Lotte per il potere di plasmare la mente
Un po’ di speranza l’autore dell’”Era dell’informazione” la vede nelli sciame della politica insorgente.
Manuel Castells è uno studioso tanto rigoroso, quanto
riottoso a concedere interviste. Preferisce che le sue analisi e riflessioni
possono essere ponderate da chi le legge e che vengano misurate sulla «lunga
durata» dei fenomeni che studia. La sua trilogia sull'Era dell'informazione
(Università Bocconi editore) ha avuto una lunga gestazione - dieci anni - e
Castells si è sempre sottratto a chi gli chiedeva se fosse una analisi sul
capitalismo digitale, perché ritiene che il «cambio di paradigma» che ha cercato
di delineare non riguardava un tipo particolare di società, bensì la concezione
stessa di società. Al punto che il terzo volume era interamente dedicato a
quelle realtà - la Russia
postsovietica e la Cina
postmaoista - che lo studioso catalano ha sempre considerato né socialiste, né
capitaliste. E anche quando ha analizzato a fondo la struttura tecnosociale
alla base del cosiddetto «informazionalismo», cioè Internet, ha sempre messo in
guardia sia dai facili entusiasmi che giudicano la Rete una sorta di terra
promessa del libero mercato, o all'opposto di una società non mercantile, che
quella visione apocalittica che vede il web una bomba lanciata contro il
concetto di società, e perché alimenta un individualismo così radicale da
sfiorare l'autismo sociale. Ma è sicuramente nel suo ultimo volume, quello
dedicato a Comunicazione e potere, che Manuel Castells ha provato a
definire un quadro di come la
Rete abbia modificato nel profondo le strutture di potere
nelle società contemporanee, al punto da costituire una lettura obbligata per
mettere a fuoco il legame, contradditorio, tra azione politica, media e
comunicazione digitale.
Nel suo libro «Internet Galaxy» nella Rete è molto forte un'etica hacker che
ha lo stesso ruolo di quella protestante agli albori del capitalismo, cioè è
propedeutica allo sviluppo di un nuovo tipo di società, da lei definita come
informazionale. Può spiegare da cosa è caratterizzata l'etica hacker?
Il concetto di etica hacker è stato sviluppato dallo studioso finlandese Pekka
Himanen. In primo luogo, il termine hacker non va confuso con quello di
crackers, che sono solo dei criminali cybernetici. L'etica hacker è appropriata
per comprendere una delle caratteristiche del sistema tecnosociale che chiamo
«informazionale», e questo non coincide necessariamente con il capitalismo.
L'informazionalismo è infatti una realtà economica, sociale, politica, tecnica
basata sulla costante innovazione delle tecnologie dell'informazione e della
comunicazione e può svilupparsi in una realtà capitalista, come in realtà non
capitaliste. Ciò che abbiamo visto manifestarsi in questi ultimi decenni è
l'affermarsi di un settore produttivo, chiamato spesso tecnologie
dell'informazione, che è diventato nel tempo centrale nella produzione della
ricchezza e del potere nelle nostre società.
L'informazionalismo ha sì la sua base nelle macchine digitali, ma è molto più
che un network di computer perché considera l'innovazione l'obiettivo
prioritario. L'etica hacker è quindi quel sistema di valori che premia la
creatività dei singoli e che costituisce l'elemento discriminante per giudicare
il proprio lavoro soddisfacente. In altri termini, l'etica hacker ritiene
l'espressione della creatività come un fattore fondamentale per la vita dei
singoli e ha lo stesso ruolo che ha avuto il «fare i soldi» nel capitalismo. Un
hacker valuta la creazione tecnologica o in altri campi come la fonte della
proprio piacere e del prestigio nel proprio gruppo di riferimento, cioè gli
altri hackers.
Nella ricerca dedicata alla comunicazione mobile lei sottolinea il ruolo
sempre più pervasivo dei telefoni cellulari. Siamo cioè totalmente immersi in
un habitat tecnologico che cambia i processi di formazione delle identità
collettive. Nel libro sul «Potere delle identità» lei infatti afferma che le
identità sono diventate un affaire politico molto serio. Come spiega il fatto
che Internet provoca sia una uniformità di comportamenti e, al tempo stesso,
una proliferazione di identità parziali?
Non credo che Internet produca uniformità dei comportamenti. Sono infatti i
mass media tradizionali che producono uniformità dei comportamenti e delle
identità sociali. Ma Internet non è un media verticale dove il messaggio si
diffonde dall'alto (la radio, la televisione, i quotidiani) al basso, cioè
verso il pubblico. La Rete
è organizzata in modo diverso. È un media orizzontale, consente cioè la
comunicazione da molti a molti. Inoltre, il web consente di poter organizzare
la propria presenza on-line come meglio si crede. Internet permette cioè la manifestazione
della diversità. Il nodo da scegliere è perché in rete possono essere presenti
sia atteggiamenti virtuosi che comportamenti pessimi.
