L'unità del Paese è soltanto un ricordo
Lo Stato si disfa sotto gli appetiti e la cupidigia; la nazione sta cessando di esistere nell'indifferenza sempre più diffusa.
Nell'articolo di domenica
scorsa intitolato "Che cosa farà Fini
quando sarà grande" avevo cercato di capire quale sarebbe stato lo
sbocco politico dello scontro tra Berlusconi e Fini partendo da un
presupposto: il presidente del Consiglio non ha alcun interesse
alle future sorti del partito da lui fondato, non è su di esso che
si basa la sua fortuna politica e il suo potere.
I fatti avvenuti subito dopo, la drammatica e pubblica rottura con
il cofondatore, le reazioni della Lega, hanno clamorosamente
confermato quel presupposto. Lo stesso Berlusconi ne ha fornito la
prova più evidente quando ha ricordato che il Pdl non si chiama
"partito della libertà" ma "popolo della libertà". Il rapporto
dunque non è tra lui e un partito ma tra lui e il popolo, un
rapporto diretto, senza mediazioni, carismatico e populista.
Quale sia quel popolo è tutto da vedere, ma le sue dimensioni
quantitative debbono esser ben presenti: rappresenta
(comprendendovi anche le liste collegate nelle ultime elezioni
regionali) il 37 per cento dei votanti i quali, a loro volta, sono
stati il 65 per cento del totale del corpo elettorale. Compresi in
quel 37 per cento anche gli elettori che simpatizzarono per Fini.
Difficile valutarne il numero ma il netto dei berlusconiani doc è
comunque al di sotto di un terzo di quelli che hanno messo le
schede nell'urna.
Molti osservatori sostengono che la stragrande maggioranza degli
italiani non è interessata a questi temi che sanno di muffa e di
politichese.
Concordo, ma resta il fatto che il governo è comunque la sede dove
vengono decise le questioni che toccano da vicino gli interessi di
tutta la nazione, dei ceti sociali che la compongono e dei singoli
individui.
Per tutto l'Ottocento il corpo elettorale delle nazioni europee non
superava mediamente il 15 per cento della popolazione attiva. In
Italia era nettamente al di sotto di quella media: l'elettorato era
soltanto maschile, c'era un limite di censo al di sotto del quale
si era esclusi dal voto, gli elettori erano per conseguenza
nettamente al di sotto del 10 per cento. Un'oligarchia di
proprietari fondiari con una spolverata di professionisti e di
dirigenti aziendali, che si allargò lentamente fino a comprendere
una parte degli impiegati pubblici e di piccoli imprenditori e un
primo nucleo di operai specializzati.
Non toglie che quei governi, sorretti da un consenso così
ristretto, decidessero della felicità o dell'infelicità dei
governanti, in gran parte contadini, braccianti, manovalanza
generica.
Bisogna dunque stare attenti quando si batte il tasto di interesse
o non interesse degli italiani. Il concreto individuale fa
inevitabilmente parte del concreto collettivo; la politica del
governo, sostenuto da una maggioranza parlamentare che vota a
comando, incide su quel concreto, lo manipola lo indirizza, ne
tiene conto o lo trascura, distribuisce felicità e sacrifici. Se
tutto questo non interessa - e spesso accade - si tratta di
incultura o di stato di ipnosi. Non è bene.
* * *
Il fatto più evidente dell'attuale situazione consiste nel
disfacimento diventato sempre più rapido in questi ultimi mesi del
sentimento di unità nazionale. Mentre si celebra proprio oggi la
ricorrenza del 25 aprile 1945, cioè la liberazione dal nazifascismo
e l'inizio della democrazia e della storia repubblicana (giugno
1946) e mentre si celebrerà il 5 maggio l'impresa garibaldina,
l'imbarco dei Mille a Quarto, il loro sbarco a Calatafimi e poi, in
pochi mesi, la battaglia del Volturno, l'incontro di Teano tra
Garibaldi e Vittorio Emanuele e infine la nascita di lì a poco
dello Stato italiano; mentre queste ricorrenze incalzano, quello
Stato che ha 150 anni di vita, si sta disfacendo sotto i nostri
occhi.
