia ha giocato in
Africa e alle Nazioni Unite nel secondo dopoguerra. Aiuti che non vennero meno
neppure dopo un colpo di Stato nel 1980 che diede l’avvio a ben due guerre
civili, la cui eredità è di 250 mila morti e l’85 per cento della popolazione
sotto il livello di povertà. Qualcuno ricorderà i nomi di due signori di queste
guerre: Samuel Doe, che si elesse presidente nel 1985 dopo aver fatto il golpe,
e Charles Taylor che lanciò una offensiva contro Doe nel 1989 con l’aiuto del
Burkina Faso e della Costa d’Avorio. Entrambi sono diventati il prototipo della
violenza militare in Africa, dell’uso dei bambini in guerra, delle violenze
ripetute sulle donne, e, non ultimo, grazie a molti film e a una campagna sostenuta
da grandi star, del traffico illegale dei «diamanti insanguinati», usato dal
regime per autofinanziarsi. La vicenda di Taylor finì per mano di un ulteriore
gruppo ribelle che nel 2003 conquistò Monrovia e spedì (col sostanziale aiuto
degli Usa) il dittatore in esilio, aprendo la strada alla ennesima missione di
messa in sicurezza delle Nazioni Unite, sotto la cui egida avvennero le
elezioni del 2005 in
cui venne eletta la attuale Presidente e ora Premio Nobel. Dov’erano Ellen
Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee mentre tutto questo accadeva e cosa hanno fatto
per la Liberia?
Solo dopo aver risposto a questa domanda possiamo davvero capire l’importanza
del Premio svedese.
Ellen Sirleaf era dentro e fuori il suo Paese, spesso dentro e fuori un
carcere, e negli Stati Uniti. Figlia del primo deputato nero di origini locali,
adottata da una famiglia benestante, economista con numerose lauree inclusa
quella di Harvard, alla John F. Kennedy School, ministro delle Finanze del suo
Paese fino al golpe di Samuel Doe, poi fuggita a Washington dove lavora per la World Bank e più tardi
in Africa per le Nazioni Unite. Nel frattempo sfidava inutilmente nel 1997 alle
elezioni presidenziali Charles Taylor, e arrivava poi alla presidenza nel 2005
dopo la cacciata del dittatore. Probabilmente Sirleaf non sarebbe giunta così
in alto se non ci fosse stata in Liberia un’attivista come la sua compagna di
Nobel, Leymah Gbowee, una vera e propria Lisistrata nera di cui Aristofane
sarebbe stato molto orgoglioso. Fu lei, 39 anni, assistente sociale, madre oggi
di sei figli, a lanciare e sostenere nell’anno cruciale della fine della Guerra
civile, il 2002, uno «sciopero del sesso» sostenuto dal suo gruppo delle «donne
in bianco», musulmane e cristiane, che si scontrarono a più riprese con le
varie bande di militari denunciando la pratica sistematica dello stupro. In un
episodio famosissimo Leymah Gbowee affrontò un’assemblea di legislatori
minacciando di spogliarsi nuda in pubblico, gesto di potente maledizione in
West Africa.
Anche la terza donna del Nobel esercita un ruolo che va ben al di là di quello
femminile: Tawakkul Karman dello Yemen ha 32 anni, tre figli ed è una
giornalista che in uno dei Paesi più repressivi dell’Africa musulmana è
diventata, con il suo velo rosa a fiori, l’ispirazione della protesta contro
Ali Abdallah Saleh. Fondatrice dell’associazione «Giornaliste senza catene» è
militante nel partito islamico e conservatore Al Islah, primo gruppo di
opposizione. Arrestata a gennaio, poi rilasciata grazie alle manifestazioni a
suo sostegno, ha già ottenuto il titolo di madre della rivoluzione. Il Nobel a
lei è nei fatti il Nobel alle primavere arabe. Durante una delle manifestazioni
a Sana’a disse queste parole: «Manterremo la dignità delle persone e il loro
diritto ad abbattere ogni regime».
E’ un po’ la frase che il comitato del premio Nobel ha parafrasato nella
motivazione della sua scelta. Ma va ricordato che questa moderna dichiarazione
dei diritti universali può essere attribuita alle donne proprio perché oggi il
loro ruolo femminile si è trasformato in metafora e pratica del bene generale.
http://www.lastampa.it 8/10/2011

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