Ma per ora vince il raiss
La Nato e gli Usa stanno considerando ogni opzione nei confronti della Libia, inclusa quella militare. O almeno, questo è quanto si dice ufficialmente.
In realtà l’inatteso ribaltarsi di quella che fino a pochi giorni fa si
considerava una veloce rivoluzione in guerra civile scopre il bluff delle prime
ore, e lascia dietro di sé la imbarazzante presa d’atto di una sostanziale
impreparazione dei nostri governi. Mentre l’orologio scandisce il conto alla
rovescia verso la riunione che giovedì 10 vedrà riuniti a Bruxelles i ministri
degli Esteri della Nato, e mentre tutti ripetono di essere pronti, sul tavolo
c’è una sola domanda: pronti a fare esattamente cosa? La resistenza del
Colonnello coglie la comunità internazionale di sorpresa, e senza vere opzioni
da spendere.
L’unica scelta finora adombrata, quella dell’intervento militare, si sta
rarefacendo proprio nelle ore in cui più la si sta agitando. La giornata di ieri
a Washington è stata in questo senso illuminante. Dal Senato la vecchia guardia
si è fatta sentire per chiedere al presidente Obama prese di posizione più
aggressive nei confronti del Colonnello. Due di queste voci le conosciamo bene.
Una è quella del senatore McCain, repubblicano, che ha chiesto di fermare gli
aerei libici che bombardano i ribelli. L’altra è quella del senatore
democratico John Kerry, che della commissione è anche il presidente, che ha
chiesto di bombardare le piste degli aeroporti per impedire agli aerei del
Colonnello di decollare.
La Casa Bianca, per bocca del capo dello staff William Daley, ha però fatto
subito piazza pulita di queste intemperanze, facendo presente la difficoltà a
mettere in atto una no fly zone su una nazione vasta come la Libia, armata di moderne
difese antiaeree di fabbricazione russa. «Tanti parlano di no fly zone - ha
detto Daley con un certo sprezzo - come se si trattasse di un videogame», frase
che in giornata ha ripreso, e non a caso, il nostro ministro degli Esteri
Franco Frattini. Ugualmente sprezzante nei confronti di ogni ipotesi militare è
stato l’uomo che, eventualmente, avrebbe nelle sue mani proprio la gestione di
un intervento di tal genere, il segretario alla Difesa Robert Gates,
definendole «chiacchiere». Un Paese vasto come l’Alaska, ha detto Gates,
trovando la perfetta immagine per chiarire le dimensioni di una impresa armata,
non può che iniziare con attacchi aerei e finire con una operazione di vaste
proporzioni. Il termine va tradotto con «invasione di terra».
In ogni caso, e qualunque fossero i piani di guerra, non ci sarebbe mai un
appoggio internazionale sufficiente a far approvare all’Onu un mandato. Mancano
all’appello i membri chiave del Consiglio, come la Russia (ieri lo ha detto il
ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov) e la Cina, e mancano potenze regionali come il
Brasile. Così come in Medioriente mancherebbe l’appoggio della Lega Araba che
già si è schierata contro ogni intervento occidentale.
L’Italia, già riluttante nemica di Gheddafi, ha ancora meno dubbi sul che fare:
«Mi pare di sentir parlare di interventi militari e credo che sarebbe un errore
molto grave», ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Quello che
rimane sul tavolo, dunque, sono le solite strade - un piano Marshall, che è la
parola magica che si evoca quando non si sa cosa dire, oppure la via
diplomatica dei contatti con l’opposizione, o ancora un massiccio invio di
mezzi per aiutare la popolazione delle zone liberate o i profughi. Misure
necessarie, ma tutte di contorno rispetto al problema che si è creato ormai in
Libia: cioè che il colonnello Gheddafi non appare vicino, e forse nemmeno
lontano, a cadere.
Giorno dopo giorno, i combattimenti stanno svelando la assoluta improvvisazione
con cui i ribelli hanno avviato la loro rivolta. Ma se la buona fede con cui si
sono avviati in una vicenda che oggi appare forse più grande delle loro forze è
spiegabile con il contesto generale con cui si sono mossi, la sorpresa della
resistenza messa in atto dal Colonnello parla anche della esilità delle nostre
conoscenze dei rapporti di forza, della situazione sul terreno, e della
struttura di potere nella Libia di Gheddafi.
Da quel che si riesce a capire da comunicati, da mezze frasi e da informazioni
più o meno riservate, in queste ore gli Usa - e dobbiamo supporre anche noi
europei - si stanno concentrando soprattutto nel recuperare tale ritardo. Il
Washington Post cita fonti anonime della amministrazione che sostengono che
Washington ha inviato osservatori alle frontiere libiche per fare un calcolo
esatto dell’emergenza, e che la intelligence Usa - «ridiretta» ora sulla Libia
- stia cercando di capire da chi è fatta e come è composta la opposizione. Un
ritardo che da solo prova che, in fondo, non ci si aspettava che Gheddafi
arrivasse fino a qui. Cioè fino al punto da obbligare a una rimessa a punto di
strategia da parte degli occidentali. Forse questa messa a punto non è un
ripensamento. Forse è solo la riflessione d’obbligo quando si arriva a un
rialzo sulla strada e in cima si guarda al percorso fatto e a quello da fare.
Ma, in ogni caso, qualunque ne sia la ragione, la perplessità sul cosa fare da
parte di tutti i nostri governi è di sicuro già una parziale vittoria del
Colonnello.
http://www.lastampa.it 8/3/2011

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