L'ultima sfida del Cavaliere al Quirinale
Credo di sapere e di prevedere che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana.
Oggi bisognerebbe parlare delle famose riforme. Ne parlano tutti: la Lega che vuole il federalismo
compiuto e si acconcia a farlo marciare insieme al presidenzialismo e alla
"grande grande" riforma della giustizia per tenere agganciato
Berlusconi; l'opposizione che si dichiara disponibile a leggere le carte del
centrodestra per giudicarle nel merito ma intanto pone come pregiudiziale
provvedimenti economici a sostegno dei consumi e dei redditi più bassi; il
ministro dell'Economia che preannuncia entro tre anni la "madre delle
riforme", quella del fisco "dalle persone alle cose"; il presidente
del Consiglio che, tra tutte, rilancia il presidenzialismo nelle sue varie
versioni possibili e in particolare quella francese ma senza modificare la
legge elettorale vigente in Italia. Infine ne ha parlato Giorgio Napolitano in
varie recenti occasioni, l'ultima delle quali venerdì scorso da Verona.
Che cosa ha detto Napolitano? Ha detto che è necessario modernizzare lo Stato,
che il federalismo è la prospettiva concreta per iniziare questo percorso, che
esso deve essere concepito come uno strumento di autonomia delle istituzioni
locali e deve servire a rafforzare l'unità del paese e la perequazione tra le
sue aree territoriali. Di fronte a questo compito, di per sé immane, la riforma
della "governance" del paese passa in seconda linea (così ha detto
Napolitano) nell'ordine delle priorità perché rischia di introdurre nuovi
elementi di divisione e di confusione.
In questi stessi giorni il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere
la legge sui contratti di lavoro da lui considerata inadeguata e per certi
aspetti di dubbia costituzionalità; ha invece promulgato quella sul legittimo
impedimento nonostante i rilievi di presunte incostituzionalità formulati da
tutta l'opposizione, da molti giuristi e dalla magistratura associata.
Insomma una miriade di tesi, ipotesi, convergenze, divergenze tra gli opposti
schieramenti e all'interno dei medesimi; una crescente confusione di lingue e
di interessi che alimenta l'indifferenza ostile dei cittadini e la loro
separazione dalla politica e dalle istituzioni.
Emerge comunque la volontà berlusconiana di dare una spallata definitiva alla
Costituzione repubblicana sostituendola con un regime autoritario, un
Parlamento di "cloni" plebiscitati, un potere giudiziario frantumato
e subordinato all'esecutivo. Questo sbocco era inevitabile, è stato covato
negli scorsi dieci anni ed ora da quelle uova non usciranno teneri pulcini ma
serpenti a sonagli.
In uno degli angoli del ring c'è Silvio Berlusconi, nell'altro, almeno per il
momento, nessuno, o meglio un capannello di persone niente affatto concordi tra
loro dalle quali sembra difficile estrarre un valido "competitor".
Giorgio Napolitano dovrebbe arbitrare la partita dalla quale potrebbe uscire
una Repubblica ammodernata ma fedele ai principi dello Stato di diritto e della
libertà, oppure un autoritarismo plebiscitario. L'arbitro potrà compiere il suo
ufficio in assenza di uno dei due "competitors"? Oppure finirà,
contro le sue intenzioni, col prender lui il posto nell'altro angolo del ring?
E quale sarà in tal caso il finale di partita?
* * *
Il sipario si apre su tre scenari. Il primo si svolge il 1° aprile al
Quirinale. Colloquio Napolitano-Berlusconi, presente Letta. Comincia
distesamente ma si conclude nel gelo più assoluto. Il premier mette sotto
accusa lo staff giuridico di Napolitano il quale gli risponde che si tratta di
"validissimi servitori dello Stato" che collaborano con lui per
valutare la conformità delle leggi con la Costituzione. Il
premier rinnova le critiche, Napolitano ritiene concluso l'incontro e lo
congeda. Poche ore dopo arriva da Palazzo Chigi una telefonata del premier che
si scusa delle parole "sopra le righe" che attribuisce al nervosismo
e allo stress della campagna elettorale da poco conclusa. "Non si ripeterà
mai più" promette. "Ha la mia parola".
La seconda scena viene recitata a Parigi. Accanto ad un Sarkozy alquanto
stupito da quel che sente in traduzione nel suo auricolare, il premier italiano
annuncia "la riforma delle riforme": proporrà agli italiani il
semipresidenzialismo alla francese, ma con una variante non da poco, la legge
elettorale resterà quella attuale con i parlamentari indicati dagli apparati
dei partiti e voterà il giorno stesso in cui si vota per il capo dello Stato
con suffragio popolare diretto.