Quelle ricorrenze hanno perso ogni significato epico, non suscitano
entusiasmi e neppure tenerezza, neppure orgogliosa memoria, neppure
condivisione di valori. "Una d'arme, di lingua, d'altare, di
memorie, di sangue e di cor" cantava il Manzoni. Ma dove mai? Siamo
mille miglia lontani da quell'unità auspicata dai nostri grandi,
mai realizzata nel profondo se non nel fango delle trincee, nei
sacrifici dei più deboli, nelle speranze di quanti, malgrado tutto,
hanno costruito, hanno prodotto, hanno dato un volto moderno, hanno
tentato di estirpare i vizi e seminare le virtù civiche.
Magro è stato il raccolto ma tuttavia sufficiente per continuare a
sperare e ad avanzare verso il futuro. Ma ora tutto sembra
dissolto. Lo Stato si disfa sotto gli appetiti e la cupidigia; la
nazione sta cessando di esistere nell'indifferenza sempre più
diffusa. Non c'è un soprassalto collettivo contro ciò che avviene
sotto i nostri occhi. L'indignazione è diventata quasi una
professione di pochi.
Quando questo avviene, quando l'indignazione resta in appalto a
poche voci, il segnale è quello d'una campana a morto mentre ci
vorrebbe il suono di campane a martello che battessero da tutti i
campanili. Quando il regionalismo arriva al limite di imporre nelle
scuole maestri e docenti nati sul territorio e capaci di insegnare
il dialetto locale come presupposto alla capacità di insegnare
cultura, vuol dire che è in atto la scissione non più silenziosa ma
dichiarata orgogliosamente dalla nazione e dallo Stato che la
rappresenta.
Carlo Azeglio Ciampi si è dimesso per ragioni d'età dalla
presidenza del comitato per le celebrazioni dell'Unità d'Italia.
Conoscendolo io credo alla sua motivazione, ma proprio perché lo
conosco da quarant'anni posso testimoniare della sua amarezza per
il disfacimento morale e politico che è sotto gli occhi di tutti.
Dell'unità nazionale e costituzionale Ciampi è stato uno dei più
validi assertori. Possiamo ben comprendere la sua tristezza e
l'amarezza che la pervade.
* * *
C'è chi guarda soltanto all'albero e chi è responsabile della
foresta. È normale che un individuo e una famiglia guardino
all'albero della propria felicità ed è normale che una classe
dirigente si dia carico dei problemi dell'intera foresta, la faccia
potare, ne faccia tagliare le piante secche e ne faccia germogliare
nuovi arbusti. Ciò che non è normale è una classe dirigente che
guardi anch'essa soltanto ad un suo albero mandando tutto il resto
in malora. Ciò che non è normale è quando il senso civico si
trasforma in puro egoismo e localismo e i paesi si cingono di torri
e porte e mura merlate e difendono il territorio dalla
contaminazione degli altri. Una Chiesa cristiana dovrebbe
denunciare chi compie questa strage dell'impegno civico. La
coscienza nazionale dovrebbe denunciarla.
La Lega di Bossi, dopo la vittoria che gli ha consegnato il comando
delle Regioni del Nord, sta seguendo questa strada: torri e mura
merlate si moltiplicano nei Comuni e nelle Province leghiste; le
Regioni incoraggiano e danno senso politico a questo scempio. Da
Palazzo Grazioli Berlusconi acconsente e chiede contropartite. Alla
Lega ha concesso il Piemonte ed il Veneto, i suoi ministri, la
Gelmini in testa, forniscono i necessari supporti legislativi; il
federalismo fiscale, per ora rimasto scatola vuota, dovrà essere
una priorità nelle prossime settimane. In cambio Berlusconi chiede
analoga priorità per la legge sulle intercettazioni, per il lodo
Alfano, per il processo breve se la Corte costituzionale boccerà la
legge sul legittimo impedimento, e sulla riforma della Giustizia
così come l'ha pensata e redatta il suo avvocato Ghedini.
