L'uomo nell'età della tecnica
Scrive Günther Anders ne L'uomo è antiquato (Bollati Boringhieri): "La tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: che cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi".
D)
Non le sarà sfuggito l'articolo di Aldo Schiavone pubblicato su la Repubblica col titolo: "La destra non sa più spiegare il mondo". Se lo sottopongo alla sua (e mia) attenzione è perché il contenuto dello scritto tratta un argomento che lei ha più volte affrontato nel corso dei suoi numerosi interventi su giornali, riviste (compresa questa rubrica) e soprattutto sui libri da lei scritti, compreso l'ultimo (edizione Feltrinelli), nel quale si affronta la questione della ricaduta del nichilismo tra i giovani (l'ho letto e mi auguro che lo leggano nelle scuole e nelle famiglie). L'argomento è, insomma: la funzione e il rapporto della tecnica nel (col) mondo. Schiavone, in sintesi, scrive che "la forza culturale della destra basata sulla triade: Dio, patria, mercato (finora egemone), si sta spegnendo e che in sua vece sta emergendo in Europa e negli Stati Uniti un nuovo desiderio di legame sociale e l'esigenza di un universo umano (senza che ciò lasci prefigurare un ritorno sic et simpliciter alla voglia di Stato)". E che, infine, conclude Schiavone, "il grande problema che ci sta davanti è come riuscire a creare spazi sociali nei quali la tecnica riesca a entrare in rapporto con la vita senza passare attraverso il mercato". Il punto, come le dicevo, è proprio questo: la funzione della tecnica e della scienza, riflessione che a lei sta tanto a cuore "dopo la morte di Dio e delle ideologie laiche salvifiche e assolute". Infatti, secondo lei, se la funzione della tecnica non è quella di dare fini di senso, bensì solo risultati da raggiungere e che noi tutti, diventati nel frattempo semplici funzionari della razionalità e dell'efficienza del sistema, stiamo colpevolmente (inconsapevolmente?) accelerando, proprio per questo, il "tramonto dell'Occidente", causato nei secoli dall'oblio dell'essere. Ora le sarei grato se specificasse meglio il perché, secondo il suo pensiero, la tecnica/scienza avrebbe in sé questa colpa d'origine inappellabile, o se invece la sua funzione, come appunto ritiene Schiavone nel citato articolo, non possa anche entrare in qualche modo in rapporto con la vita e col soggetto uomo, producendo più benessere e libertà per tutti. La ringrazio vivamente. Nicola Capozza, Roma
R)
Platone diceva che la tecnica sa come si fanno le cose, ma non se e perché si devono fare. Per questo subordinava la tecnica alla politica, da lui chiamata "tecnica regia", perché a essa spettava l'ordine della decisione. Oggi, a causa dell'enorme incremento della tecnica, il rapporto tra tecnica e politica si è capovolto, perché la politica, per decidere, guarda l'economia, e l'economia, per decidere i suoi investimenti, guarda le risorse tecnologiche. A questo punto la tecnica diventa il vero luogo delle decisioni. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, la tecnica "funziona", e siccome il suo funzionamento è la condizione per realizzare qualsiasi scopo, la tecnica non è più un mezzo, ma è il vero scopo che tutti vogliono, perché senza di esso gli scopi restano sogni. Ne è un esempio il crollo dell'Unione Sovietica che, come ci ricorda Emanuele Severino ne Il declino del Capitalismo (Rizzoli), non è avvenuto nel 1960 quando la tecnica sovietica era più o meno equivalente alla tecnica americana, e neppure è avvenuto per ragioni umanistiche (la fame, la miseria, la mancanza di libertà), ma perché il dispositivo tecnico dell'Unione Sovietica nel 1989 era incommensurabilmente inferiore al dispositivo tecnico del suo antagonista: il capitalismo americano. E siccome i fini (l'espansione del capitalismo o l'espansione del comunismo) si realizzano solo se ci sono i mezzi, la mancanza del mezzo tecnico traduce il fine nell'evanescenza di un sogno. Oggi non siamo ancora nell'epoca della tecnica compiutamente dispiegata, perché le ricerche tecniche ancora dipendono dall'economia del profitto che le orienta. E questo indipendentemente dalle necessità umane, come dimostra il fatto che, ad esempio, disponiamo di tecnologie mediche in grado di guarire tante malattie diffuse nei Paesi sottosviluppati, senza però che questi ne possano usufruire per la semplice ragione che non possono pagarsele. La domanda di Aldo Schiavone: come la tecnica possa svincolarsi dal mercato, non è un problema della tecnica, ma della politica. Ma se oggi la politica non è più la "tecnica regia" come auspicava Platone, la tecnica, di per sé, senza una decisione politica, non è in grado di soccorrere l'uomo, anche se lo condiziona in ogni suo aspetto. E questo a cominciare dal tipo di pensiero ridotto a semplice calcolo che la tecnica induce in ciascuno di noi, al punto che più non sappiamo cos'è bello, cos'è vero, cos'è buono, cos'è giusto, ma solo cos'è utile. Che la tecnica si svincoli dal mercato e si ponga al servizio dell'uomo è possibile solo se si prende coscienza che se il mercato passa dall'uso all'usura della terra, il mercato si priva della fonte della sua ricchezza che è la terra, e allora sarà il problema ecologico a limitare il mercato e a chiedere alla tecnica di rallentare l'usura della terra per salvaguardarla come prima fonte di ogni ricchezza.
da D la Repubblica delle donne 24 /5 /08 - http://www.repubblica.it

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