Quello stesso giorno, 9 aprile, prima di partire per Parigi Berlusconi aveva
chiamato il Quirinale per ringraziare Napolitano d'aver promulgato la legge sul
legittimo impedimento; gli aveva preannunciato che la stagione della riforme
era finalmente arrivata. Tra queste ci sarebbe anche stata la proposta del
semipresidenzialismo da lui "ripescata soltanto per fare un favore a
Fini".
Ma parlando poche ore dopo da Parigi si era visto che non si trattava affatto
di un ripescaggio (dal quale peraltro Fini si era immediatamente e
clamorosamente smarcato) bensì di un obiettivo a lungo coltivato e gettato sul
tavolo subito dopo le Regionali per farlo accettare dalla Lega in cambio del
federalismo. B. B., Berlusconi e Bossi. Due alleati o due compari?
Presidenzialismo e federalismo regionale. Tasse da ridurre nelle aliquote
dell'Irpef e nello spostamento "dalle persone alle cose".
Che vuol dire? Le cose sono gli immobili, gli oggetti, i beni e i servizi
acquistati, cioè i consumi. L'elemento della progressività scompare nelle tasse
sui consumi.
Comunque per ora non si entra nei dettagli, ci penserà Tremonti tra tre anni
sempre che, tra tre anni, la crisi sia terminata o non invece tuttora in pieno
svolgimento dal punto di vista dell'occupazione e del reddito, come molti
osservatori qualificati prevedono. Quel che è certo, Tremonti dovrà rientrare
di almeno mezzo punto di deficit nel 2011 e di tre quarti di punto nel 2012,
vale a dire rispettivamente di 8 e di 12 miliardi. Come antipasto
all'abbattimento delle imposte non sembra affatto appetitoso.
* * *
La terza scena va in onda ieri dal convegno confindustriale di Parma. A
mezzogiorno e mezza Berlusconi comincia l'arringa, diretta ad una platea di
industriali piccoli, medi, grandi. Marcegaglia in prima fila col suo discorso
in tasca che sarà pronunciato subito dopo quello del premier.
Il quale comincia come al solito: la crisi è finita o quasi, il declino non c'è
stato e non ci sarà, l'economia italiana è competitiva più di tutte le altre in
Europa, la società è coesa, le esportazioni vanno bene e andranno sempre meglio
se sapranno dirigersi verso la
Cina, l'India, la Russia. Le tasse ovviamente saranno abbassate e
gli ammortizzatori sociali sono operanti e sufficienti.
Tremonti è al timone e fa benissimo. Il programma del Pdl e quello della
Confindustria sono assolutamente identici "perciò qui sono a casa
mia".
Segue la consueta illustrazione dei meriti acquisiti dal governo: l'Ici
abolita, l'Alitalia salvata, i rifiuti di Napoli risolti, il terremoto
dell'Aquila eccetera. Ma...
Ma da un certo momento in poi l'oratore passa bruscamente dal regno dell'amore
a quello dell'odio. Chi l'ha visto a Parma ne descrive il volto di nuovo
contratto sotto il cerone e i capelli dipinti sulla fronte. Nei telegiornali
non ce n'è traccia perché quei passaggi sono stati "silenziati".
Nelle agenzie addirittura omessi.
Perciò ricorriamo al testo letterale, talvolta la pura cronaca si commenta da
sola.
"Il governo italiano non è in grado di governare nel quadro del sistema
vigente. Non può paragonarsi a nessun altro governo europeo da questo punto di
vista. L'esecutivo non ha alcun potere; i disegni di legge vanno in esame alle
Commissioni della Camera, poi in aula, poi al Senato.
"Nessuno dei due rami del Parlamento accetta di approvare lo stesso
identico testo approvato dall'altro; lo deve dunque modificare a sua volta.
Finalmente, una volta approvato dal Parlamento, quel testo, che non corrisponde
più a quello inizialmente preparato dal governo, viene comunque rallentato
dalle burocrazie nazionali e regionali. Senza dire, come antefatto, che il
testo viene preliminarmente sottoposto al presidente della Repubblica e al suo
staff che ne controlla addirittura gli aggettivi".
Segue un attacco in grande stile - non nuovo e perciò ancor più grave perché
ripetuto in ogni occasione e perfino il giorno prima da Parigi per il sollazzo
dei francesi - contro la Corte
costituzionale, colpevole perché "essendo di sinistra e quindi
politicizzata, annulla tutte le leggi e le sentenze che non piacciono ai
pubblici ministeri, anch'essi politicizzati".
Siamo in pieno Caimano. Gli industriali vorrebbero che si parlasse dei loro
problemi, la Marcegaglia
lo dirà subito dopo a muso duro. Vorrebbero almeno un fondo di due miliardi e
mezzo per tenere il mare agitato del 2010.
