L'università dell'incertezza
La riforma dell'università, contestata da studenti, ricercatori e opposizioni, sembra ormai l'ultima bandiera di un governo in difficoltà.
La riforma universitaria procede zoppicando il cammino parlamentare, mentre studenti e ricercatori salgono sui monumenti storici e sui tetti delle università. Alcuni punti qualificanti della proposta del ministro Gelmini (come l’ingresso di persone esterne nei consigli di amministrazione delle università, l’immissione in ruolo dei nuovi professori, gli avanzamenti di carriera dei docenti) diventano oggetto di compromesso tra le diverse componenti della maggioranza di governo. In assenza di correzione complessiva della riduzione dei finanziamenti all’università, l’opposizione sta attuando resistenza al cammino parlamentare, arrivando a invocare l’istanza di incostituzionalità per via del contemporaneo dibattimento della legge di stabilità.
QUESTIONE DI FONDI. E NON SOLO
Nel frattempo ancora oggi le università statali attendono di
conoscere l’entità dei finanziamenti attribuiti per il 2010
(non avete letto male: si tratta della distribuzione del Fondo di finanziamento
ordinario relativo all’anno in corso!). I fondi per la ricerca sono bloccati: a
maggio 2010 sono state presentate domande per un bando di finanziamento
pubblico della ricerca, ironicamente denominato “bando Prin 2009”, per il quale si
attende ancora la nomina definitiva della commissione di garanti che dia avvio
al processo di valutazione. In assenza di normativa di riferimento non è
possibile bandire alcun tipo di concorsi. E ovviamente incombe
la riduzione dei fondi per l’università per il 2011 (un miliardo e 350 milioni
di euro). Si dice che ciò sia parzialmente attenuato dall’emendamento alla
legge di stabilità (che riassegna per il prossimo anno 800 milioni di euro,
senza rivedere il taglio relativo al 2012), ma non è chiaro in quale forma e
con quali vincoli questo finanziamento verrà distribuito.
Non sono state predisposte le infrastrutture necessarie per l’attuazione della
riforma. La valutazione della ricerca è ferma al 2001-03, e in
assenza di nuovi dati ogni ripartizione dei fondi tra gli atenei sulla base del
merito ha perso qualsiasi riferimento credibile. La nuova agenzia di
valutazione della ricerca (Anvur) non è ancora operativa: non sono stati ancora
nominati i componenti del consiglio direttivo e ci vorranno anni prima che la
nuova agenzia sia in grado di produrre i primi risultati.
UN FUTURO PIÙ INCERTO
Ci domandiamo se questo sia il contesto adeguato per
introdurre riforme strutturali della portata di quelle proposte nell’originale
disegno di legge. Quella che doveva essere una riforma bipartisan della governance
universitaria e delle carriere si è trasformata in un rantolo agonico
di un governo che deve necessariamente ottenere qualche risultato da sventolare
nell’imminente campagna elettorale.
Tutto ciò non ha senso. La nuova legge richiede decine di decreti attuativi
(sulla governance, sui concorsi universitari, sui fondi per il merito, e su
molto altro) e tempi lunghi per la sua applicazione. Solo un
governo nella pienezza dei poteri, oppure decisioni condivise, garantiscono che
poi la riforma sia davvero applicata e non venga invece rinviata sine die nelle
paludi dei regolamenti attuativi o modificata dal prossimo governo. Non si può
aggiungere quest’ulteriore dose di incertezza nel mondo
universitario. Citiamo solo un ultimo fatto. La decisione sulla modalità di avanzamento
di carriera dell’attuale generazione di ricercatori è di importanza
strategica e ha valenza pluriennuale (oseremmo dire pluri-decennale), perché
modifica gli incentivi delle generazioni future che decideranno di entrare nel
mondo della ricerca e incide sulla distribuzione per età del futuro personale
docente. Per programmare la propria vita i giovani dottorandi e ricercatori
hanno diritto di conoscere all’inizio della carriera regole del gioco stabili e
durature. Non è possibile che gli avanzamenti di carriera diventino invece il panem
che viene gettato alla piazza arrabbiata, sventolando prima 12mila nuove
assunzioni, poi ridotte a 6mila, di cui solo i tre quarti con copertura, in
futuro chissà. Non è così che si governa seriamente, né l’università e neppure
il paese.
http://www.lavoce.info 26.11.2010

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