L'università della conservazione
La riforma dell’Università e i nodi da sciogliere
Nel loro articolo “L’università
dell’incertezza” su lavoce.info del 26 novembre, dopo avere
richiamato diversi elementi negativi dell’attuale politica del governo nei
confronti dell’università, Daniele Checchi e Tullio Jappelli pongono la domanda
retorica “se questo sia il contesto adeguato per introdurre riforme strutturali
della portata di quelle proposte” dal disegno di legge Gelmini,
nel frattempo approvato dalla Camera il 30 novembre.
Solitamente gli economisti discutono gli obiettivi delle politiche e la
congruità degli strumenti per conseguirli. Se invece non citano neppure gli
obiettivi, ma discutono solo il contesto in cui si inseriscono (rubando, si
potrebbe dire con una battuta, il mestiere a politologi e sociologi), c’è
qualcosa che non quadra, come in gran parte del dibattito recente sulla riforma
universitaria.
OBIETTIVI DELLA RIFORMA E RISORSE IN CAMPO
Un’analisi non aprioristica della riforma dovrebbe
distinguere fra tre aspetti: a) gli obiettivi e i principi a
cui si ispira; b) gli strumenti e le risorse che vengono messi in gioco; c) le
conseguenze dell’approvazione o della mancata approvazione.
In sintesi, possiamo dire che sul primo aspetto vi è stata per lungo tempo una
sostanziale convergenza di pareri positivi, di governo e opposizione ma anche
delle università e del mondo delle imprese, così come della maggior parte dei
commentatori. Sul secondo aspetto, invece, il governo è stato incalzato da un
fronte anch’esso molto ampio di critiche agli strumenti previsti e
all’insufficienza delle risorse messe in gioco. Mentre il terzo punto non ha
ricevuto la dovuta attenzione.
Gli obiettivi generali della riforma erano quelli di
introdurre meccanismi meritocratici e di reale competizione sia fra le
università sia nel reclutamento, di evitare i conflitti di interesse che si
creano quando la decisione sulla ripartizione delle risorse è demandata a
organi composti da chi utilizza le risorse stesse, di consentire una
differenziazione interna del sistema universitario per rispondere meglio alla
domanda sociale. Tutti obiettivi comuni, va ricordato, ai processi di riforma
già avvenuti negli altri paesi avanzati.
Gli strumenti e le risorse indicati dal governo sono adeguati
al raggiungimento di questi obiettivi? Certamente no, e su questo le critiche
provenienti da molti settori del mondo universitario, ma anche dalla politica e
da molti commentatori, sono largamente condivisibili. Non si tratta solo della
(peraltro cronica) inadeguatezza delle risorse finanziarie, ma anche dei
ritardi nella valutazione, di un impianto normativo del Ddl che si basa sull’autonomia
delle università, ma la mortifica in un quadro di vincoli burocratici
eccessivi, della denigrazione dei nostri atenei che ha preceduto e accompagnato
l’iter parlamentare quasi a giustificare l’esigenza di una riforma, e di molti
altri aspetti che hanno finito con il togliere legittimità al disegno di legge
e con l’offrire spunti alle proteste di piazza e all’intransigenza
dell’opposizione.
Alcuni commentatori (come Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
del 30 novembre) hanno sottolineato la bontà degli obiettivi, trascurando il
problema degli strumenti e delle risorse, mentre la maggior parte ha fatto il
contrario. Via via che la protesta cresceva e l’opposizione si
radicalizzava, sempre più forte si è fatta la voce di chi ne sposa le ragioni
enfatizzando gli elementi critici della riforma.
IL CONSENSO PERDUTO
Ma qui diventa rilevante, anzi cruciale, il terzo aspetto,
quello trascurato da tutti o quasi (se lo è posto Michele Salvati sul Corriere
della Sera dell’1 dicembre): quali le conseguenze di una
mancata approvazione del Ddl nell’altro ramo del Parlamento? Ci sarebbero in
futuro, magari con un altro governo e con una maggiore condivisione delle
proposte, le condizioni per approvare una legge migliore,
capace di riproporre gli stessi obiettivi di premiare il merito e la
competitività nelle università mediante la valutazione, di superare i conflitti
di interesse coinvolgendo nelle decisioni i rappresentanti della società, ma
potendo contare su strumenti meno contraddittori e su risorse più adeguate?