Ma a sentirlo attaccare la sua burocrazia, la sua Camera e il suo Senato, dove
domina con maggioranze bulgare, comunque lo applaudono. Attacca i suoi perché
li disprezza. Anche la platea di Parma li disprezza ed è divertita e
soddisfatta dallo spettacolo vagamente schizofrenico. La doppia o tripla o
quadrupla personalità del premier piace a quella platea.
Ho visto venerdì sera in Sky tivù un vecchio film di Dino Risi con Tognazzi e
Gassman protagonisti. Uno fa il giudice istruttore e l'altro un imprenditore
cialtrone e corruttore. Fu prodotto nel 1980, sembra scritto oggi sulla misura
di Berlusconi.
* * *
Quelle frasi di Parma, nonostante il silenzio delle agenzie e dei telegiornali
ufficiali, arrivano naturalmente alle orecchie del Quirinale. Si racconta che
il Presidente ne sia rimasto stupefatto e indignato. Si è fatto chiamare al
telefono Gianni Letta e gli ha chiesto conto di quanto aveva appena udito.
Pare che la risposta di Letta sia stata: "Non sapevo nulla. Ho udito
anch'io. Le faccio le mie personali scuse".
E pare che la risposta del Presidente sia stata: "Le sue scuse personali
non risolvono la questione. Se non si trattasse del presidente del Consiglio ma
di una qualunque altra persona dovrei dire che siamo in presenza di un bugiardo
che dice una cosa al mattino e fa l'opposto la sera oppure d'una persona
dissociata e afflitta da disturbi schizoidi".
Ho scritto "pare" perché trattandosi di un colloquio telefonico tra
due soggetti eminenti, le parole sopra riferite non possono che venire da amici
intimi dell'uno o dell'altro. Perciò bisogna scrivere "pare" anche se
si ha certezza che il colloquio sia stato nella sostanza di questo tenore.
È inutile soggiungere che un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che
sente di doversi scusare a titolo personale per quanto detto poco prima dal suo
premier, dovrebbe avere un soprassalto morale e dimettersi dall'incarico. Ma è
altrettanto inutile aspettarsi da Letta un atto del genere e se gli chiederete
perché vi risponderà che resta dove è per cercare di limitare i danni.
L'ipocrisia è il vero sentimento che governa il mondo.
* * *
Io credo - l'avevo già scritto domenica scorsa ma "repetita iuvant" -
che i nodi sono arrivati al pettine e il tempo da qui allo "showdown"
si sia raccorciato. Prima ci saranno i decreti attuativi della legge sul
federalismo e la "grande grande" riforma della giustizia,
intercettazioni comprese.
La squadra "occhiuta" del Quirinale "che controlla anche gli
aggettivi" farà i suoi rilievi ma nei punti che interessano la Costituzione i
rilievi non ci sono per definizione: dopo la doppia lettura in Parlamento la
legge approvata a maggioranza semplice va al referendum confermativo se è
impugnata da un quinto dei parlamentari.
Il secondo round ci sarà con la presentazione della legge sul presidenzialismo
alla francese ma con la legge elettorale "porcellum" preparata a suo
tempo da Calderoli.
Ed anche qui il referendum, se richiesto da un quinto del Parlamento.
E tuttavia queste riforme, a differenza di tutte le altre fin qui discusse, non
sono semplici modifiche realizzate nei limiti dell'articolo 138 della
Costituzione.
Queste riforme cambiano il volto della Repubblica perché distruggono lo Stato
di diritto, alterano l'equilibrio dei poteri e la loro reciproca autonomia, ne
subordinano uno o due al terzo prevalente. Devastano la giurisdizione, la
legislazione, i poteri di controllo.
Mettono al vertice dello Stato un personaggio eletto da un plebiscito. Per
cinque anni rinnovabili fino a dieci.
Questo scontro si concluderà nel 2011, ma comincerà tra meno di un mese.
L'opposizione è divisa perché c'è ancora chi spera di prendere qualche voto in
più tra tre anni attaccando fin d'ora Napolitano. "Deus dementet qui vult
pervere".
Credo di sapere che Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti perché
quel capitale sarà il solo a poter far inclinare il piatto della bilancia dalla
parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata.
Credo di sapere, anzi di prevedere, che contro le sue intenzioni, sul ring a
contrastare un vero e proprio "golpe bianco" ci sarà lui. Non in
veste di giocatore ma in veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri,
i soli che possano richiamarlo a rispettare le regole del gioco.
Credo di sapere e di prevedere che sarà una durissima battaglia per la
democrazia italiana.
http://www.repubblica.it 11 aprile 2010

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