Questo è lo scambio. Dopo la rottura con Fini, che proprio su
questi punti ha attaccato la politica del governo, Bossi ha
minacciato le elezioni anticipate, poi ha tirato indietro la mano
se i decreti attuativi del federalismo saranno approvati con
precedenza assoluta. Il monito ha Fini come destinatario: attento,
se vorrai metterci del tuo nei decreti sul federalismo, se
incepperai il meccanismo da noi pensato e voluto, andremo alle
elezioni e addio Fini e finiani.
Così funziona la diarchia tra Bossi e Berlusconi. L'albero cui
guardano è il medesimo: il loro potere e l'incrocio degli
interessi, io guardo le spalle a te e tu le guardi a me. Fini deve
essere distrutto, la sinistra è irrilevante, Napolitano dovrà
rassegnarsi e avrà il nostro rispetto e perfino le nostri lodi fino
a quando sgombrerà il Quirinale.
* * *
Può funzionare questo sistema? Esso si basa sull'irrilevanza del
centrosinistra, sulla rassegnazione del Presidente della Repubblica
e sull'indifferenza passiva dell'opinione pubblica
democratica.
Ebbene, pur con tutto il pessimismo che mi rattrista io non credo
che questi tre presupposti ipotizzati dal tandem Berlusconi-Bossi
corrispondano alla realtà. Bersani proprio ieri ha lanciato un
appello a tutte le forze d'opposizione includendovi anche Fini,
affinché stringano tra loro un patto in difesa della Costituzione
repubblicana di fronte alla deriva che si sta verificando. È un
passo avanti nella giusta direzione, ma contemporaneamente il
segretario del Pd dovrebbe indicare alcuni punti concreti che
possano costituire il nerbo di un nuovo futuro governo.
L'alternativa non è soltanto un problema di schieramento ma è
soprattutto un problema di contenuti. In questo caso i contenuti
riguardano soprattutto i temi dell'occupazione, della crescita, del
fisco.
Ho letto con molto interesse la proposta di Carlo De Benedetti (sul
"Foglio" di giovedì scorso) sulla riduzione delle imposte sul
reddito dei lavoratori, sul cuneo fiscale e sulla tassazione "delle
cose" (immobili, cespiti patrimoniali), il fatto che sia l'editore
di questo giornale non mi impedisce di dire che mi sembrano
proposte valide che un governo di centrosinistra dovrebbe far
proprie.
Quanto al presidente Napolitano, puntare sulla sua "amichevole
neutralità" come fanno Berlusconi e Bossi sarà una delusione per
loro. Napolitano farà ciò che gli compete senza guardare a chi
giovi o chi danneggi. Lo abbiamo sentito ieri alla Scala e lo
sentiremo il 5 maggio dallo scoglio di Quarto. Nel discorso alla
Scala ha incoraggiato le riforme e in particolare il federalismo,
purché condivise e nel quadro dell'unità nazionale. Ha avuto gli
applausi di Calderoli e Berlusconi. Buon segno ma di scarso
significato poiché le riforme, a cominciare dal federalismo, sono
finora scatole vuote e la condivisione dovrà misurarsi con i
contenuti di merito. Napolitano dal canto suo firmerà le leggi se
può firmarle. Le respingerà se non saranno conformi secondo quanto
gli compete di accertare. Non farà sconti. E se Bossi e Berlusconi
pensano che sia facile ottenere dal Capo dello Stato lo
scioglimento anticipato delle Camere, stiano certi che il percorso
non sarà affatto facile e se ci sarà una maggioranza parlamentare
per formare un nuovo governo, Napolitano adempirà rigorosamente al
dovere di accertarne e convalidarne l'esistenza.
Quanto all'indifferenza della pubblica opinione democratica,
quest'ipotesi riguarda direttamente noi e quanti come noi e
ciascuno con le sue modalità considerano con preoccupazione il
disfacimento del paese e la deriva che ne risulta. Si tratta di
un'ipotesi senza fondamento. I nostri lettori ci confortano a
proseguire questa battaglia di democrazia e di libertà. È ciò che
abbiamo sempre fatto e sempre faremo.
(25 aprile 2010)

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