Lei usa più volte il concetto di flusso, quasi che il moderno capitalismo
non contempli una «solidificazione» di assetti istituzionali, relazioni di
potere, identità collettiva. Ma un flusso è però quasi sempre governato,
controllato, per evitare che diventi distruttivo. Come sono dunque governati i
flussi - di informazione, di merci, di capitali, di uomini -. In altri termini
come funzionano gli stati e gli organismi internazionali nella società in rete?
Gli stati nazionali sono le macchine maggiormente distruttive che la storia
umana ha prodotto. Opprimono e manipolano i loro sudditi, ingaggiano feroci
guerre con altri stati, confiscano la ricchezza prodotta dal lavoro. Le
organizzazioni internazionali non sono altro che estensioni del potere degli
stati. Ma il potere statale è messo in discussione e ridimensionato dai flussi
- di informazioni, uomini, merci e capitali - che gli stati-nazione non
riescono davvero a controllare. Accade che talvolta gli stati cercano, per
conservare e riprendersi, laddove lo hanno perso, il potere di regolamentarli,
di incanalarli, ma quando ci provano assistiamo quasi sempre a un fallimento.
Per questo c'è sempre tensione, tra il rimanente potere esercitato dallo stato
e l'incontenibile dinamismo dei flussi di informazione e di capitale nelle reti
di comunicazione globale.
Lei ha scritto che, per contrastare il potere costituito i movimenti sociali
usano media alternativi a quelli dominanti. Ma a un certo punto scrive di
«politica insorgente». Può spiegare cosa intende?
I movimenti sociali cercano, a volte riuscendoci, altre volte no, a trasformare
i valori della società. È però all'interno del sistema politico che possono
essere cambiati i rapporti di potere nella società. La politica insorgente è sì
una azione politica, ma che si sviluppa alla periferia del sistema politico,
riuscendo a sopraffare le dinamiche consolidate al suo interno e a imporre
nuove idee e nuovi leaders politici. Prendiamo la elezione di Barack Obama alla
Casa Bianca. È indubbio che Obama abbia vinto grazie alla campagna di
mobilitazione dei giovani e delle minoranze che normalmente non partecipavano al
sistema politico. In questo caso ci siamo trovati di fronte a una politica
insorgente basata sulla forte speranza di cambiamento. Lo slogan «Yes, we can»
illustra bene come si è manifestata questa speranza di cambiamento, che ha
mantenuto la sua indipendenza dal leader eletto presidente. Obama potrà anche
deludere i «politici insorgenti», ma il cambiamento desiderato e che li ha
portati a mobilitarsi non scompare. E quindi quegli stessi attivisti possono
riprendere la mobilitazione contro il nuovo leader che non ha mantenuto le sue
promesse di cambiamento.
Alcuni studiosi equiparano i movimenti sociali agli sciami. Si
costituiscono, ma poi, una volta raggiunto il loro obiettivo, si dissolvono. E
come se la politica insorgente sia sempre legata a una contingenza politica e
che non possa avere una stabilità e possa durare nel tempo. È d'accordo con
questa lettura?
Da sempre i movimenti sociali non sono una forma stabile di azione collettiva.
Possono cambiare i valori della nostra società, oppure imporre un tema finora
assente nella vita sociale. E quando questo accade si dissolvono con la stessa
intensità in cui si sono formati. Il Maggio francese, ad esempio, non ha certo
conquistato il potere, né credo che fosse proprio quello il suo obiettivo. In
ogni caso ha introdotto nuovi valori e temi nella società, come
l'ambientalismo, la solidarietà, i diritti delle donne, la necessità dei
cittadini di controllare l'operato dello stato. Temi e valori che sono ormai
accettati da milioni di uomini e donne. Prendiamo l'ambientalismo e il
femminismo. Non ci sono mai stati, per quanto ne so io, movimenti femministi
stabili. E tuttavia le lotte condotte dalle femministe hanno cambiato
profondamente la vita delle donne, modificato i loro rapporti con i maschi, il
modo di vivere la sessualità. Ha ridisegnato la divisione del lavoro familiare.
Sotto molti aspetti sono i movimenti femministi hanno cambiato anche i maschi.
Cambiamenti e trasformazioni che non sono certo venuti per decreto emesso da
qualche governo. I governi, i parlamenti, insomma il sistema politico ha poi
dovuto istituzionalizzarli. L'istituzionalizzazione avviene quando i valori e
le tematiche portate avanti dai movimenti si sono già diffuse nella società.
La politica insorgente può conquistare il potere statale. In questo caso però
assistiamo a una istituzionalizzazione della politica insorgente. Ma è questo
punto che prende avvio un nuovo ciclo che vede il nuovo potere confrontarsi con
una nuova politica insorgente. Non è quindi contemplata nessuna stabilità,
perché lo stare in società e l'azione politica contemplano sempre il conflitto,
il dominio e la resistenza ad esso. La stabilità esiste solo nella testa di chi
è al potere e vuole fermare l'inarrestabile e incontenibile movimento della
società. E quando cercano di fermare o bloccare il movimento della società
falliscono sempre.
http://www.ilmanifesto.it 28.03.2010

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