Ma la reticenza più grave è sul conflitto d´interessi
Risposta a “Riforme contro l'oligarchia - infondati i sospetti sul PD” di L. Violante
I pericoli, cui fa cenno Luciano Violante nel cortese commento a un mio articolo "sospettoso", mi pare che siano tutti riassumibili in solo punto: l´anomalia del presente momento costituzionale. Non stiamo parlando in astratto della migliore Costituzione nel migliore dei mondi possibili, ma della modifica della Costituzione nella concreta situazione del nostro Paese. Quale sia questa situazione, tutti lo sanno e tutti sanno che è questa ad avere determinato e a determinare le distorsioni e le forzature di molti istituti della nostra democrazia: la rappresentanza parlamentare, dice Violante; la funzione giudiziaria, aggiungo io. Onde, a me pare che il lodevolissimo proposito di "ristabilire lo stato di diritto democratico" e di "tornare allo spirito e ai principi della Costituzione" sia un desiderio piuttosto velleitario.
In chiaro: la fonte della degenerazione costituzionale sta nell´anomala e straordinaria concentrazione di potere economico-mediatico-politico nella stessa persona e nel sistema di potere che attorno a questa persona è venuto a costruirsi.
In tutte le società che volessero essere bene ordinate, questo sarebbe il nodo che per primo sarebbe sciolto. Non è una fisima, questa preoccupazione. L´ubbidienza si ottiene facendo leva sui bisogni materiale (economia), sull´appagamento intellettuale (cultura) e sul potere di comando (politica). L´unione di questi tre poteri è un intruglio micidiale, nemico della libertà e della democrazia. Quelli che sottovalutano o non vogliono vedere il pericolo di questa concentrazione non sono nelle condizioni di affrontare con la dovuta responsabilità le questioni costituzionali del momento.
Ora, scorriamo l´indice delle riforme. Ci sono tante cose, ma ne manca una,
quella essenziale e pregiudiziale. Che fine ha fatto il conflitto di interessi,
espressione edulcorata per indicare quella abnorme concentrazione di potere? È
ancora o non è più (se mai lo è stata) una questione che sta a cuore del
maggior partito d´opposizione? Questa è la domanda. Che sia essenziale, è detto
prima; che sia pregiudiziale lo si comprende. Una cosa è riformare la Costituzione per
rimediare all´anomalia, un´altra per razionalizzarla e quindi rafforzarla. Più
poteri al governo e al Presidente del Consiglio, per esempio, significa operare
per un´ideale "democrazia decidente" (per usare un´espressione dello
stesso Luciano Violante), o significa perfezionare il sistema di potere che si
dice di voler riformare per tornare alla Costituzione? La
"ridefinizione" degli equilibri tra politica e giustizia, in questo
contesto, significa rafforzare o indebolire l´indipendenza degli organi di
controllo, controbilanciare o assecondare la tendenza - giustamente denunciata
- al potere oligarchico o personale?
Capisco che porre questa questione, per di più come pregiudiziale, significa
impedire anche solo l´inizio del confronto ed esporsi al rischio d´essere
definiti "conservatori", in un momento in cui, non sapendo che cosa
dire di sostanziale, tutti si accaniscono su questo oggetto sconosciuto che
sono "le riforme". Ma mi pare chiaro che, in mancanza, il confronto è
viziato in radice. Sono queste parole non dette, queste reticenze che - mi
permetterà il presidente Violante - alimentano il sospetto: lavorare per le
riforme senza avere sciolto il nodo che sta prima di tutto significa esporsi
all´ambiguità; cioè, volenti o nolenti, contribuire a un disegno che pur si
dice di voler contrastare.
Tanto più che, di fronte all´assenza di una posizione
definita e comune, anzi: di fronte alle più diverse ed estemporanee iniziative
di questo o di quello, sta un disegno ben chiaro che non è affatto orientato a
riaffermare la
Costituzione nei suoi fondamenti ma, dichiaratamente, a
mutarla. Prenderà il Pd una posizione chiara e impegnativa nelle sedi proprie?
È ora, perché nel frattempo la confusione aumenta. "Nelle sedi
proprie" e non nei convegni, nelle tavole rotonde, nelle interviste, negli
articoli di stampa, dove oggi si dice ciò che domani si disdice e dove ciascuno
parla a titolo personale. Questo tempo mi pare finito, dopo ormai trent´anni di
discussioni. Speriamo di non dover dire: dum Romae consulitur, constitutio
expugnatur.
Mi piacerebbe assai pensare diversamente, "pensare positivo", come
siamo invitati a fare. Ma in questo caso non vedo come si possa.
http://www.repubblica.it 23-01-2010

Precedente: Riforme contro l'oligarchia - infondati i sospetti sul PD