Oppure ci si dovrebbe rassegnare, unici in Europa, all’abbandono di quegli
obiettivi di modernizzazione e di fatto alla conservazione dello status
quo, con tutti i guasti che conosciamo?
Ci sono almeno tre elementi che fanno propendere per la seconda alternativa. In
ordine crescente di importanza, il primo è che il consenso su quegli obiettivi,
molto ampio fino a poco tempo fa, sembra evaporare via via che l’attenzione si
sposta sull’inadeguatezza o la contraddittorietà degli strumenti. Il già citato
articolo di Checchi e Jappelli, che non dice mai “anche se non possono essere
raggiunti in questo modo, gli obiettivi della riforma erano giusti”, è un
piccolo indicatore di una tendenza molto più generale, che si rispecchia nel
mutamento di enfasi e addirittura di linguaggio negli interventi recenti di
molti riformatori della prima ora.
Il secondo elemento sono gli slogan che hanno finito con il prevalere nella
protesta dei ricercatori e poi degli studenti: iniziata con sacrosante
richieste di investire sulla ricerca e sul futuro, è stata sempre più dirottata
su parole d’ordine ideologiche quanto prive di fondamento, quali la lotta
contro la privatizzazione dell’università (che sarebbe implicita nell’apertura
dei cda ad alcuni rappresentanti esterni), o contro la precarizzazione (che
sarebbe insita nel sistema di tenure track, che in tutto il mondo
consente di verificare il merito prima di trasformare il reclutamento in un
ruolo a vita).
Il clima culturale in cui dovrebbe ripartire il dibattito
sulla riforma sarebbe dunque pesantemente condizionato da questi mutamenti nei
valori e negli orizzonti in cui si muovono alcuni dei protagonisti e degli
opinion leader. Il progressivo deteriorarsi della discussione, la logica di
schieramento o di bottega che ha finito con il prevalere sul ragionamento
pacato, fa prevedere che ci sarebbe una facile vittoria della palude della conservazione.
Il terzo e decisivo elemento è l’evidente smottamento della precedente unità,
fosse questa convinta o di facciata, fra i rettori e quindi fra le università
italiane a sostegno del Ddl. D’altronde, una riforma che intende introdurre
elementi di competizione fra gli atenei, distribuire una parte delle risorse in
base al merito, sottrarre potere alle corporazioni accademiche affidandolo a
rappresentanti della società, non può andare bene sia alle università virtuose
che a quelle meno competitive, ai settori fortemente innovatori come a quelli
più conservatori. In una fase in cui le università erano costantemente
denigrate dai media, in cui la riforma si presentava come
moralizzazione di un sistema inefficiente e malato, il riflesso condizionato è
stato di sostenere compattamente la riforma per mostrare di voler fare la
propria parte. Il “metodo Boffo applicato all’università”, come lo definisce
Guido Martinetti, è stato odioso ma ha funzionato. Ma via via che il fuoco,
amico o nemico, si è concentrato sui limiti, le contraddizioni, gli errori del
Ddl, le università e le corporazioni meno pronte alla competizione, quelle che
rischierebbero di più, si sono smarcate e hanno cominciato apertamente a
“remare contro”. Salvo che non ci si auguri una ripresa del “metodo Boffo”, è
ben difficile immaginare che l’unità di posizioni fra gli atenei italiani possa
essere recuperata. Certo, il favorire e l’esplicitare una differenziazione
interna può essere positivo per il sistema, ma ci sono forze politiche
che avrebbero il coraggio di assumerlo come obiettivo e di pagarne i relativi
costi?
http://www.lavoce.info 03.12.2010

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